La caduta di Nibali e quel castello di sabbia che è il Tour de France

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui

Vincenzo Nibali, per il siciliano si teme il ritiro dalla Grande Boucle. (Foto originale Getty Images © scelta da SuperNews)

Un castello di sabbia, un fiocco di neve, un cristallo di Boemia. Si potrebbe definire così il Tour de France, bello ed elegante quanto fragile all’alzarsi del vento, o se baciato dal sole. In grado di dissolversi proprio nel suo momento di massimo splendore, con tutti gli occhi del mondo puntati addosso dopo ore di attesa per assistere alla lotta su una delle sue salite simbolo, sulla tappa regina delle Alpi.

Come uno scalatore nel suo giorno peggiore, invece, il Tour è saltato in aria proprio sul più bello, dopo aver attaccato carico di speranze ma tradito da una condizione atletica che credeva essere migliore: il caldo gioca spesso un ruolo cruciale sulle strade di Francia, ma ancor di più sull’Alpe d’Huez sono i tifosi a fare la differenza. Una lunga onda di gente assiepata a bordo strada da giorni assieme ai loro camper colmi di viveri ma soprattutto di bevande “inebrianti”, la curva degli olandesi e poi le transenne, solo negli ultimi 4 km ed in ogni caso mal supportate dagli addetti alla sicurezza: sono l’anima del ciclismo i tifosi, inutile negarlo, coloro i quali danno vita a strade secolari e di natura silenziose, che quando passa il Tour de France riprendono vigore lasciando il passo alla leggenda.

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Una leggenda che Kruijswijk prova a riscrivere ispirato dal sogno della maglia gialla e da quei tifosi che parlano la sua stessa lingua pronti ad aspettarlo, prima di dover fare i conti con il vento contrario e i tanti chilometri divenuti acido lattico nella gambe, impedimento più forte di qualunque altro desiderio che però non ha potuto evitargli di conquistare il numero rosso di più combattivo del giorno, eroe in una giornata eroica che tuttavia, ahinoi, ancora una volta ha messo in luce la fragilità di una corsa che si autocelebra come la più grande ed importante al mondo, salvo poi rovinarsi con le proprie mani senza imparare mai la lezione.

I Classici la chiamavano hýbris, letteralmente tracotanza, superbia, orgoglio, intendendo “un accecamento mentale che impedisce all’uomo di riconoscere i propri limiti e di commisurare le proprie forze: chi ha ambizioni troppo elevate e osa oltrepassare il confine posto dagli Dei”. Per intenderci, peccarono di hýbris Ulisse ed Icaro pagandone le conseguenze con la propria vita.

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Stavolta (per l’ennesima volta) è stata invece la Grande Boucle a pagare il prezzo maggiore, ed insieme a lei i suoi incolpevoli protagonisti che hanno rischiato di dover abbandonare mesi di duro lavoro per colpe non proprie.
I primi segnali di cedimento si erano avvertiti già al km 6.5, quando un idiota (chiamarlo tifoso sarebbe logicamente improprio) con una spinta aveva provato a stendere Chris Froome, già in passato vittima di lanci di urine e gesti scellerati ben distanti dalla vera passione che spinge la gente a passare ore e ora in strada, solo per vivere pochi secondi di corsa e poter dire “io c’ero”.

Il colpo di grazia è così arrivato proprio in prossimità della zona transennata dove la gendermerie in motocicletta, senza tener conto degli spazi e dei corridori, si è concessa uno slalom tra bici e tifosi su di giri finendo con il rallentare la marcia dei corridori stessi, ma soprattutto provocando la caduta di Vincenzo Nibali (giudicata poi “incidente di corsa”): una scena vista in passato – sul Mont Ventoux 2016, nel giorno della Festa Nazionale – e che nessuno avrebbe voluto rivivere, ma che purtroppo non è servita da lezione agli organizzatori di una corsa che, ribadiamo ancora una volta, si considera ed è considerata da tutti la più grande al mondo.
Sarebbe bastato vedere la tappa dello Zoncolan di quest’anno al Giro oppure l’Angliru all’ultima Vuelta, dove nemmeno le strade strette avevano impedito agli addetti alla sicurezza di garantire l’incolumità dei ciclisti, annullando di fatto il rischio di falsare una gara che porta dietro sé mesi di metodico allenamento e di sacrifici che meriterebbero un finale migliore. Lo sanno bene i protagonisti che, in un momento delicato a pochi chilometri dall’arrivo di una tappa tiratissima, hanno avuto addirittura la lucidità di allinearsi ed attendere il rientro del capitano della Bahrain, prima che Bardet rompesse l’accordo scattando in faccia agli altri, ignaro di tutto.

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Ci sarà modo di rifarsi in vista dei Piranei, ma nel frattempo oggi l’immagine del Tour de France ne esce clamorosamente ridimensionata e con uno Squalo ferito, per davvero: si teme la frattura di una vertebra, con conseguente abbandono della corsa.

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