Ruta del Sol, riparte oggi la stagione di Froome in attesa di un giudizio sul caso salbutamolo

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui
PAU, FRANCE - JULY 13: Christopher Froome of Great Britain riding for Team Sky in action during stage 12 of the Le Tour de France 2017, a 214.5km stage from Pau to Peyragudes on July 13, 2017 in Pau, France. (Photo by Bryn Lennon/Getty Images)

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Se ne è parlato, se ne sta parlando e si continuerà a farlo finché non verrà fatta chiarezza. D’altronde, se ti chiami Chris Froome ed hai vinto quattro Tour de France oltre che una Vuelta a España, conquistando maglia gialla e roja nello stesso anno come solo Jacques Anquetil e Bernard Hinault avevano saputo fare prima di te, la situazione non poteva andare in modo diverso. I 2000 ng/mL di salbutamolo trovati nelle urine del corridore britannico al termine della tappa 18 dell’ultima Vuelta, il doppio della quantità massima consentita dal regolamento della WADA, hanno infatti sollevato dubbi e perplessità sulla credibilità sua e del Team Sky, che nel 2010 era entrato nel mondo del ciclismo senza nascondere la propria volontà di combattere il doping il qualunque modo. E’ per questo motivo che il caso analitico avverso (Adverse Analytical Finding, AAF) notificato dall’Agenzia Mondiale Antidoping ha fatto storcere il naso a molti, ma soprattutto ha fatto scalpore poiché a finire nella rete adesso era niente di meno che l’uomo più rappresentativo del circus: lo stesso caso accaduto ad Ulissi nel 2014, per fare un esempio e con il dovuto rispetto, non ebbe la stessa risonanza che si sta avendo ora, con il livornese che tra l’altro ammise subito la propria negligenza ed andò così incontro a 9 mesi di squalifica.

Già, la negligenza. Chris Froome infatti, a differenza dell’italiano, ha deciso fin da subito di voler dimostrare la propria innocenza in merito al caso, con il Team Sky al suo fianco pronto a difenderlo sostenendo che “durante la settimana finale della Vuelta Chris ha sofferto di attacchi acuti di asma, che hanno portato il medico del Team Sky ed incrementare il dosaggio di salbutamolo (sempre entro i limiti consentiti) nel periodo precedente alle analisi del 7 settembre. In qualità di leader, Chris prima di ogni controllo post-tappa ha sempre dichiarato lìuso di TUE, come da iter. L’avviso del risultato del test non significa che le regole non siano state rispettate, ma l’UCI vuole sapere a cosa è dovuta l’elevata concentrazione di salbutamolo ed assicurarsi che la quantità assunta non sia stata superiore a quella consentita. Infatti, esistono delle significative e imprevedibili variazioni di concentrazione quando il salbutamolo viene metabolizzato ed escreto, dovuto all’interazione del farmaco con cibo, altri farmaci, disidratazione e il tempo trascorso tra la sua assunzione ed il test”.

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Tuttavia, come scritto anche nella lista delle sostanze proibite stilata dalla WADA, un eccesso di salbutamolo oltre i 1000 ng/mL “può intendersi come un abuso delle TUE e per questo considerato come un ‘caso avverso’ a meno che l’atleta non dimostri, attraverso un controllato studio farmacocinetico, che il risultato anomalo sia una conseguenza dell’uso di una dose a fine terapeutici (per inalazione) fino al massimo della dose indicata sopra”: alla base degli impressionanti allenamenti svolti in Sudafrica, dunque, c’è la necessità di portare il proprio fisico in condizioni di stress, in modo da poter simulare la situazione vissuta alla Vuelta e dimostrare di essere nel giusto.

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Chris Froome, perché il britannico non deve auto sospendersi

Nel frattempo però il tempo passa e la vicenda pare essere ancora in una fase di stallo, sebbene come riportato qualche giorno fa dalla Gazzetta dello Sport “alla fine di questa settimana, o dall’inizio della prossima, ogni giorno potrebbe essere buono per l’apertura del procedimento davanti al Tribunale”. Per questo motivo, in attesa di essere giudicato, Chris Froome farà oggi il suo ritorno alle corse con la Vuelta a Andalucía (o Ruta del Sol), in un clima surreale ed a tratti ostile, dal momento che non sono pochi i colleghi ad essersi chiaramente esposti chiedendo al ciclista quantomeno di auto sospendersi. Eppure il comportamento del keniano bianco è del tutto comprensibile ma soprattutto corretto, poiché senza una squalifica o un codice interno alla propria squadra che lo costringa a fermarsi Froome non può e non deve far altro che continuare a svolgere il proprio lavoro, per il quale tra l’altro viene anche stipendiato (profumatamente). Infatti, se da una parte è vero che in caso di vittorie (magari anche del Giro d’Italia) prima e squalifica poi, come successe a Contador nel 2012, le classifiche risulterebbero inevitabilmente falsate, dall’altra va anche detto che qualora Froome si fermasse per poi uscire dal caso con la fedina pulita, nessuno potrà mai restituirgli i giorni di gara e la possibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati.
Inoltre, anche questa ferrea volontà di dimostrare la propria innocenza nonostante valori doppi rispetto al consentito è dovuta al fatto che, come già fatto notare sopra, è la WADA stessa concedere la possibilità di effettuare questo test in cui in condizioni di stress, disidratazione e altri fattori si dovrà cercare di riottenere valori in linea con quelli trovati nel controllo del 7 settembre. Se così fosse, Froome verrà scagionato da qualsiasi accusa di doping e potrà mantenere sia la vittoria alla Vuelta sia il bronzo ottenuto nella cronometro individuale di Bergen; se invece il test porterà esito differente, ecco che il britannico perderà i due successi rispettivamente in favore di Nibali ed Oliveira, oltre che subire una squalifica fino a 2 anni. E se dovesse andare in questo modo, a risentire maggiormente del colpo sarà, con grande probabilità, di nuovo il ciclismo: ecco perché dobbiamo sperare che le parole detto fin qui da Froome e dal suo team corrispondano alla verità. Un caso del genere riporterebbe indietro negli anni bui, rievocando quello spettro di Armstrong e della sua US Postal oramai chiusi nell’armadio.

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