Fabio Jakobsen: “Spero di essere presente quando le corse riprenderanno a marzo, ma è più realistico che sia agosto”

Pubblicato il autore: Andrea Riva Segui


Una bella notizia per il mondo del ciclismo ma non solo, è stata quella odierna dove il ciclista olandese Fabio Jakobsen è tornato a parlare dopo il terribile incidente dello scorso 5 agosto durante la prima tappa del Giro di Polonia che gli poteva costare la vita. Ricordiamo che il velocista orange si era schiantato (travolto dal connazionale Groenewegen) contro le transenne a velocità altissima durante la volata per la vittoria di frazione e solo grazie al pronto intervento del compagno di squadra Florian Sénéchal al pari dottore della UAE Team Emirates Dirk Tenner i quali sono intervenuti tempestivamente negli attimi successivi alla sua caduta, è riuscito a salvarsi.

In una lunga intervista rilasciata al quotidiano olandese AD, Jakobsen ha parlato dell’incidente, di Groenewegen ,dei giorni difficili trascorsi in ospedale, della lunga riabilitazione e del suo ritorno alle gare per il 2021. Di seguito riportiamo i suoi pensieri.

Fabio Jakobsen, le sue parole

PRESENTE: “L’ordine è: prima riprendermi, poi ridiventare una persona normale, poi vedere se posso essere di nuovo un ciclista. Ora riesco a pedalare per due ore a giorni alterni. Tranquillo, al ritmo di un giro per il caffè. Non sono ancora scattato, ma ho di nuovo un programma e sono andato al ritiro con la squadra. Qualche settimana fa sono andato a fare un giro con alcuni compagni di squadra che sono venuti a trovarmi. Ha attraversato il polder forse a trenta chilometri all’ora, ma ero euforico. Mi sembrava di pedalare lungo gli Champs-Élysées nell’ultima tappa del Tour. Ho capito quanto amo la mia professione, quanto mi piace correre. I dottori e il mio allenatore non vogliono fissare una data per il mio ritorno. Ho attraversato il polder forse a trenta chilometri all’ora, ma ero euforico. Mi sembrava di pedalare lungo gli Champs-Élysées nell’ultima tappa del Tour. Spero segretamente di essere presente quando le corse riprenderanno a marzo, ma è più realistico che sia agosto. Quanto sarebbe bello se potessi davvero gareggiare un anno dopo la caduta?”

GROENEWEGEN:  “Non sono così illuminato da dire che Groenewegen non poteva farci niente. Ma soprattutto penso che sia un peccato. Per me, per lui, per le nostre squadre. Eravamo i due velocisti più veloci dei Paesi Bassi, eravamo tra i migliori velocisti del mondo. È stato così tutto l’anno: una volta ha vinto lui, l’altra volta ho vinto io. Saremmo andati entrambi al Giro. Avevamo iniziato una sfida che poteva durare molto a lungo. Non vedevo l’ora di misurarmi con lui. Trovo difficile capire perché l’ha fatto. Non mi ha visto? Ha rischiato troppo? Voleva vincere a tutti i costi? Sapeva anche lui che sarebbe stato un arrivo molto veloce, quali erano i rischi. Avrebbe dovuto pensare alle conseguenze. Siamo umani, non animali.  Questo è lo sport, non la guerra in cui tutto è permesso. Mi ha mandato un messaggio per chiedermi come stavo e gli ho risposto. Non molto tempo fa mi ha chiesto se potevamo vederci. Capisco che pesa anche sulla sua coscienza, che anche lui deve lasciarsi alle spalle quanto successo. Ma non sono ancora pronto. Voglio saperne un po’ di più sulla mia condizione, in termini di processo di recupero. Meglio sto, meglio è anche per lui“.

FUTURO: “Se tornerò al mio livello sarà tutto relativamente facile, ma cosa succederà se si scopre che non sarò più in grado di pedalare? Il mio attuale contratto con Deceuninck-QuickStep è valido fino alla fine del 2021.  Se non correrò più prima di allora, potrebbe essere un problema. Nessuno vuole un corridore zoppicante che non osa più. Non mi pagheranno uno stipendio perché pensano che sia patetico. C’è uno scenario in cui non sarò più un ciclista alla fine del prossimo anno e potrei andare a lavorare a turni in fabbrica. Non c’è niente di sbagliato in questo, ma si tratta di importi diversi e di una prospettiva diversa. Ecco perché non penso troppo alla leggera alle responsabilità. È una sorta di sicurezza per quando le cose non andranno più bene. Sarebbe molto strano se dovessi presto affrontare la miseria a causa di un’azione di qualcun altro e di circostanze che non ho creato io. Sono possibili anche altre soluzioni. Non so esattamente come o cosa. Mi piace molto lavorare alla Deceuninck-QuickStep e di certo non voglio andarmene. Ma forse alla Jumbo-Visma potrebbero dire: gli offriamo un contratto, indipendentemente da come e se ritornerà. Questo è anche un modo per assumersi la responsabilità. E se finirò in squadra con Dylan, potrà lanciare le volate per me, ahahaha“.

  •   
  •  
  •  
  •