Antonio Filippini a SuperNews: “Una missione difendere i colori del Brescia. Con Mazzone un rapporto speciale. La partita indimenticabile? Brescia-Bologna 3-0”

Pubblicato il autore: Rudy Galetti Segui

SuperNews ha avuto il piacere di intervistare Antonio Filippini, ex centrocampista, tra le altre, di Brescia, Palermo, Lazio e Livorno. 11 stagioni di Serie A, oltre 300 presenze nella massima serie e ben 4 campionati di Serie B vinti con 3 squadre diverse. Insieme a lui abbiamo ripercorso le tappe più importanti della sua lunga carriera, ricca di aneddoti inediti.

Prima esperienza da professionista all’Ospitaletto in C2 a soli 19 anni, dove vivi anche, nel 1994, la gioia della promozione in C1. Come ricordi quegli esordi?
È stata la mia prima esperienza calcistica in un campionato professionistico. Il primo periodo è stato complicato per l’adattamento alla categoria poi, con l’aiuto della società e dei miei compagni, le cose andarono decisamente meglio. Ricordo che la vittoria del campionato di C2 fu il coronamento di quel percorso che mi valse anche il passaggio al Brescia.

Nell’estate del 1995 torni appunto a Brescia, in serie B, dopo essere cresciuto nelle giovanili. Cosa ha significato per te difendere i colori “di casa”?
Giocare e difendere i colori del Brescia ha rappresentato il realizzarsi di un sogno. Da bresciano, volevo difendere un’intera città: per me era una missione. Provavo questa sensazione ogni volta che scendevo in campo contro le squadre avversarie, contro le altre città.

Dopo 2 anni di Serie B, festeggiate la promozione in A nell’estate 1997 e tu esordisci nella massima serie a San Siro contro l’Inter. Le emozioni di quella giornata?
Esordire a S. Siro davanti ad 80 mila persone, contro l’Inter di Ronaldo e con la maglia del Brescia addosso, è stata una bellissima emozione. Prima della partita ero eccitato, concentrato ed intimorito, ma al fischio dell’arbitro tutto è sparito ed è subentrata la voglia di fare un risultato storico.

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Hai trascorso 9 stagioni a Brescia, di cui 5 in Serie A. Qual è il momento che non ti dimenticherai mai di quegli anni? E l’allenatore con cui avevi un feeling particolare?
Con Mazzone avevo costruito un rapporto speciale. Era carismatico e preparato, era il papà di tutti: ci ha insegnato ad essere dei calciatori veri. La partita che ricordo e che mi ha dato tantissimo dal punto di vista emozionale è stata Brescia-Bologna. Era l’ultima giornata del campionato 2001/02, dovevamo vincere a tutti i costi per evitare la retrocessione: è finita 3-0 per noi e al triplice fischio fu un trionfo condito da lacrime di gioia.

Il 6 novembre 2002 per la prima volta affronti da avversario tuo fratello gemello Emanuele, in Brescia-Parma? Com’è stato quel momento? E in generale, cos’ha significato per te passare insieme a lui gran parte della carriera calcistica?
Giocare insieme ad Emanuele è stato al tempo stesso un sostegno e uno stimolo quotidiano. Eravamo molto competitivi, cercavamo di superarci ogni giorno e questo ci ha permesso di migliorarci costantemente. Anche quando ci siamo affrontati da avversari abbiamo provato le stesse sensazioni, accompagnate da qualche risata e da qualche “legnata” positiva. È stato bellissimo.

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Nel gennaio 2004 passi al Palermo, dove trascorri 6 mesi, aiutando i siciliani a tornare in Serie A dopo 32 anni. Come mai la decisione di passare in rosanero?
Mi voleva mister Baldini che mi aveva allenato a Brescia. Io sentivo il bisogno di provare un’esperienza lontano da casa e Palermo mi dava la possibilità di vincere un altro campionato, quello di Serie B, cosa che poi è avvenuta al termine della stagione.

Nel 2004-05 arrivi alla Lazio del neo presidente Lotito. Come ricordi quell’anno trascorso in biancoceleste?
Ero contentissimo perché andavo a giocare in una grande squadra. È stato un anno bello, travagliato ma entusiasmante. La vittoria nel derby contro la Roma (ndr 3-1, 6 gennaio 2005) è stata la classica ciliegina sulla torta. Sarei rimasto volentieri, ma ero arrivato in prestito secco dal Palermo.

Nell’estate del 2006 approdi per 4 anni al Livorno, squadra che hai anche ritrovato in panchina. Com’è il tuo rapporto con la città toscana?
Considero Livorno come la mia seconda casa perché, dopo il Brescia, è la squadra dove ho militato di più. Giocare all’Armando Picchi, davanti al popolo livornese, era sempre motivante ed emozionante. Ho vissuto quel clima anche da allenatore: l’esperienza è stata difficile, ma positiva.

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Nel 2010-11 chiudi la carriera da calciatore a casa tua, al Brescia. Cos’ha significato poter concludere il tuo percorso da giocatore dove tutto è iniziato?
Avevo il desiderio di chiudere la carriera nel Brescia e ci sono riuscito: un altro sogno realizzato. Da bresciano, completare il mio percorso calcistico davanti ai tifosi biancoazzurri ha rappresentato la conclusione perfetta.

Attualmente quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?
Ora sono un allenatore e aspetto la chiamata di una squadra con un unico obiettivo: fare meglio rispetto alla mia carriera da giocatore.

Ripensando a tutta la tua carriera, qual è la partita che vorresti rigiocare?
Vorrei rigiocare la doppia sfida Brescia-PSG, finale Intertoto del 2001. Abbiamo fatto due pareggi, 0-0 a Parigi ed 1-1 a Brescia: purtroppo, con il gol subito in trasferta, perdemmo lo scontro e non andammo in Coppa UEFA. Sarebbe stata una qualificazione storica per il Brescia, un vero peccato.

Un’ultima domanda d’obbligo: il giocatore più forte con cui hai giocato?
Baggio, il più forte di tutti.

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