Marco Amelia a SuperNews: “Carriera da allenatore? Mi serve ancora gavetta prima del grande salto”

Pubblicato il autore: VERONICA RUSSOMANDO Segui


Marco Amelia campione del mondo con la Nazionale nel 2006, ci racconta in esclusiva per SN come procede la sua carriera da allenatore. Classe 1982, Campione del mondo 2006 con la Nazionale Italiana, colonna portante tra i pali del Livorno dal 2004 al 2008, poi Palermo, Genoa e Milan. Quando sembravi vicino all’addio al calcio giocato arriva il Chelsea di Mourinho nella stagione 2015/2016 poi nel 2017 arriva la fine definitiva e l’inizio della nuova vita da allenatore.

La prima domanda vista la situazione di adesso è: come hai vissuto la quarantena?

Questo periodo di quarantena l’ho vissuto come tutti a casa, ho la fortuna di avere un giardino abbastanza grande quindi mi sono sentito un po’ più libero di muovermi, ho fatto giardinaggio e riuscivo spesso ad occupare le lunghe giornate.

Come si gestisce a livello fisico e mentale uno stop così per degli sportivi che fanno una programmazione mirata durante l’anno per essere performanti durante tutta la stagione? Si sono sballati tutti i piani di preparazione per la stagione che verrà?

La gestione fisica e mentale non è facile da gestire stando rinchiusi in casa con una condizione pandemica a livello mondiale, si deve sempre trovare il modo di riuscire a fare esercizio fisico di mantenimento per farsi poi trovare in condizioni decenti alla ripresa. Fortunatamente oggi la tecnologia ti da un grande aiuto per fare questo perché ti mette in contatto con i tuoi compagni di squadra e con i tuoi allenatori. Non credo che questo condizionerà la prossima stagione anzi creerà ancora più organizzazione per chi ha la responsabilità sulla salute fisica degli atleti.

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Ripercorrendo la tua carriera, da quando giocavi nelle giovanili della tua amata Roma che bilancio puoi fare della tua vita da calciatore? Qual è l’emozione più grande che ti ha regalato il calcio giocato e quale il maggior insegnamento?

Penso di essere più che soddisfatto della mia carriera. Ho avuto grandi soddisfazioni che hanno premiato gli enormi sacrifici fatti fin da quando ho iniziato nelle giovanili a Roma. La vittoria del mondiale è di sicuro la soddisfazione più grande, in tutti questi anni ho imparato che nel calcio non ti regala niente nessuno, ogni cosa te la devi sudare.

Veniamo ad oggi, oggi sei diventato un allenatore dal 2018 ed hai svolto già due stagioni come allenatore, come mai hai deciso di smettere e di iniziare questa nuova carriera?

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Negli ultimi anni in cui ho giocato ho sempre provato a ragionare da allenatore sapendo che prima o poi avrei dovuto smettere e volevo capire se questo potesse diventare un ruolo da indossare e fare mio. Anche gli allenatori che ho avuto mi hanno spinto a prendere questa strada e per questo quando ho avuto l’opportunità di andare a Coverciano a prendere il patentino, ho smesso e mi sono dedicato a questo, che spero possa essere il mio presente ma anche il mio futuro.

Un buon calciatore non per forza sarà un buon allenatore, quali sono le difficoltà maggiori quando si inizia ad allenare?

Non è facile svestire i panni di giocatore ed indossare subito quelli di allenatore, c’è tanta differenza, da giocatore devi pensare per te stesso e poi pensare di star bene in un gruppo insieme ad altri, da allenatore devi pensare a tutti i tuoi giocatori, tutti diversi, ognuno con le sue problematiche e le sue caratteristiche e devi cercare di metterli insieme affinché si crei l’empatia di squadra.

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Qual è la differenza più grande tra il Marco Amelia calciatore e il Marco Amelia allenatore?

Non so se c’è differenza in me stesso tra quando ero giocatore ed oggi, di sicuro ho in me la consapevolezza che sono due ruoli diversi e che i pensieri quotidiani sono completamente opposti rispetto a quando giocavo. Aver giocato, però, spesso mi aiuta oggi a capire i miei giocatori al meglio.

Quali sono i tuoi programmi adesso? Dove ti vedremo?

In queste settimane sto valutando le possibilità che ci sono per riprendere il mio percorso di crescita, questi per me sono anni in cui va fatta la “gavetta”. E’ un percorso obbligatorio che va fatto per essere poi pronti ad un eventuale salto di categoria a cui aspiro.

Grazie Marco per la tua disponibilità. 

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