Caso Froome, titoli di coda: ma ora si metta ordine nelle prescrizioni dei farmaci

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

Foto Facebook Giro d’Italia pagina ufficiale

Nove mesi per far dire alla WADA, l’Agenzia Mondiale Antidoping, che Chris Froome (e con lui il Team Sky) non ha commesso alcun illecito e comunicarlo ad una esterrefatta UCI, che si stava preparando per un’altra seccatura, ovvero le conseguenze della cacciata del britannico dal Tour perchè persona non gradita dall’ASO. In sintesi, questo è stato il famigerato caso Froome, del delitto perfetto che in realtà non si è mai consumato, del plurivincitore della Grande Boucle – capace di conquistare anche Giro e Vuelta – talmente forte da diventare il capro espiatorio di chi considera il ciclismo uno sport di dopati.

Chris Froome è innocente, non ha commesso reato, non si è inalato del Ventolin più del dovuto, la concentrazione del salbutamolo non era il doppio rispetto al consentito ma “solo” il 19% in più, quindi 1.190 ng/ml e non 2.000: nel frattempo il ciclismo è rimasto ostaggio di sospetti, recriminazioni, polemiche, ostilità più o meno aperte da parte degli altri corridori. Non è detto che questa storia abbia dei colpevoli, ma di sicuro dei vinti al di là dei vincitori: l’UCI e la Wada, ad esempio, escono con le ossa un po’ rotte da questo infinito procedimento, per non tacere dell’ASO.

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Le conseguenze del caso Froome

La Federazione, bisogna riconoscerlo, si è spesa ultimamente per mettere al bando i glucocorticoidi e il Tramadol, antidolorifico oppioide sintetico che fino a qualche tempo fa era consentito anche nello sport, per combattere dolori acuti o cronici e per l’induzione del rilascio della serotonina: una sostanza che pareva prendesse sempre più piede nel ciclismo con il suo status ambiguo di principio attivo tra il lecito e l’illecito, che lenisce ma crea dipendenza. Come diceva Paracelso, è la dose che fa il veleno. Proprio per questo UCI e WADA devono fare un passo in più e mettere definitivamente ordine alla prescrizioni di farmaci consentiti ma che oltre una certa soglia possono avere effetti sulla prestazione dell’atleta, e alla peggio essere pericolosi per la salute dello stesso. Il salbutamolo di per sé non fa andare più veloce il corridore, gli ossigena meglio il sangue o gli fa sopportare il dolore senza avvertirlo, ma era di pubblico dominio il fatto che il suo uso indiscriminato era considerato un illecito alla pari di una pratica non dopante. Per onore di cronaca, Froome non è mai stato definito positivo ad una sostanza vietata da nessun organo inquirente, ma semplicemente coinvolto in un risultato “non avverso”, che può suonare burocratese ma spiega il fatto che non ci siamo mai trovati di fronte ad un caso come quelli del medioevo del ciclismo, tra scandali Festina, Armstrong, CERA, EPO e chi più ne ha più ne metta.

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La questione che coinvolge il ciclismo oggi, capace di tutelarsi dal doping con strumenti come il passaporto biologico e così via, è più sottile e riguarda l’assunzione di farmaci consentiti. Il caso Froome non ha fatto chiarezza, anzi, ha reso tutto più ingarbugliato: scopriamo infatti grazie alla difesa messa in piedi da Sky, più efficace dell’avvocato Billy Flynn del musical Chicago (“Give ‘em an act with lots of flash in it / And the reaction will be passionate“, cantava in Razzle Dazzle), che la disidratazione può falsare i valori misurati della sostanza, rintracciabile così nelle urine in quantità superiori a quelle effettive. Vallo a spiegare a Diego Ulissi o ad Alessandro Petacchi, che finirono in un tritacarne simile, anche loro non negativi al salbutamolo (le cui squalifiche vennero poi ridimensionate): si crea adesso un precedente giurisdizionale che chissà, potrebbe avere un effetto domino anche sull’assunzione di altre sostanze lecite sino ad un certo dosaggio. Ecco perché bisogna mettere un punto fermo sulle prescrizioni, proseguendo sulla strada tracciata recentemente dall’UCI, e chiarire le priorità dell’antidoping oggi. Perché ci può essere sempre una zona grigia che si apre utilizzando medicinali che in determinate quantità possono influire nelle prestazioni degli atleti. Il caso Froome serva per mettere ordine ed evitare un liberi tutti con questo tipo di sostanze: il britannico del Team Sky è stato assolto, è sacrosanto rispettare la decisione della WADA e piantarla una buona volta di considerarlo dopato solo sulla base di sospetti, invidie ed illazioni. Ma i tempi sono maturi per mettere ordine negli armadietti dei medicinali a disposizione degli sportivi – e dei loro dirigenti.

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