Jesse Owens – Parte 1 – Agli albori della leggenda

Pubblicato il autore: Gianluca Frontani Segui

 

Dai campi di cotone ai marciapiedi di Cleveland; dalle scuole medie fino ad essere il primo nero a capitanare una compagine collegiale. È qui che inizia la leggenda...

Dai campi di cotone ai marciapiedi di Cleveland; dalle scuole medie fino ad essere il primo nero a capitanare una compagine collegiale. È qui che inizia la leggenda…

 

“CESSEI OFFENZ!CESSEI OFFENZ!”.
Berlino, 1936. Il pubblico, o almeno gran parte di esso, è in estasi: inneggia, con accento chiaramente tedesco, a quell’atleta di colore che ha già vinto due medaglie d’oro, nei 100 metri e nel salto in lungo, contro il beniamino di casa Luz Long. Stanno per partire i 200 metri, e Jesse Owens sta per stracciare tutti, un’altra volta, andando a vincere il terzo, e non ultimo, oro della sua olimpiade.

“The battles that count aren’t the ones for gold medals. The struggles within yourself,the invisible, inevitable battles inside all of us, that’s where it’s at.”
Già. Perchè tutti quei successi, tutti quegli uomini che gridano il suo nome, sono frutto di battaglie ben più grandi, che Jesse ha combattuto fuori dalla pista di atletica, prima e dopo la sua consacrazione.

James Cleveland Owens, detto Jesse appunto, nasce ad Oakville, in Alabama, il 12 settembre del 1913. Si, Alabama, stato del sud, ex confederato: il che significa stato fortemente razzista, in cui la segregazione e la discriminazione sono legali, al contrario degli stati del nord dove i neri hanno un po’ più di dignità, ma sempre senza esagerare. Nel sud la legislazione nazionale post guerra civile, che garantiva i diritti civili degli afroamericani (sulla carta), venne smantellata nei singoli stati e sostituita con delle leggi a favore della segregazione razziale: la cosìdetta Jim Crow, personaggio interpretato da un bianco, tale Thomas Rice, nei minstrel show. Rice, con il viso cosparso di nerofumo (tra l’altro la gran parte dei personaggi di colore fino all’avvento dell’audio nel cinema fu interpretata da bianchi “dipinti”), cantava e ballava ridicolizzando la popolazione nera Nel sud la separazione tra neri e bianchi venne estesa a tutti i livelli della società: alberghi, ristoranti, bagni, scuole, chiese, fontane pubbliche; neri e bianchi non condividevano nulla. Neanche i morti, i cimiteri erano separati. Jesse nasce in questo ambiente, ed è oltretutto un bambino fragile: spesso tossisce, a causa della bronchite cronica che lo perseguita fin dai primi anni di vita. James è il decimo ed ultimo figlio di un mezzadro, (Henry Owens), nipote di schiavi, non può esimersi dal lavorare nei campi di cotone. Tra uno starnuto e l’altro, di cotone, ne raccoglie 100 libbre al giorno . Non aveva molte scelte, o quello, o la tavola sarebbe stata pressoché sgombra.

I genitori, stanchi di quella vita, riescono ad emigrare a nord con tutta la famiglia: a Cleveland, il secondo nome era nel destino, evidentemente. La città dei laghi sarà la casa della famiglia Owens. Jesse ha 9 anni e viene a conoscere un mondo diverso, più dinamico, più aperto, a partire dalla scuola, che in Alabama si riduceva ad un’aula composta da soli studenti afroamericani; qui, nella capitale dell’Ohio, le classi sono miste, e si deve studiare davvero.

Al primo appello James Cleveland risponde con le sue iniziali, J.C.. Per via del suo forte accento del sud all’orecchio del professore arriva un altro nome: Jesse. Il soprannome a quanto pare rimase: un nuovo battesimo per un nuovo bambino, anzi diciamo pure uomo. Uomo, si, perché anche se ultimo dei dieci fratelli spesso è lui a badare a tutti in assenza dei genitori, è lui che fa le faccende di casa,  è lui che racconta le favole alle sorelle per farle addormentare. Quando non è impegnato tra studio e famiglia, Jesse si diverte a correre sui marciapiedi di Cleveland con gli altri bambini, vincendo scommesse su scommesse. Come dirà tempo dopo, quando corri “puoi andare in qualunque direzione, puoi andare veloce o lento, puoi combattere contro il vento, solo con la forza dei tuoi piedi”. E il ragazzo continua a combattere mentre cresce: scuola, lavoro (in un negozio di scarpe), e corsa. Si sposta correndo, sempre.

Alle scuole medie lo nota un signore bianco, sempre ben pettinato, senza baffi e con un grande paio di  occhiali: il suo nome è Charles Riley. Fortunatamente è anche il professore di educazione fisica oltre ad essere un magnifico uomo. Nota subito che nel piccolo James c’è qualcosa di speciale: la sua leggiadria nella corsa, la pulizia dei movimenti, l’idea, il sapore di eleganza che rimane negli occhi osservando la sua fase di volo. Il vecchio Charlie ne ha visti tanti, e senza pensarci due volte lo prende subito sotto la sua ala protettrice: spesso dopo la scuo

Jesse Owens con la divisa di Ohio State

Jesse Owens con la divisa di Ohio State. Con questa casacca ha vinto 8 campionati individuali NCAA.

la si allenano da soli, e poi vanno a casa Riley, per delle cene che il piccolo J.C. non si era neanche immaginato che potessero esistere, per quanto abbondanti. Jesse si allena duramente con la squadra di atletica della scuola, si vede che è un passo davanti agli altri. Riley, aldilà delle direttive tecniche ha un solo consiglio da dargli, che può ritornare utile al piccolo grande uomo: “non guardare dietro o di lato, ti rallenti”. Sempre dritto, sempre avanti.

E davanti a lui c’è la scuola superiore. Si iscrive alla Cleveland’s East Technical School, dove nel 1930 conosce quella che poi diverrà sua moglie, Ruth Solomon; due anni dopo nasce la primogenita di Jesse, Gloria. il coach della scuola è Edgar Weil. Weil fa concentrare James nelle gare su pista, che saranno il suo futuro. Tuttavia non ha grande esperienza nell’allenare un ragazzo per l’atletica leggera; prima di essere assunto all’istituto tecnico era stato un coach di football. Si avvale quindi dell’aiuto di Riley. Sotto la loro guida inizia a vincere, dominare anzi, tutte le gare a cui prende parte: nel 1933, il suo ultimo anno di liceo, salirà sul gradino più alto del podio in 75 gare su 79, piazzando il nuovo record di salto in lungo ai campionati statali delle high school, a Chicago. Tornato a Cleveland gode della prima (un po’ in formato mini) parata in suo onore, organizzata dalla città stessa. Ci si abituerà a tali onorificenze, che rimarranno tanto superficiali quanto inutili ai suoi occhi, in quanto seguite già dal giorno seguente dal solito scetticismo, per via della pigmentazione.

È il momento di andare al college, un privilegio per un nero, e lui è sicuramente l’uomo di colore più corteggiato dai college per quei tempi. Sceglie Ohio State, sceglie di restare a casa. Tuttavia non può andare al campus, quello è riservato ai bianchi. Dorme fuori dall’istituto, con gli altri studenti di colore ammessi al college. Sente l’ingiustizia, assapora anche al nord il sapore della discriminazione, ma mai un singolo comportamento fuori dalle righe, mai cede a gesti istigatori: quando lo insultano risponde con il sorriso: “It’s your problem, not mine”. No, non era un suo problema, lui aveva la sua personale livella per tutto: la pista.

Il suo allenatore al college è Larry Snyder: un coach particolare che rimarrà in carica a Ohio State per più di 30 anni, allenando talenti su talenti. Il primo di questi è stato sicuramente Jesse. Snyder, personalità eclettica, usa metodi di allenamento innovativi: mentre i suoi si allenano, lui suona il fonografo, per far trovare agli atleti il ritmo dell’andatura. È sbalordito dal talento di James, e non gliene frega nulla del suo colore della pelle: Owens è il capitano di Ohio State, il primo capitano nero della storia collegiale, e porterà in alto i colori della sua università nelle varie manifestazioni.

25 maggio 1935, vigila delle Big 10 (evento sportivo tra college di una certa rilevanza). Owens è il favorito nelle 220 e nelle 100 yards piane, nelle 200 a ostacoli e nel salto in lungo. È pronto a regalare gli ennesimi ori al suo college, sennonché il giorno prima si ferisce alla schiena, anche in maniera abbastanza grave, cadendo dalle scale; o almeno questo è quello che dicono le fonti ufficiali. Snyder vede le condizioni in cui è il ragazzo: la schiena riporta una vistosa ferita, ed è livida. Lo guarda negli occhi:
“ritirati J.C., sei troppo malconcio”.
Jesse sorride: stare bene o stare male? Non è mai stato questo il prolema. La pista non è solo la sua casa, il naturale seguito della sua anima, ma è l’unico luogo dove è riconosciuto uguale agli altri, almeno fino a quel momento. Non può abbandonare. La risposta all’invito di ritirarsi di Jesse sarà: 4 ori in meno di un ora, con corrispondenti record del mondo. Siamo a un anno dalle olimpiadi e l’America lo osanna.

Ma la fama, specie se conquistata, sudata ed allo stesso tempo insperata,  può distrarre anche i più grandi; anche i più integri…

Tra una settimana su Supenews la seconda parte della storia di Jesse Owens.

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