Riccardo Riccò: "Con il doping mi sentivo invincibile. In realtà era solo un continuo giocare a guardie e ladri"

Riccardo Riccò ha voluto contribuire con la sua testimonianza all'inchiesta di Raffaella Calandra sul fenomeno del doping sempre più dilagante anche nei ciclo-amatori. Da un breve estratto della sua intervista si ascolta: "Ho iniziato a doparmi a 19 anni, appena entrato nel mondo dei dilettanti. Ho capito che era impossibile competere senza l'aiuto delle sostanze, vedevo arrivare davanti a me corridori che qualche mese prima mi erano dietro di un quarto d'ora. Bisognava adeguarsi al sistema, le squadre ne erano consapevoli, anzi organizzavano i programmi per dopare i corridori. Il doping era come la droga, -prosegue Riccardo Riccò- facilissimo da procurare. Fino agli anni 90 non c'erano controlli e i corridori si prendevano pure il veleno, dopo i medici trovavano sostanze sempre nuove e ci assicuravano che non saremmo stati scoperti. Mi sentivo invincibile, invulnerabile, un highlander. In realtà era tutto una grande menzogna, solo un giocare quotidianamente a guardie e ladri con la paura di essere scoperti. Alcuni l'hanno fatto franca, altri come me no".