Tennis, Serena Williams e il coaching della discordia:basta ipocrisie, giusto consentirlo

Pubblicato il autore: Armando Cheula Segui

Serena Williams – Foto Getty Images© selezionata da SuperNews

Non solo agli occhi dei più attenti appassionati ma anche semplicemente alle orecchie dei meno curiosi è per forza giunto quanto accaduto ieri nella bolgia dell’Arena intitolata al sempre più compianto Artur Ashe. Prima di ripercorrere insieme le fasi concitate e (non) decisive di una gara che già aveva preso una piega avversa alla tennista di casa, ci si vuole avvalere per dipanare la matassa di un sillogismo dal sapore vagamente aristotelico.

Premessa maggiore: è stato riconosciuto unanimemente che la posta in palio ieri era altissima; il contesto, la finale di un torneo del Grande Slam e la cornice di pubblico, spalti gremiti da 25 mila spettatori la cui compostezza e sportività non vi è pericolo si tramandi ai posteri, il comparto dei media accreditati, quello delle radiotelevisioni, e i flash accecanti dei fotografi a comporre un turbinio di luci e suoni di famelica adrenalina.
Premessa minore: il cosidetto “dietro le quinte” fatto di allenamenti quotidiani profusi dalle nostre energiche eroine con l’aiuto delle più raffinate tecniche di mental coaching e dalle più raffinate in termini di scienze dell’alimentazione in un effluvio di concentrati di pillole e beveroni legittimamente consentiti.
Conclusione: tale la mole di elementi potenzialmente dannosi anche per una tennista, seppur la più titolata del circuito, che non dovrebbe accusare la benchè minima desuetudine a calcare palcoscenici simili: giusto per non dimenticare, si trattava per Serena Williams della 31esima(!) finale Slam.
Tensioni che non si sono minimamente  allentate neanche dopo la conclusione della sfida che, è giusto ricordarlo, ha visto la giapponese Osaka prevalere nettamente sulla pluridecorata americana.
Polemiche che hanno coinvolto anche la designazione del giudice di sedia: in molti hanno suggerito che si sarebbe potuto preferire un arbitro donna proveniente da un paese con una cultura tennistica proporzionalmente commisurata all’evento piuttosto che ripiegare su una figura maschile originaria di un paese tennisticamente arretrato come quello di Carlos Ramos, peraltro ritenuto un chair umpire di indiscutibile valore e di comprovata esperienza.
Ma rileggiamo in sintesi quanto accaduto ieri.

Dopo aver perso malamente il primo set (6/2), Serena, non si è disunita e ha mantenuto senza apparente difficoltà (a 15)  il delicato primo game del secondo; la ventenne giapponesina non si è lasciata intimorire, mantenendo il proprio servizio, imitata a ruota dall’americana padrona di casa che si è poi prodigata nell’allungo, facendo presagire ai più che l’inerzia della gara potesse aver compiuto il giro inverso. Non è stato così: la sfidante made in Japan ha strappato il servizio alla statunitense che ha perso le staffe e, in un impeto di rabbia, sfracellato la racchetta a terra. In preda alla trance agonistica, la vincitrice di 23 slam, ha compreso il penalty point subìto in differita, quando l’avversaria ha vinto il primo punto del sesto game: a quel punto il punteggio recitava 30 a 0 a danno dell’inconsapevole ex numero uno del mondo.
Il psicodramma si è allora consumato in tutta la sua brutalità: la 36enne si è avvicinata incredula al giudice di sedia. Incredulità che presto ha lasciato campo ad una rabbia incontrollabile quando il chair umpire ha replicato forse in maniera troppo neutrale di aver semplicemente applicato indefessamente il regolamento: ha perciò spiegato alla campionessa che schiumava rabbia che la conseguenza del warning affibiato per coaching durante il primo set, la cui bontà della chiamata era stata peraltro confermata in coda al match, via twitter, dal suo stesso allenatore, Patrick Moratoglou, non poteva che essere l’inflizione di una seconda ammonizione che avrebbe comportato la perdita di un punto, fattispecie che si era appena verificata con la veemente rottura della racchetta operata dalla statunitense ormai fuori di sè.
L’avversaria ha poi approfittato dello stato confusionale dell’americana e ha dapprima impattato il set sul 3 a 3, operando poi il break su una avversaria in evidente stato di shock. All’ennesimo cambio campo, Serena, riavvicinandosi al giudice di sedia, ha rincarato la dose e oltrepassando il limite consentito, gli ha candidamente dato del “ladro”. A quel punto, Carlos Ramos non ha potuto che applicare una seconda volta il regolamento: già inflitto un penalty point, ha sanzionato la campionessa a stelle e strisce con un penalty-game.
Il match si è poi risolto nel giro di pochi minuti a favore della baby giapponesina, compromettendo anche il cerimoniale di chiusura che per i puristi del tennis è apparso probabilmente più sacrilego in sè delle già discutibili gesta compiute pochi istanti prima.

Affidiamoci, a questo punto, alle sacre scritture.
Da regolamento, l’articolo 30 della Federazione Internazionale di Tennis è quello che codifica il coaching.
Il dispositivo spiega cosa si intende per  coaching :”il comunicare, consigliare o istruire in qualunque maniera o con qualunque mezzo” e chiarisce che è consentito nelle manifestazione a squadra in cui c’è un capitano di squadra seduto in campo, ossia Coppa Davis, Fed Cup e Hopman Cup. L’ITF è sfortunatamente anche l’organismo internazionale responsabile dei tornei del Grande Slam. Il coaching è quindi una pratica che seppur diffusa e abusata da numerosi allenatori (molti di essi l’hanno bollata come regola insensata e in quanto ipocrita, spesso aggirata) è assolutamente vietata e bandita nei 4 tornei dello slam in ogni match maschile e femminile di singolare.

Curioso come in un’epoca in cui si tende a spettacolarizzare ogni evento sportivo, e curare ogni aspetto vivisezionato grazie all’ausilio anche e sopratutto di nuove figure professionali, si voglia lasciare il tennista nella sua atavica solitudine impedendogli di ricorrere alle cure “psicologiche” del proprio coach per ribaltare l’esito di una gara che è spesso per intensità emotiva non dissimile ad una partita di scacchi. Lì lo scacchista ha un timer per riflettere e metabolizzare la strategia adottata. In questo caso perchè privarlo della possibilità di ricorrere ai suggerimenti di un mental coach? Roger Federer è intervenuto al riguardo esprimendosi in termini non troppo lusinghieri, affermando che la vista di un tennista vìs a vìs con il proprio coach provocherebbe un effetto a sua detta distorsivo della realtà: ne risulterebbe in mondovisione un atleta fragile, inadeguato e finito, incapace di trovare da sè i mezzi per “aprire la scatola” avversaria. La figura del tennista ne uscirebbe ridimensionata e notevolmente compromessa. Non più quella di un semiDio solitario in grado in totale autonomia di rovesciare le sorti di un Fato avverso. Si potrebbe ovviare a simili effetti adottando accorgimenti particolari: nella fattispecie, non far scendere il coach dalle tribune che potrebbe lasciar supporre una emergenza ma semplicemente far avvicinare il tennista dal campo ai piedi del box azionando un timer in modo che sia consentito come se si fruisse delle lecite chiamate per l’hawk-eye e per aumentare lo spettacolo consentirlo in qualsiasi frangente e non necessariamente a game finiti. Ne aumenterebbe il pathos, l’evento ne acquisirebbe in empatia senza avere ripercussioni nè sull’immagine degli atleti nè sui contratti con gli sponsor.

E’ ovvio di come poi il ruolo del  chair umpire oggigiorno e il tète a tète tra Kyrgios e il giudice di sedia Lahyani, in questo senso ne ha amplificato le implicazioni, sia da rivedere non tanto nell’applicazione in senso stretto dei regolamenti, che appare già un aspetto metabolizzato, quanto nella gestione in senso ampio della gara: il giudice di sedia, in un evento ormai coperto e trasmesso in ogni centimetro da una regia munita delle più sofisticate telecamere, deve mostrarsi fine psicologo e profondo cultore e conoscitore di ogni tipo di manierismo, saper “leggere” le diverse fasi di una partita che si compone di mille partite al suo interno deve diventare infatti una prerogativa di cui ogni buon ufficiale di gara deve per forza impadronirsi. Una dote da riconoscersi a quelli che ti guardano “dall’alto in basso”.

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