Sonny Colbrelli a SuperNews: “Parigi-Roubaix corsa durissima, grande emozione riportarla in Italia dopo più di 20 anni. I 25 km del Benelux Tour interminabili, i più difficili di questi ultimi anni”

Pubblicato il autore: Francesca.Capone. Segui

Il 2021 è decisamente il suo anno: campionato italiano di Imola, europeo di Trento, Parigi-Roubaix e Benelux Tour. Sì, stiamo parlando di Sonny Colbrelli, ciclista classe 1990 del team Bahrain Victorious. Professionista dal 2012, “Il Cobra” di Desenzano del Garda sta regalando al ciclismo italiano storici traguardi: con il suo epico trionfo nella Parigi-Roubaix l’Italia torna a vincere a 22 anni di distanza dall’ultimo successo di Andrea Tafi. Primo italiano a trionfare nella corsa a tappe del Benelux Tour, in carriera ha conseguito anche altri importanti successi, come quello della Freccia del Brabante nel 2017, il Gran Piemonte 2018 e diverse altre classiche del calendario italiano. SuperNews ha avuto il piacere di intervistarlo.

 

Sonny, il 2021 è il tuo anno. Tra i tanti successi, vinci il campionato italiano di ciclismo professionisti elite su strada a Imola, lasciandoti alle spalle Masnada e Zoccarato. E’ un traguardo arrivato grazie all’ottimo stato di forma già emerso al Giro del Delfinato?
Sì, sicuramente. Prima del campionato italiano c’è stato il Delfinato, ma mi ero preparato anche precedentemente, con due settimane passate in altura. Poi, dopo 5-6 giorni, sono andato diretto al Delfinato, e successivamente a Livigno per altri 12 giorni. Diciamo che questo campionato italiano è stato costruito lì, ma non avevo la certezza di poter fare risultato, perché io mi ero preparato per il Tour de France. Sapevo che sarebbe stato un campionato duro per le mie caratteristiche e che, se fossi stato nella condizione del Delfinato, avrei potuto ben figurare.

Il 3 ottobre scorso vinci una storica Classica in linea, la Parigi-Roubaix: 258 km di percorso, 55 dei quali sul pavè. Le condizioni climatiche non sono state favorevoli, pioggia e fango hanno complicato la prestazione di tutti i ciclisti . Quanto è stata difficile questa corsa, da un punto di vista tecnico?
La Parigi-Roubaix è una delle corse più dure del calendario internazionale per noi corridori. E’ complessa con il meteo favorevole, figuriamoci correrla con la pioggia e il fango che abbiamo visto in quest’ultima edizione. Per me è stato molto difficile, prima di tutto perché si trattava della mia prima Parigi-Roubaix, e poi per le condizioni climatiche che ho incontrato. Non ho corso come Van Aert e Van Der Poel, che praticano anche ciclocross e mountain bike, ma per me è stata dura soprattutto dal punto di vista mentale: bisognava trovare sempre la giusta traiettoria, la giusta scia e tentare di non incappare in un problema meccanico o in una caduta.

Con la Parigi-Roubaix l’Italia torna a vincere a 22 anni di distanza dall’ultimo successo di Andrea Tafi in maglia Mapei. Cosa si prova a riuscire in un’impresa del genere? In cuor tuo, sentivi che avresti fatto un buon risultato o addirittura trionfato in questa gara?
Riportare la Parigi-Roubaix in Italia dopo più di 20 anni è una grande emozione. Sono molto fiero, è importante per me, perché vuol dire che il ciclismo italiano non è morto. Ci vuole pazienza, puntiamo tanto sui nostri giovani. Io l’ho vinta a 31 anni, non sono più così giovane, ma per me questa vittoria è il punto di forza dal quale ripartire. Negli ultimi anni Nibali ha vinto la Milano-Sanremo, Bettiol ha vinto il Fiandre, Ganna si è laureato campione del mondo e olimpico, e questo dimostra che il ciclismo italiano sta vivendo un grande momento. 

In questa Parigi-Roubaix hai trionfato sui grandi favoriti, Van der Poel e Van Aert, i due ciclisti che hanno sconvolto il panorama internazionale con le loro vittorie clamorose. Quanto è significativo e motivazionale questo per te?
Io li seguivo entrambi già tanti anni fa. Li ho sempre ammirati per le grandi imprese che hanno realizzato e per il loro praticare tutte e tre le discipline: Van Der Poel faceva mountain bike, ciclocross e strada, mentre Van Aert ciclocross e strada. Al Tour de France abbiamo visto tutti quello che ha fatto il belga: ha vinto la crono, la tappa del doppio Mont Ventoux e poi anche la volata a Parigi. Sono entrambi due astri nascenti del ciclismo, e per questo essere riuscito a batterli in questa Parigi-Roubaix per me è una grande emozione.

Gianni Moscon, nella stessa corsa, era riuscito a mettere le fondamenta di una grande azione solitaria,  ma è stato ostacolato prima da una foratura e poi da una caduta che lo hanno condizionato nel momento decisivo della corsa, chiusa al quarto posto. Hai avuto modo di parlare con Moscon? Non deve essere semplice accettare un imprevisto del genere in quel determinato momento della gara…
Ho sentito Gianni dopo la corsa, con lui ho un bellissimo rapporto. Mi è dispiaciuto molto, non lo nego. Bisogna essere realisti: quel giorno Gianni meritava quella corsa più di chiunque altro, perché è sempre rimasto con la testa del gruppo. Purtroppo, a causa della foratura e della caduta non è più riuscito a trovare il giusto feeling con la Parigi-Roubaix. E’ davvero un peccato, perché poteva giocarsi una grandissima corsa. Tuttavia, Gianni è ancora tanto giovane e sicuramente sentiremo parlare di lui nelle prossime edizioni della Parigi-Roubaix, perché si addice tanto alle sue caratteristiche e farà senz’altro bene.

Sei stato protagonista anche di un numero eccezionale nella sesta tappa del Benelux Tour: nella Ottignies-Louvain-la-Neuve-Houffalize di 207,6 km hai dato spettacolo con una fuga solitaria di 25 km, che ti ha permesso di conquistare la tappa e la maglia di leader. Qual è stato il momento più duro della gara?
Sì, quel giorno ho provato con questa azione, mai intrapresa prima singolarmente, e quelli sono stati i 25 km più duri che ho corso in questi anni, perché c’era un gruppo di corridori di altissimo livello e sapevo di non dover mollare fino alla fine. Sono stati 25 km interminabili per me, anche perché il percorso non era pianeggiante, ma era fatto di tanti sali e scendi che mi costringevano a spingere sia in salita che in discesa.

Sagan, Valverde, Ewan, Trentin e Nizzolo sono solo alcuni dei tuoi avversari storici, cui si sono aggiunti di recente i vari Van der Poel, Van Aert ed Evenepoel. Con il belga della Deceuninck ci sono state un po’ di discussioni nel corso del campionato europeo. Ti chiedo: che tipo di rapporto c’è tra voi veterani con questi giovani ciclisti? E come interpreti l’atteggiamento di alcuni di loro in alcune fasi della corsa?
Sono giovani emergenti, hanno voglia di fare e strafare. Li capisco, ero così anche io. Certo, io non ho vinto quanto loro in questo pochissimo tempo, ma rientra tutto nella norma, hanno ancora tanto da imparare. Sono dei fuoriclasse, sono dei talenti, ma a volte il carattere così impulsivo porta loro a fare dei piccoli errori. Sicuramente, con il passare del tempo, questo cambierà e andrà tutto a loro favore.

Negli anni hai dimostrato non solo una crescita costante, ma anche di uscire fuori soprattutto nella seconda parte della stagione. In questo 2021 hai colto l’occasione della Roubaix in autunno per vincere meravigliosamente la Classica per eccellenza. Si spera che il prossimo anno tutto tornerà alla sua tradizionale collocazione, e dunque anche la Roubaix, corsa cui sicuramente non mancherai. Dal momento che arriverà giusto qualche settimana prima della Milano-Sanremo, gara in cui tu potresti avere veramente pochi rivali, pensi di fare una preparazione specifica per farti trovare questa volta al 100% della forma in primavera anziché in autunno?
Sì, questo sarà il mio grande obiettivo: confermare il grandissimo finale di stagione di quest’anno. Dopodiché, mi concentrerò nell’arrivare alle Classiche con la mia condizione fisica attuale, a partire dalla Milano-Sanremo.

Oltre a provare a fare bene nelle gare di un giorno, parteciperai molto probabilmente a un Grande Giro come velocista di punta della tua squadra. Quale sarebbe il tuo traguardo ideale per la vittoria di una tappa in un Grande Giro?
Nelle volate di gruppo faccio fatica a prendere posizioni, ma se venisse fuori uno sprint caotico con un po’ di curve potrei dire la mia. Per me l’ideale sarebbe arrivare con 40-50 corridori e batterli in volata.

Lo scorso 12 settembre trionfi anche a Trento, laureandoti campione europeo. Qual è il ricordo più vivido e significativo che hai di quella vittoria?
Il grande supporto del pubblico, perché sembrava davvero di essere ad un Mondiale. Ad ogni giro, i tifosi ci hanno fatto sentire il loro calore. Inoltre, ci ho messo tutta la mia grinta per non mollare su Evenepoel, che quel giorno andava fortissimo.

In passato hai avuto un rapporto particolare con il tuo peso. Cosa è scattato in te per ritrovare la forma e la volontà di seguire una dieta sana?
Mi sono accorto che quando facevo i Grandi Giri perdevo due chili, a volte anche di più. Mi vedevo sempre meglio, e allora mi sono chiesto perché non provare a ridurre il peso prima di un Grande Giro o di un appuntamento importante. Così, quest’anno sono partito in forma. Prima del Tour de France ho fatto un lavoro in altura grazie al quale ho perso un po’ di peso, e questo ha avuto un ruolo fondamentale nel raggiungimento dei miei successi.

In che modo le tue origini e la tua esperienza in fabbrica hanno contribuito ai tuoi successi?
Ha contribuito tanto, perché nei momenti di sconforto, quelli in cui i risultati non arrivano nonostante il grande impegno, sai cosa vuol dire gettare la spugna e andare a lavorare. So cosa significa svegliarsi alle 5 di mattina e timbrare il cartellino, ed è proprio in quel momento che ti viene la voglia di impegnarti al 100%, di dare il tuo massimo e di fare ciò che più ti piace: andare in bicicletta.

Obiettivi e piani futuri alla luce di questi grandissimi traguardi?
Il mio obiettivo è quello di confermare la grandissima stagione di quest’anno, a partire dalla Milano-Sanremo, per poi concentrarmi sul Fiandre, sull’Amstel e sulla Parigi-Roubaix. Cercherò in tutti i modi di ritrovare e mantenere la condizione di questo fine anno.

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