Lucas Castroman a SuperNews: “L’addio alla Lazio? Una lite con Mancini. La mentalità il punto di forza della squadra di Inzaghi”

Pubblicato il autore: Francesca.Capone. Segui


SuperNews ha intervistato Lucas Castroman, ex giocatore della Lazio, divenuto celebre per il suo gol agli sgoccioli del secondo tempo nel derby del 2001 contro la Roma, partita che i biancocelesti perdevano per 2 a 0 e pareggiata in extremis proprio grazie a un tiro di Castroman. Il talento del Velez ha giocato nel 2003-2004 anche con la maglia dell’Udinese, in quella stagione allenata da Luciano Spalletti, nei confronti del quale l’argentino nutre grande stima. Infine, l’ex centrocampista ha commentato l’annata degli uomini di Simone Inzaghi nel campionato appena concluso.

Il tuo arrivo alla Lazio nel 2000 ha sancito l’inizio della tua esperienza nel calcio italiano. Come sei arrivato in biancoceleste?
Giocavo nella Serie A argentina da tre anni, nella squadra del Velez. Nel mio primo campionato, disputato a 17 anni, abbiamo vinto lo scudetto. In Argentina godevo già di una reputazione particolare. Poi, un giorno, Settembrini, procuratore anche di Simeone, mi contattò e mi disse che Eriksson, allora allenatore della Lazio, mi stava tenendo d’occhio, era interessato a portarmi in biancoceleste. Così, la dirigenza della Lazio fece un’offerta importante al Velez, e sia io sia la mia squadra l’abbiamo accettata. Per me si trattava di una bellissima sfida, in una grande squadra, una Lazio composta da campioni. Inoltre, in quel periodo il calcio italiano era quello più seguito, con calciatori di altissimo livello, che giocavano tutti nella propria nazionale. Giocare in Italia, nella Lazio, per me è stato motivo d’orgoglio e un’occasione di crescita. I miei compagni mi hanno insegnato tantissimo, calcisticamente e umanamente.

Sei ricordato per un gol decisivo segnato contro la Roma, in un derby in cui la Lazio perdeva 2 a 0 cinque minuti prima del tuo gol al 95esimo. Ci racconti di quell’incredibile rimonta?
Ero convinto che quella partita non l’avremmo persa, perché la Roma non stava giocando al massimo delle sue possibilità. Il pareggio sarebbe stato il risultato giusto, ma la sconfitta della Lazio no. Perdevamo 2 a 0, la partita stava per terminare. Io entrai nel 17esimo nel secondo tempo, con una grande carica. Ogni volta che mi capitava il pallone, puntavo la porta della Roma. Al 32esimo minuto, lo straordinario gol di Pavel Nedved ci ha dato la spinta decisiva per rimontare la gara. Cercavamo il rigore, l’occasione giusta per riacciuffare la Roma. Ci guadagnammo ben tre calci d’angolo consecutivi. In quel momento pensai: “Ma quando capitano tre corner di seguito, in una partita?”. Così, al secondo calcio d’angolo sprecato, decisi che il terzo non si poteva sbagliare, perché era l’ultima preziosa occasione per segnare. Mi capitò il pallone, tirai e segnai il gol del 2 a 2. Probabilmente, se replicassi quel tiro altre mille volte, andrebbe tutte le volte fuori, ma è andata così. Dio voleva scrivere questa storia per me e per la Lazio.

Perché sei andato via dalla Lazio?
C’è stato un problema con l’allenatore, Mancini, e con Cinquini, dirigente della società. Non c’è stata trasparenza nei miei confronti. Chiedevo spiegazioni a Mancini, e lui mi diceva di confrontarmi con la società. Cercavo di avere un confronto con la società, e mi veniva detto di parlare con l’allenatore. Ricordo che in quel periodo la Lazio doveva giocare contro il Benfica, per qualificarsi per la Uefa. Cesar aveva subìto un infortunio al ginocchio e Mancini, il giorno prima della partita, provava in campo un po’ tutti i giocatori a sua disposizione. Entrai in campo anche io, dopo un mese. Feci una grande partita. A fine match, mentre mi dirigevo verso lo spogliatoio, Mancini mi disse di tenermi pronto, perché avrei giocato io dal primo minuto contro il Benfica. Io gli risposi togliendomi la casacca e scaraventandogliela in faccia. Replicai che non avrei giocato, perché volevo essere trattato prima come uomo e solo dopo come calciatore. Lo rassicurai, dicendogli che me ne sarei andato dal club, perché non potevo più lavorare insieme a lui. Così, chiamai il mio procuratore e lo misi al corrente delle mie intenzioni: volevo andar via dalla Lazio. Ero ancora un ragazzo, avevo davanti a me ancora tante esperienze da fare, per questo motivo decisi di andarmene senza far troppo rumore, senza creare problemi, rimanendo con il miglior ricordo di questa società. Speravo di ritornare in biancoceleste in futuro, come calciatore o magari in altre vesti, da allenatore o da dirigente. Lasciai la Lazio a malincuore. Il Velez e i biancocelesti sono le due squadre del mio cuore, a cui sarò sempre riconoscente, quelle che mi hanno permesso di essere Lucas Martin Castro.

Ti sei dato una personale risposta a questa particolare circostanza della tua carriera?
Credo che nel calcio, soprattutto nel calciomercato, noi giocatori siamo numeri. Ricordo che io e Fabio Liverani avevamo deciso di accettare di andare all’Udinese. Tuttavia, Fabio ci ripensò, mentre io rimasi coinvolto nella trattativa. Avrebbero indossato la maglia dell’Udinese Jankulovski, Jorgensen, Pizarro, insieme a me e Liverani. Avvisai Mancini che sarei andato a giocare a Udine, dal momento che non ero un giocatore che rientrava nei suoi piani. Penso che sia stata una dinamica di mercato quella che mi portò via dalla Lazio, oltre l’influenza esercitata dalla discussione avuta con l’allenatore. Tuttavia, ho imparato tanto anche in questa circostanza. Sono sicuro che, semmai dovessi ricoprire il ruolo di allenatore o di dirigente di una squadra, sarò chiaro, trasparente e diretto con i miei giocatori.

Nel 2003 sei stato mandato in prestito all’Udinese, squadra con cui hai totalizzato 20 presenze e 1 gol, messo a segno proprio contro i biancocelesti. Cosa ti rimane dell’esperienza vissuta a Udine?
Udine è stata un’esperienza fantastica. In quella stagione ci qualificammo in Coppa Uefa, una competizione che l’Udinese non giocava da tantissimi anni. Inoltre, ero allenato da una grandissima persona, Luciano Spalletti. Grazie a lui ho ritrovato energia e motivazione. Luciano mi disse, fin da subito, che non era sicuro che avrei giocato, ma che sicuramente avrebbe ripagato i miei sforzi. Ho apprezzato tanto le sue parole e la sua sincerità, ho imparato moltissime cose grazie a mister Spalletti. E’ davvero una persona eccezionale e un grande tecnico . Mi fa sempre tanto piacere ricordare il periodo in cui ero un suo giocatore.

Tu sei sudamericano, e il nostro campionato pullula di campioni sudamericani. C’è un giocatore in particolare della tua nazionalità che calcisticamente ti colpisce di più?
Nessuno in particolare. Se questi calciatori giocano o hanno giocato nel calcio italiano, nella Premier League o nella Liga, significa che sono tutti dei veri campioni. Nessuno arriva a giocare in questi campionati per caso. Sono i migliori professionisti, i migliori del nostro paese. Veron, Crespo, Almeyda, Simeone, Sensini sono tutti campioni che sono stati per anni in Serie A e che hanno espresso grande professionalità.

Cosa significa per te indossare la maglia del Velez, la squadra con cui hai iniziato e con cui hai finito?
Il Velez è stato il mio primo amore, la squadra in cui sono cresciuto. Indossare la maglia di questo club è un onore per me, così come aver indossato la maglia biancoceleste e quella della nazionale argentina. Sono tre maglie che hanno un valore particolare per me.

Qual è la marcia in più della Lazio di Simone Inzaghi? Avrebbe meritato una posizione in classifica diversa?
Sicuramente sì, ma questo è il calcio. Ci sono partite che non vengono giocate al massimo delle proprie possibilità che possono rovinarti un intero campionato. La Lazio è davvero una squadra bellissima, guidata da un uomo come Simone Inzaghi, mio ex compagno di squadra, che ci ha messo tutto se stesso per arrivare a questi livelli. Credo che il punto di forza di questa squadra sia la mentalità: tutti i suoi giocatori sono pronti e motivati, anche coloro che siedono in panchina. La qualità della squadra non subisce cambiamenti se un giocatore viene sostituito con un altro. Sono tutti sempre molto carichi e motivati, e credo che questa forza mentale sia soprattutto opera di Inzaghi. Spesso ho visto Simone esultare in tribuna, correre da una porta all’altra, essere sempre emotivamente coinvolto nelle partite. Mi ha fatto sorridere. In fondo, il calcio è simile alle montagne russe: un continuo su e giù di emozioni.

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