Il mito di Marco Pantani, a 17 anni dalla scomparsa

Pubblicato il autore: Claudio Li Gotti Segui

Marco Pantani se n’è andato il giorno di San Valentino del 2004, lasciando tutti (compreso chi scrive) esterrefatti. Depressione, overdose, suicidio, parole che furono delle pugnalate per tutti gli appassionati di ciclismo.
Il Pirata, non è però mai scomparso nella memoria dei suoi (tantissimi) tifosi. Non c’è blog, pagina web, gruppo o associazione che non ricordi quasi ogni giorno le imprese del corridore romagnolo, tra i più grandi scalatori di tutti i tempi, se non il più grande.
Negli ultimi vent’anni abbiamo avuto campioni che hanno vinto molto più di lui in carriera (per esempio, un Bettini o un Nibali) ma Pantani rimane ugualmente il ciclista italiano più idolatrato dell’epoca contemporanea. Il suo caratteristico modo di interpretare le corse, attaccando quando la strada iniziava a salire, ha fatto avvicinare al mondo del ciclismo migliaia di italiani.
L’uomo “solo al comando”, come Coppi.
E proprio il Campionissimo è l’unico che può vantare un seguito post-mortem paragonabile. Guarda caso, il Giro d’Italia ha onorato entrambi: la Cima Coppi (vetta più alta del Giro) è stata affiancata dalla Montagna Pantani (salita più impegnativa dal 2004).

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La leggenda sul Galibier
Sono tante le imprese legate al nome di Marco Pantani, nell’arco di dieci anni di professionismo, ma una fra tutte è rimasta scolpita nell’immaginario collettivo.
E’ il Tour de France 1998 e si corre la quindicesima frazione, da Grenoble a Les Deux Alpes. Pantani alla partenza ha un ritardo di più di tre minuti dal campione in carica Jan Ullrich; sul Col du Galibier, sotto la pioggia ed il freddo gelido, scatta e fa il vuoto, arrivando da solo al traguardo. Ullrich pagherà quasi nove minuti all’arrivo e dovrà cedere la maglia gialla al Pirata che la porterà fino a Parigi, centrando la storica accoppiata Giro-Tour (l’ultimo a riuscirci dal 1998 ad oggi).

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