NBA: il coach Steve Kerr a favore della marijuana a scopo terapeutico, si apre il dibattito

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui
Coach Steve Kerr e le sue dichiarazioni dividono l'America e lo sport: si apre il dibattito sulle terapie del dolore

Coach Steve Kerr e le sue dichiarazioni dividono l’America e lo sport: si apre il dibattito sulle terapie del dolore

Nella giornata di ieri i media hanno riportato una dichiarazione di Steve Kerr, coach dei Golden State Warriors, che sta dividendo non solo il mondo dello sport statunitense ma anche l’opinione pubblica.

Steve Kerr: “Sì, ho fatto uso di marijuana, ma…”

L’argomento è delicato e riguarda l’uso della marijuana a scopo terapeutico e l’allenatore di Stephen Curry e compagni ha dichiarato ai microfoni della rete sportiva CSN Bay Area, con la sua consueta franchezza, di averne fatto uso per lenire i dolori alla schiena: “Immagino che potrei finire nei guai per tutto ciò, ma ho fatto uso di marijuana solamente per due volte durante l’ultimo anno e mezzo quando mi sono trovato immerso in dolori cronici a seguito dell’operazione alla schiena“.
Nell’estate scorsa, infatti, Steve Kerr è finito sotto i ferri ma l’operazione ha comportato anche delle complicazioni, ovvero una perdita di liquido spinale che ha richiesto un secondo intervento nel settembre del 2015. Di conseguenza, in quella stagione si è visto costretto a passare la mano al suo giovane assistente allenatore, Luke Walton, che ha guidato i Golden State Warriors per le prime 43 partite. Nel frattempo Steve Kerr ha subito dei postumi dall’intervento che l’hanno provato nel corpo (anche per via di mal di testa debilitanti) e nello spirito. “Dopo molta ricerca e dopo aver ascoltato molti consigli di diverse persone – continua il coach – ho accettato di fare uso di marijuana anche se non avevo la minima idea delle conseguenze: non sapevo se avrei fallito dei drug test, non so neanche adesso se io possa essere sottoposto a drug test da parte della Lega, o se abbia infranto qualche legge dell’NBA”.
Motivo per cui Steve Kerr oggi, pur ammettendo di non essere un sostenitore della marijuana, apre al suo uso in virtù della sua esperienza, solo ed esclusivamente (e ci mancherebbe altro) con scopi terapeutici. Il coach dei Warriors ritiene infatti più pericolosi antidolorifici come il Vicodin (un oppiaceo nella formula idrocodone/paracetamolo con effetti analgesici diffuso negli Stati Uniti ma noto per generare a volte dipendenza) piuttosto che la sostanza derivata dalla Cannabis: “Se sei un giocatore della NFL, in particolare, e provi molto dolore, non ci sono dubbi sul fatto che l’erba possa avere effetti migliori sul tuo corpo rispetto al Vicodin. E tuttora, qualsiasi atleta, ovunque, si vede prescrivere Vicodin come se fosse vitamina C e non è una cosa vantaggiosa. Nel nostro paese c’è la concezione che questo tipo di droghe vadano bene, ma l’erba no“.
Steve Kerr mette le mani avanti dichiarandosi non certo un esperto nella materia ma di parlare semplicemente in virtù della sua esperienza personale, ma in ogni caso si augura ci possa essere un cambiamento (“Credo che sia solamente questione di tempo“) nel modo di vedere la marijuana a scopo terapeutico nel mondo della NBA e della NFL. Non è un caso che Steve Kerr citi anche la lega di football, i cui giocatori sono a rischio di infortuni e di patologie gravi come l’encefalopatia cronica traumatica, il cui aumento dei casi sta mettendo in imbarazzo i vertici della NFL.

Le reazioni alle parole di Steve Kerr

Le dichiarazioni di Steve Kerr hanno costretto i vertici della NBA a rilasciare un comunicato ufficiale per sgomberare il campo da possibili fraintendimenti, in cui si afferma che tutti i coach si sottopongo ai test antidroga, ma non solo: si precisa che la marijuana fa parte della lista delle sostanze proibite e il caso di Steve Kerr non fa testo poiché l’allenatore ha dichiarato che l’erba non lo ha aiutato a guarire dai dolori alla schiena (sic). Già nel 2014, il commissioner Adam Silver in una intervista aveva dichiarato che, sebbene la preoccupazione maggiore si concentri sull’uso vietato di ormoni della crescita e sostanze che aumentino le prestazioni, l’NBA raccomanda di non usare marijuana poiché potrebbe alterare negativamente le performance dei cestisti sul parquet. Tuttavia, Silver ammette che con l’associazione di giocatori si stia aprendo un discorso sull’uso terapeutico delle droghe leggere, e con il tempo potranno esserci degli adattamenti.
Dal mondo della NBA si è quindi scatenato il dibattito, tra cui esprime la propria solidarietà a coach Kerr come l’ala dei Warriors Draymond Green che, pur dichiarando di non essere (pure lui) un esperto della materia, sottolinea il fatto che una sostanza naturale dovrebbe essere più sicura per l’organismo di una “manufactured pill” (pillola costruita in laboratorio).
All’opposto, Earl Watson, coach dei Phoenix Suns, se da un lato capisce le motivazioni che hanno spinto il collega Steve Karr a rilasciare certe dichiarazioni dall’altro mette in guardia sul peso di certe parole soprattutto con i più giovani: “Certe argomenti (sull’uso delle droghe leggere come antidolorifici, ndr) sarebbe meglio lasciarli ai medici, non certo ai coach” dichiara Watson, e riferendosi alla sua infanzia vissuta  in un ambiente difficile fatto di povertà e vessazioni, testimone di molti suoi coetanei che sceglievano la strada, la violenza e la dipendenza delle droghe avverte: “Ho visto tanti ragazzi fare questo tipo di esperienze (l’uso della marijuana, ndr) e farne altre che erano sempre illegali. E questi ragazzi non sarebbero mai sbarcati nella NBA, non sarebbero mai arrivati al college e non avrebbero superato i 18 anni“. Insomma, per Watson l’erba è l’anticamera verso sostanze più letali; perciò ritiene che parlare così apertamente dell’uso di droghe leggere comporti finire in uno “slippery slope“, pendio scivoloso, che tradotto dal gergo significa inoltrarsi in una discussione delicata e pericolosa: “Dobbiamo stare molto attenti alla nostra retorica, a quello che diciamo e come lo diciamo, esprimiamo e spieghiamo ai più giovani“. E richiamando le parole di Steve Kerr: “Mai stato fan dell’uso della marijuana, ma non sono neppure un dottore. Perciò ai ragazzi che leggono certe parole e si fanno influenzare da certi titoli dico di stare attenti. Se provieni da un ambiente sociale dove l’unico sbocco che puoi avere è vivere una vita fortunata, non puoi correre il rischio di sprecare questa opportunità“. Watson conclude: “Non so quanto la marijuana possa aiutare a vincere il dolore, ma dobbiamo stare attenti a come ne parliamo con il pubblico“.

La precisazione di Steve Kerr

In seguito alle sue dichiarazioni Steve Kerr, stupito da tanta attenzione mediatica, ha voluto precisare il fatto che la sua era una conversazione su come il mondo dello sport professionistico possa affrontare la questione della cura del dolore negli atleti, stigmatizzando alcune semplificazioni fatte dai media del tipo “Kerr fuma erba” (così afferma). E sottolineando la serietà e l’importanza di questo dibattito, rilancia la sua critica alle cure canoniche offerte agli sportivi con medicine quali Vicodin, Oxicodone, Percocet (tutti antidolorifici oppioidi) : “Questa roba è pericolosa. C’è il rischio di dipendenza e a lungo termine danni alla salute. Ma – conclude Steve Kerr – la questione più importante è discutere come viene fatto ciò che è necessario per far star meglio i giocatori“.

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