Pagelle Giro d’Italia: Nibali come Bartali al Tour ’48, Kruijswijk vincitore morale

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

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“Chapeau!”, dissero i francesi, in quel rovente luglio del 1948 di fronte al “Picasso” disegnato da Gino Bartali sulle strade transalpine. In gergo sportivo, quando si parla di rimonta, nessun performance è equiparabile a quella di “Ginettaccio” in quell’edizione del Tour de France. Sceso dai Pirenei con 21 minuti di ritardo dall’astro nascente bretone Louison Bobet, il 13 luglio la corsa “gialla” sconfinò in Liguria e i giornalisti del Belpaese lasciarono la carovana dando per spacciato il verace toscano. Il 14 luglio, giorno di riposo del Tour e del ricordo della Bastiglia per i francesi, in Italia un esaltato studente di giurisprudenza di nome Antonio Pallante scaricò una calibro 38 addosso al leader del PCI Palmiro Togliatti, facendo sprofondare la penisola sull’orlo della guerra civile. Mentre il “Migliore” lottava tra la vita e la morte, leggenda narra che il premier Alcide De Gasperi telefonò in Francia e intimò a Bartali: “Vinci il Tour e rassereniamo il paese”.  Da buon credente di fede scudocrociata, Gino eseguì. Nelle due tappe alpine di Briançon e Aix-Les Bains, il grimpeur di Ponte a Ema entrò nel mito sull’Allos, il Vars, l’Izoard, il Galibier e il Coucheron, consegnandosi all’epica delle due ruote. E offrendo all’Italia la gioia della maglia gialla a Parigi.

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Il giro d’Italia 2016 di Vincenzo Nibali (voto 10) ha poco a che vedere con i fasti bartaliani: il nostro paese non è reduce da una guerra,  il premier non contatta più l’ammiraglia ma si limita al doveroso omaggio via Twitter e soprattutto le due ruote non condizionano più gli umori del paese come un tempo. Eppure la “remuntada” dello “Squalo” di Messina ci restituisce l’epica di quel ciclismo là: per 18 tappe brutta copia di se stesso, il portacolori dell’Astana ha infilato errori uno via l’altro (dallo scattino telefonato di Roccaraso alle sparate nervose delle Dolomiti) e vissuto giorni cupi con la testa che diceva una cosa e le gambe che ne facevano un’altra. Nelle ultime tre frazioni, con la forza di chi sa di avere comunque l’amore della gente dalla sua, Nibali ha fatto saltare il banco proprio per ripagarlo, quell’amore. Così facendo, è riuscito a ripagare anche se stesso, col bis rosa dopo il trionfo griffato 2013. Un’impresa che è uno spot senza eguali per la bicicletta e per lo sport in generale: non è mai finita, finché non è davvero finita.

Il vincitore morale del Giro resta però Steven Kruijswijk (coto 10), l’olandese pel di carota dal cognome storpiato dai giornalisti di mezzo mondo, praticamente disumano per 18 tappe e mezzo, prima di tuffarsi di testa nella neve durante la discesa del Colle dell’Agnello perdendo manubrio, maglia rosa, due costole e sogni. Avrebbe quanto meno meritato il podio, ma un tappone come quello di ieri col costato sbrindellato non consentiva miracoli. Fenomenale anche il colombiano dal sorriso a 32 denti Esteban Chaves (voto 9): imperiale sulle Dolomiti, ha stupito il suo (lieve) passaggio a vuoto sui colli francesi oltre i 2500 metri, lui che in terra sudamericana vive a quote ben superiori. Onore al merito anche all’Embatido Alejandro Valverde (voto 8), che al suo primo Giro a 36 anni si è preso il terzo posto e il successo nella tappa frizzantina di Andalo.

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La corsa rosa numero 99 consacra inoltre la Germania come potenza più arrembante delle pedivelle: ben sette i successi parziali teutonici, con le volate al tritolo di André Greipel (3 urrà, voto 8) e Marcel Kittel (2 sprint a bersaglio, voto 7) che in vista dell’iride “piatto” che si preannuncia a settembre fanno paura. Merita plausi anche Giacomo Nizzolo (voto 7), sprinter nostrano eterno piazzato e leader della classifica a punti per il secondo anno in fila, così come Diego Ulissi (voto 7), che con due tappe messe in cascina si conferma il migliore dei finisseur azzurri.

L’etichetta di “delusione” va al basco Mikel Landa (voto 4): lo scalatore del Team Sky doveva essere l’anti-Nibali, ma dopo poche tappe si è arreso a un virus intestinale. Meglio di lui il suo socio Mikel Nieve (voto 8), sultano dei gran premi della montagna in maglia azzurra con la chicca della vittoria nel tappone fiulano. Malino anche Rafal Majka (voto 5): il predestinato polacco va forte (5° nella generale), ma mai fortissimo. Respinto anche Domenico Pozzovivo (voto 4): il lucano “mignon” sembra arrivato un po’ al crepuscolo, e il 20° posto racconta una disfatta. Non è più lo stesso neppure Rigoberto Uran (voto 5), colombiano che nel biennio 2013-2014 è salito due volte sul podio: non va più a crono e in salita riesce solo a stare a ruota. Menzione finale per Michele Scarponi (voto 9): il gregario e compagno di stanza di Nibali ha corso un Giro clamoroso. Da capitano, in qualsiasi altro team, avrebbe potuto puntare a un piazzamento nei primi tre vista la condizione fisica stratosferica. Appuntamento al 2017.

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