Esclusiva – Doping, parla il Dott. D’Ottavio: “Non tutte le esenzioni sono giustificabili, vi spiego perché. Il Doping genetico è la minaccia futura. E sui terreni di gioco…”

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui
Doping, parla in esclusiva su SuperNews il Dott. Dario D'Ottavio

Doping, parla in esclusiva per SuperNews il Dott. Dario D’Ottavio


Il fenomeno del doping continua, purtroppo, a rappresentare una minaccia per l’intero mondo dello sport, come dimostrano le notizie e gli scandali che minano pesantemente la credibilità di atleti, dirigenti e federazioni. Dopo la pubblicazione del rapporto McLaren che ha messo in luce un sistema fondato sul doping di Stato da parte della Russia, costato la partecipazione nell’atletica alle Olimpiadi di Rio, abbiamo assistito ad un crescendo rossiniano di scandali ed insinuazioni in un clima di sospetto globale: il mondo ha infatti scoperto (grazie alla rappresaglia di hacker russi contro la Wada) come vengono date agli sportivi di livello, con una certa facilità e disinvoltura, esenzioni per l’uso di medicinali altrimenti vietati, con tanto di nomi eccellenti (medagliati di Rio come la Biles, fenomeno in ascesa della ginnastica, oppure le sorelle Williams, senza dimenticare pure alcuni olimpionici azzurri). In precedenza ha fatto discutere il caso Sharapova, dispensata per l’utilizzo del farmaco a rischio doping Meldonium, ma anche le zone d’ombra dell’atletica africana, gli atleti giamaicani trovati positivi ai controlli e i laboratori della Wada, come quello brasiliano, chiusi perché inaffidabili. Inoltre, recentemente è scoppiata la grana Bradley Wiggins, il ciclista monumento dello sport britannico reo di aver saltato dei controlli e anche lui esentato per l’utilizzo di di un corticosteroide in odor di doping, e finito sotto inchiesta dall’antidoping del suo Paese assieme alla squadra per cui correva, il Team Sky. Infine, la figuraccia della norvegese Therese Johaug, leggenda dello sci di fondo caduta per una positività al clostebol, uno steroide anabolizzante.

Che ci sia un problema doping non lo scopriamo certo oggi, ovviamente: ma vista la gravità e la frequenza degli scandali degli ultimi tempi è giusto fare un po’ di chiarezza sul sistema delle esenzioni e sulle dimensioni del fenomeno. Ne abbiamo parlato perciò con una autorità nazionale dell’antidoping, ovvero il Dott. Dario D’Ottavio, biochimico clinico dal curriculum impressionante: referente del Consiglio Nazionale Chimici per il contrasto al doping, già membro della Commissione per la Vigilanza ed il controllo sul Doping e per la tutela della salute nelle attività sportive del Ministero della Salute; ha inoltre svolto attività di consulenza per le Procure della Repubblica di Firenze, Roma, Matera, Vicenza, Ferrara, Modena, per i Nas (fu protagonista del blitz che nel 2001 fermò a Sanremo il Giro d’Italia) e per l’operazione antidoping del 2003 conosciuta come Oil For Drugs.
Ecco cosa ci ha raccontato, non solo sul fenomeno doping ma anche sulla presunta pericolosità delle sostanze presenti nei terreni di gioco.

Dottor D’Ottavio, parliamo degli ultimi scandali internazionali legati al doping. Al di là delle implicazioni politiche e geopolitiche (non è questa la sede per affrontare il problema da questo punto di vista), colpisce come atleti di primo piano soffrano di patologie che per un profano dovrebbero inibire l’attività agonistica. Alla luce della sua profonda conoscenza della materia può essere considerato normale tutto ciò?

Premettiamo che sul meccanismo delle esenzioni bisognerebbe chiedere a chi predispone i regolamenti più che ad un tecnico dell’antidoping; tuttavia, proviamo a fare un ragionamento su casi pratici. Ad esempio , per patologie come l’asma da sforzo, per cui molti atleti hanno chiesto l’esenzione, essa potrebbe anche essere contemplata: quello che io generalmente non condivido è la deroga in questione possa essere autorizzata per sostanze che alterino le prestazioni. In caso contrario, l’esenzione potrebbe essere elargita.

A questo proposito mi vengono in mente casi di atleti a cui è stata data l’esenzione per l’assunzione di anfetamine…

Esatto, questi sono i casi più eclatanti secondo me. Non si può stabilire quanta anfetamina o quanto stimolante si possa dare per superare la malattia senza aumentare la prestazione del soggetto in condizioni normali, perché la somministrazione di una sostanza del genere,  per curare l’atleta, potrebbe avere come conseguenza il miglioramento delle sue prestazioni, ricavandone così vantaggi. Ecco perché personalmente non sono d’accordo sulla somministrazione di anfetamine o stimolanti vari. E’ una mia opinione. Bisognerebbe dire anche un’altra cosa.

Mi dica.

Dai documenti dagli hacker (il gruppo dei Fancy Bears che ha portato alla luce lo scandalo esenzioni nello sport di alto livello, Ndr), posto che siano attendibili ovviamente, pare che molti atleti inseriti in quelle liste soffrano di ADHD (Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, che include anche disturbi relative alle dissonnie). Se la frequenza nel mondo dello sport di questa patologia è superiore a quella nei soggetti cosiddetti normali, allora c’è qualcosa che non mi torna. Cosa dobbiamo pensare, che chi fa uno sport è quindi più esposto a questi disturbi o viceversa, chi soffre di questa malattia è più propenso a fare sport? Che lo sport può essere dannoso per la salute degli atleti? Sono supposizioni: a questo proposito bisognerebbe fare una indagine statistica sulla incidenza dell’ADHD sugli sportivi in rapporto a persone che non praticano attività agonistica.

Siamo il secondo Paese con il maggior numero di positività a livello olimpico: il Presidente del Coni Malagò ha affermato che ciò avviene anche perché i controlli sono serrati. Tuttavia si parla molto degli atleti professionisti ma quasi mai di dilettanti ed amatori. Eppure, secondo un’indagine del CONI di qualche anno fa gli atleti professionisti dell’atletica che si dopano sono lo 0,6%, ma i test del Ministero della Salute dimostrano come la percentuale tra gli amatori salga sino al 4%. Cosa ne pensa di questo fenomeno?

Il fenomeno tra gli amatori è diffuso, i dopati nel professionismo sono solo la punta dell’iceberg. E’ un problema che parte dalla radice, sin dagli amatori non agonisti che frequentano le palestre per mettersi in forma: in questo ultimo caso non è però corretto parlare di doping, ma siamo comunque di fronte ad un business non indifferente come dimostrano i casi di cronaca con i sequestri da parte delle forze dell’ordine. E’ un fenomeno secondario rispetto al traffico delle droghe ma comunque meritorio di una certa attenzione. Rispetto alle pratiche tra i professionisti, il rischio è persino più elevato: paradossalmente, i primi sono comunque seguiti da uno staff medico che tiene sotto controllo alcuni parametri (stabiliamo, fino a prova contraria, che il medico non partecipi all’attività dopante di un atleta che commette questo illecito). L’amatore, invece, è sostanzialmente libero di fare quello che vuole senza alcun controllo, il che aumenta la già alta pericolosità dell’assunzione di sostanze vietate.

C’è da dire però che le alte percentuali di positività tra amatori agonisti non sono da considerarsi doping consapevole, ma dovuto all’assunzione di farmaci di cui l’atleta in questione ignora la classificazione in medicinale dopante.

Il doping può essere anche letale?

Ci sono stati casi di atleti come Tommy Simpson (ciclista che morì per via del caldo e dell’assunzione di anfetamine durante l’ascesa al Mount Ventoux nella tappa del Tour de France del 1967, una delle prime vittime del doping, Ndr) o Knud Jensen (un altro ciclista che ebbe la peggio durante la cronosquadre olimpica di Roma 1960 a causa delle sostanze vietate). Queste le morti dirette; poi ci sono quelle indirette, perché non sappiamo i danni  causati nel tempo dall’assunzione di doping, anche perché ovviamente chi si dopa non lo racconta in giro, men che meno se ha una patologia riconducibile a questa pratica.

L’unico lavoro interessante e degno di nota viene dai ricercatori finlandesi che hanno appurato che la vita media dei sollevatori di pesi partecipanti ai campionati nazionali dal 1977 al 1982 e che facevano uso di steroidi era inferiore ai loro colleghi dello stesso sport che erano invece puliti.

A volte viene tirata in ballo la possibilità di legalizzare la pratica dopante. Ci può spiegare quali sono i rischi di questa soluzione?

Anzitutto, la legalizzazione del doping è la più grossa caz**ta (sic) che si possa sentire, e uso un termine così forte non a caso. Non tutti i fisici reagiscono nello stesso modo alla sollecitazione dei farmaci. Ad esempio, un tempo nel ciclismo i valori limite di ematocrito erano fissati a 50, limite tra l’altro molto alto; questo consentiva che i soggetti che si fermavano anche a 40 potevano tranquillamente doparsi senza che accadesse nulla. Oggi non esiste più un limite oggettivo di ematocrito, che viene messo in relazione ai valori individuali dell’atleta: ad esempio, un corridore nato ed abituato agli altipiani (come in Colombia) può avere di norma un valore pari a 48 – 50, un tempo prossimo alla soglia vietata. Se si legalizzasse il doping vincerebbe, a parità di caratteristiche, l’atleta con il miglior programma farmacologico e quindi quello più idoneo ad assumere il doping.

Una competizione tra medici e farmacisti insomma.

Esatto, come dire che la medaglia bisognerebbe darla al medico più che allo sportivo. La legalizzazione aumenterebbe i problemi connessi al doping, come se non fossero già adesso pochi.

Ciclismo e doping: ci si concentra molto sul ciclismo, ma – posta la trasversalità del fenomeno doping – ci sono sport ad altissimo rischio su cui però l’attenzione dell’opinione pubblica non si focalizza?

Il ciclismo si presta più degli altri perché è anche più facile da controllare: è più semplice fare controlli a sorpresa durante un grande giro piuttosto che in un partita di calcio. C’è da dire che il doping post gara non esiste più per via dei controlli, quindi è inutile assumere stimolanti che agiscono al momento ed influiscono sulla singola competizione.

Il doping parte a monte, come succede in particolare per le sostanze che agiscono sul sangue: quando uno sportivo non pulito si prepara le sacche di trasfusione a dicembre per poi utilizzarle a marzo, in quel caso la struttura sanguigna è irrintracciabile.

 Quali sono le nuove frontiere del doping?

Il doping sarà sempre all’avanguardia perché l’antidoping nasce come conseguenza; attualmente il campo si sta restringendo. Le nuove frontiere sono il genoma e le modifiche delle vie metaboliche, con molecole (alcune già in commercio) che andranno ad agire sul DNA e sul RNA, come l’Aicar + gw 50 15 16. Ci sono stati casi di atleti positivi a questo molecole che erano ancora in fase di sperimentazione fino a quando non è stata fermata per la loro pericolosità. La trasformazione e mutazione del DNA tra l’altro è una tecnica diffusa per la correzione delle malattie: potremo però arrivare ad un punto che, attraverso vettori virali che di solito si usano per la terapia genica, frammenti di DNA vengano aggiunti per produrre magari a livello endogeno ormoni che possono interessare alla prestazione dell’atleta come il testosterone, l’insulina e così via. A quel punto si avrebbe una produzione dopante naturale non assimilabile ad un farmaco esterno che costringerà la ricerca antidoping a ripartire da zero. (Per approfondire ulteriormente rimandiamo alla spiegazione dettagliata fornita dal Dott. D’Ottavio nel video qui di seguito)

Infine, un suo parere da chimico sui terreni di gioco, in particolare quelli calcistici: ultimamente una inchiesta di una tv olandese ha messo in luce la presunta pericolosità dei materiali sintetici di cui sono fatti i campi da gioco (i granuli che solitamente i giocatori si ritrovano anche tra i tacchetti delle scarpe da calcio, che pare esalino sostanze nocive). Lei cosa potrebbe dirci in merito?

Mi dimostrassero anzitutto che questi materiali sono pericolosi per la salute, ma attraverso però uno studio serio, perché alla fine tutto può essere cancerogeno. Dal momento in cui si capirà, ad esempio, che la percentuale di incidenza del cancro negli atleti che calpestano i campi sintetici è maggiore rispetto a quella di chi calpesta prati naturali, allora accetterò questa correlazione. Non credo alle chiacchiere, ma ai dati scientifici. Non ci sono dimostrazioni certe sulla tossicità né dei campi, né dei diserbanti utilizzati, e neppure sul rischio SLA nei calciatori.

A conclusione di questa intervista e per saperne di più, vi rimandiamo all’intervento del Dott. D’Ottavio in un convegno al Liceo Scientifico Roiti di Ferrara nel 2015 al link qui di seguito.

Il liceo Roiti contro il doping

 

 

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