Stefano Carobbi a SuperNews: “Mi piacerebbe allenare il Lecce. Dovevo andare al Napoli, non al Milan…”

Pubblicato il autore: Francesca.Capone. Segui


Stefano Carobbi, ex calciatore di Fiorentina, Lecce e Milan, oggi allenatore della squadra di calcio di Serie A femminile Florentia San Gimignano, è stato ospite ai nostri microfoni. Carobbi ci ha raccontato del suo storico legame con i viola, del suo passaggio al Milan di Sacchi nell’89 e della sua attuale esperienza da allenatore. Il nostro intervistato ci ha confessato, inoltre, quale squadra di Serie A gli piacerebbe allenare.

Diventare calciatore è ciò che volevi fin da bambino?
E’ sempre stata una passione, posso dire di essere nato con il pallone nella culla.

Dall’89 al ’91 sei stato al Milan, che in quella storica annate vinse una Champions League, 2 Supercoppe Europee e 2 Coppe Intercontinentali. Essere chiamato a giocare nel Milan, quel Milan, non è una cosa che capita tutti i giorni. Quali sensazioni hai provato?
Il direttore sportivo della Fiorentina mi aveva chiesto di trovarmi una squadra, perché la società stava cedendo i giocatori migliori. Così, io mi accordai con il Napoli, squadra in cui potevo esprimermi e giocare il più possibile, altrimenti avrei perso l’occasione di farmi vedere e di essere convocato in Nazionale. Tuttavia, ancora ignaro dei motivi, l’accordo con i partenopei sfumò e io andai al Milan. Purtroppo, nella mia esperienza in rossonero, giocai poco, 17 partite in 2 anni, però posso dire di aver imparato tanto, tutto ciò che si può imparare da una squadra come il Milan. Nonostante ciò, è stata un’esperienza bellissima. Tra le tante coppe vinte in quell’annata, quella che sento più mia è la Supercoppa Europea, vinta a Milano contro il Barcellona, perché giocai fin dai primi minuti in quella partita.

Con la Fiorentina hai totalizzato 212 presenze e 3 gol. Cosa ha significato per te giocare con i viola? Hai un ricordo particolare degli anni a Firenze che vorresti condividere?
Avevo tredici anni quando sono approdato alla Fiorentina. Facevo avanti e indietro da Pistoia, 40 chilometri di treno. La Fiorentina era la mia seconda famiglia. Il mio ricordo più bello è quello dell’esordio contro l’Avellino: in quel momento, mi passò davanti tutto ciò che avevo fatto per arrivare fin lì, i sacrifici e gli sforzi, ma anche i tanti momenti di sconforto. Giocare a Firenze è stato il coronamento di un sogno, la ricompensa dopo tanti sacrifici.

Chi reputi un grande difensore, oggi?
Di buoni difensori ce ne sono tanti: Bonucci, Chiellini, De Ligt, Koulibaly sono giocatori importanti. Credo che Ghoulam sia un giocatore con caratteristiche simili alle mie: corre tanto e cerca di mettere il miglior pallone possibile per il suo centravanti.

Ricordi ancora come è avvenuta la tua convocazione, nell’84, nella Nazionale Under 21?
Il direttore sportivo mi diceva che stavo facendo bene, in quel periodo, ma a me non sembrava. Dopo una partita contro la Cremonese, il diesse mi chiamò e mi disse: “Stefano, devi andare in Nazionale!”. In Nazionale mi sono trovato davanti Mancini, Vialli, Zenga, giocatori che fino all’anno prima vedevo in televisione. Dapprima compagni di gioco, diventarono presto miei amici, proprio come lo diventò Paolo Baldieri.

Poi, la carriera da allenatore. Quale dei tuoi tanti allenatori ti ha lasciato qualcosa in più rispetto agli altri?
E’ un luogo comune dire: “Un po’ tutti mi hanno lasciato qualcosa”. Questa è una verità assoluta, ma se devo fare il nome di un allenatore con il quale ho avuto e ho un rapporto padre-figlio è stato Aldo Agroppi, perché vedevo in lui una persona genuina, anche fuori dal campo. Era sincero, anche gli altri allenatori lo erano, ma lo erano in maniera più professionale, mentre Agroppi lo era come un genitore: se ti doveva dare uno scapaccione, te lo dava. Inoltre, la Fiorentina dei suoi anni era composta da un gruppo di giovani intraprendenti, come Nicola Berti, Baggio, Borgonovo e soltanto uno come Agroppi poteva farsi ascoltare.

Oggi alleni la Florentia San Gimignano di Serie A femminile, quarta in classifica dopo la AS Roma Womens. Il calcio femminile è ancora un mondo troppo sottovalutato? Trova difficile allenare un team di donne?
Il calcio femminile non ha la risonanza che dovrebbe avere e non ha soprattutto le prevenzioni sociali del calcio maschile: non ha previdenza, non garantisce pensioni, non offre un ritorno nel futuro. Si sta cercando di far crescere questo settore, anche se per farlo serve dargli visibilità. In questo, ha aiutato il Mondiale dello scorso anno. Per quanto riguarda la seconda domanda, come nella vita, noi uomini facciamo fatica a capire le donne, e allenarle diventa complicato. Le donne amano la sincerità: credo si debba sempre dire una brutta verità piuttosto che una bella bugia.

Quale squadra ti piacerebbe allenare?
Sarebbe scontato dire Fiorentina, però allenare il Lecce per me sarebbe davvero bellissimo, probabilmente perché trascorsi in giallorosso un anno meraviglioso, pur giocando poco a causa di una pubalgia fastidiosissima. Ho lasciato il cuore nel Salento. Proprio a Lecce, inoltre, è nata mia figlia.

  •   
  •  
  •  
  •