La leggenda di Rafa Nadal il Trasformista

Pubblicato il autore: Alessandro Mastroluca Segui
PARIS, FRANCE - JUNE 08: Rafael Nadal of Spain celebrates victory during his mens singles semi-final match against Juan Martin Del Potro of Argentina during day thirteen of the 2018 French Open at Roland Garros on June 8, 2018 in Paris, France. (Photo by Matthew Stockman/Getty Images)

Rafa Nadal – Foto originale Getty Images© selezionata da SuperNews

Rafa Nadal vuole nuove elezioni in Spagna? E io voglio che smetta di giocare un tennis soporifero, difensivo, iper-muscolare, che smetta di essere un pallettaro.” Il deputato madridista di Podemos Isidro Lopez ha accusato Nadal di essere, per essere precisi, un pasabolas, che è il gioco di sponda nel biliardo. Per estensione, pasabolismo ha finito per indicare come in una deriva negativa il tennis difensivo, basato sui colpi in top spin e gli scambi lunghi. Il gioco che per generazioni ha identificato il tennis spagnolo e argentino, dove i ragazzi crescono sulla terra battuta, in opposizione al modello inglese o statunitense.

Sarà anche una polemica minore, che si è accesa e spenta su Twitter in poco tempo a qualche giorno dall’undicesimo trionfo di Nadal a Parigi, il regno su cui il suo sole ancora non tramonta. Nadal, in un’intervista concessa al Pais e ad altri quotidiani spagnoli dopo la vittoria, ha detto, senza mezzi termini, che del giudizio di Lopez francamente se ne infischia. Tutti i torti, essendo l’unico uomo e il secondo tennista nella storia del gioco dopo Margaret Court a vincere uno stesso Slam, e Court vinceva in Australia lo Slam per decenni di livello più basso, non li ha. Il tweet di Lopez, però, è più di uno sfogo momentaneo per quella che avrà considerato un’invasione di campo del maiorchino, a cui rispondere con un’invasione uguale e contraria. È l’epifania di un modo tutto spagnolo di vivere lo sport. Ai campioni si chiede non solo di vincere, ma di farlo con stile.

Quando Nadal è nato, nell’estate del 1986, al Mondiale del Messico l’aquilone cosmico e la mano de Dios hanno un po’ messo in secondo piano il nome del vice-capocannoniere, Emilio Butragueno. L’avvoltoio dalla faccia d’angelo e la sua “quinta”, il meglio di una generazione cresciuta nelle giovanili del Real Madrid e promossa in prima squadra da Alfredo Di Stefano, avevano un solo nemico: lo cerocerismo, il gioco sparagnino e difensivista di chi si accontenta dello 0-0.

Nadal, che a Marca confessava di voler diventare un giorno presidente del Real Madrid, è finito dall’inizio della carriera dentro quel manicheismo filosofico che ha opposto negli ultimi anni i blancos all’Atletico di Simeone. Perché il cholismo, il suo calcio accorto e aggressivo, è diventato sinonimo di resultadismo, la colpa di chi vive lo sport nell’ottica riduzionista per cui il risultato è l’unica cosa che conta. Ecco perché è scoppiata da subito al Real la guerra interna fra Jorge Valdano,  il Professore che aspettava il passaggio di Maradona lanciato invece verso il gol del secolo, e Jose Mourinho. In lui i tifosi del Real vedevano tutte le degenerazioni dello sport senza stile.

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Vedevano quel che Lopez considera in negativo nel tennis di Nadal. Il deputato, come lo Schtitt maestro di tennis in quel divertimento infinito che è Infinite Jest di David Foster Wallace, difende un principio. “Il vero tennis non (è) fatto da quella mistura di ordine statistico e potenziale espansivo che venera(no) i tecnici del gioco, ma ne (è) anzi l’opposto, non-ordine, limite, i punti in cui le cose andavano in pezzi e si frammentavano nella bellezza pura”. Molti in questa opposizione che semplifica e polarizza, han visto nella seconda categoria il Roger Federer “come esperienza religiosa”.

Rafa Nadal – Foto originale Getty Images © scelta da SuperNews

Nadal ha spinto il potenziale espansivo a un livello di perfezione e adattamento mai raggiunti prima. Ha inseguito l’ordine attraverso il sacrificio di giocare da mancino essendo un destro naturale, ha forgiato lo spirito competitivo attraverso la frustrazione indotta, ha imparato da zio Toni a ridurre l’euforia per le vittorie e a limare la delusione per le sconfitte. Ha trattato i trionfi e le disfatte, come nei versi di Kipling che troneggiano sulla porta d’ingresso al Centrale di Wimbledon, allo stesso uomo. “Se riuscirai” scriveva al figlio, “sarai un vero uomo”.

È proprio l’uomo che spiega il campione Nadal. “Vincere o perdere” diceva, “può dipendere da dettagli fuori dal tuo controllo”. La differenza la fa la mentalità, e quella dalla vittoria al campionato under 12 delle Baleari non gli è mai mancata. Perché prima della vittoria c’è il pervicace desiderio di sentirsi migliore del giorno prima, di vedere premiati i frutti del lavoro. Nessuna vittoria arriva a caso, men che meno un dominio che a Parigi si è tradotto in 86 vittorie su 88 partite. Perché, scrive nella sua autobiografia, “nessuna palla è uguale a quella che la precede. Nessun colpo è identico a un altro. Ogni volta che ti prepari a riceverne uno devi quindi valutare, in una frazione di secondo, la traiettoria e la velocità della palla e decidere come, con quanta potenza e dove cercare di ribattere”.

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Decisioni che richiedono memoria muscolare e una costante abitudine al cambiar programma. E non è un caso che queste qualità si esaltino nel suo gioco sulla terra, superficie mutevole perché non ci sono due campi che siano davvero uguali. L’altitudine, l’umidità, la quantità di terra stesa, la qualità della base, il vento, il caldo, l’umidità alterano il comportamento della palla. Vedere per credere Schwartzman che con un campo pesante e i rimbalzi bassi ha condotto di un set e di un break e il giorno dopo, in condizioni opposte, è finito come tutti gli altri ad ammirare il percorso del re del rosso, con l’effimera soddisfazione di essere l’unico ad avergli tolto un set al Roland Garros in tre anni.

Ha perso più game contro Bolelli che contro chiunque altro quest’anno, Nadal. Ha via via aggiustato il tiro, senza smettere di essere se stesso. La tensione, anche dopo dieci titoli, la senti. I campioni non sono quelli che non cadono, Rocky Marciano è un’eccezione della storia, ma quelli che si rialzano una volta di più. In tutto il torneo, Nadal ha fatto la differenza negli scambi brevi, con servizio, risposta e primo colpo successivo, un elemento che basterebbe già di suo a smentire chi ancora ne parla come di un giocatore difensivo.

Non solo. Nadal, come Simona Halep peraltro che a dieci anni dal titolo junior ha preso il destino in mano e ci ha costruito su un diverso finale di partita, non dimentica. Il passato non lo insegue come una maledizione, ma dal passato assorbe. Gli resta attaccato nella memoria muscolare, il resto lo fa una mutevolezza che l’ha portato a spingere in direzione della brevità per allungare il regno e rispondere al tempo che passa. E quel che passa per difesa, la posizione in risposta lontana anche quattro metri dalla riga di fondo, i colpi alti e carichi contro il rovescio dell’avversario, traducono il principio sacchiano del pressing. Diventano la prima costruzione di un’opportunità offensiva, un principio darwinistico di adattamento coerente a un’idea e a una linea di sviluppo. Un percorso con una sola costante al Roland Garros, l’armadietto numero 159. Tutto il resto è eterno movimento. È sognare, senza fare del sogno il padrone del tempo.

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