Italia fuori dai Mondiali, il giorno dopo: cambierà tutto perché nulla cambi davvero

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

Italia fuori dai Mondiali
Il giorno dopo il verdetto di San Siro che ha condannato l’Italia fuori dai Mondiali possiamo iniziare a ragionare a mente fredda sulla portata e le conseguenze di una esclusione così umiliante, a sessant’anni dall’unica volta in cui la Nazionale non è riuscita a qualificarsi per la fase finale di un Mondiale di Calcio. Ovviamente è partita la processione dei flagellanti (pochi, ad essere sinceri) e dei flagellatori (quasi tutta Italia), di coloro che lo avevano detto e previsto da mesi, che vogliono la testa di tutta la FIGC trincerata nel frattempo in un doloroso silenzio, che Ventura per carità! era un tecnico da provincia inadatto ai palcoscenici internazionali, che la squadra non vale un tubo, che gli svedesi (siamo stati eliminati da dei catenacciari venuti a rubare a casa del ladro) andavano sorpresi in area e non attaccati solo ai fianchi sulle fasce, che i moduli erano confusi tra la fase di possesso e quella di difesa. E così via.
Possiamo dare torto a queste critiche? Certo che no, al di là degli accenti demagogici del “tutti a casa, vergogna” le polemiche e il biasimo che stanno piovendo sono sacrosanti, e anche alla Federazione lo sanno, forse.
Ma in fin dei conti, siamo sicuri che a noi italiani interessi davvero la Nazionale?
Escludiamo le bandiere esposte fuori dai balconi, i caroselli, le trasferte allo stadio o il ritrovarsi a casa di amici o al bar per seguire gli azzurri e sostituirci al ct di turno: andando oltre il mese Mondiale o Europeo che sia vissuto a tifare, imprecare, criticare o gioire, quanto siamo veramente appassionati alle vicende della nostra selezione?

L’Italia fuori dai Mondiali: al tifoso della domenica interessa veramente?

Diciamoci la verità: il campionato a cui la maggior parte di noi tiene veramente è quello della Serie A e delle coppe europee, non quello Mondiale ed Europeo. Le soste delle nazionale le soffriamo come una interruzione pubblicitaria non richiesta quando vediamo un film o una serie tv, come una emozione che si interrompe, per parafrasare le parole (riferite ad altro) di Federico Fellini.
Il sentimento che si risveglia ogni volta che gli azzurri si beccano le legnate è quello dei troppi stranieri nei nostri campionati, che impediscono ai nostri giovani italiani, qualunque sia il loro colore della pelle, di emergere; in pratica, lo stesso concetto espresso dal vituperato Tavecchio, con termini meno raffinati, sul fittizio calciatore africano che passava (sic!) dalle banane ai campi della Serie A.
Eppure ci esaltiamo quando la nostra squadra acquista uno straniero che può rafforzare la difesa, essere decisivo a centrocampo o trasformarsi in un letale cecchino in area d’attacco: lo celebriamo con cori e striscioni all’aeroporto e anche noi che facciamo, o proviamo a fare, i giornalisti sportivi dedichiamo articoli con parole cariche di retorica ed aspettativa. Mea culpa. Sono quei giocatori che i tecnici vogliono, perché a loro interessa vincere e sopravvivere il più possibile in panchina, e dagli torto: salvo eccezioni (i pazienti tifosi del Benevento) se inizi una striscia negativa ti ritrovi i supporters sotto casa, e non per dedicarti un applauso.

Bello il Mondiale o l’Europeo, le bandiere esposte fuori, le notti magiche inseguendo un gol e scappando dai biscotti delle altre nazionali. Però vuoi mettere con un brutto 1-0 in campionato(risultato che uno dei pretendenti alla panchina dell’Italia disse una volta di preferire rispetto al bel gioco, perché ripetiamo alla fine conta vincere e null’altro)  ottenuto dalla nostra squadra del cuore contro la diretta inseguitrice in classifica, che ci permette di lottare per lo scudetto, per l’Europa, per galleggiare a metà strada o per la salvezza?
Lo stesso Conte, che noi tutti rimpiangiamo sulla panchina azzurra, quando guidava la Juventus si lamentava degli stage della Nazionale, i cui impegni vengono mal digeriti dai tifosi delle squadre di A e soprattutto dai presidenti dei club, veri padroni del vapore del nostro calcio, e dagli allenatori (le sfuriate di Sarri contro il calendario che impone le pause al suo lavoro di tecnico del Napoli).

E’ sbagliato tutto ciò? No, è solo lo stato delle cose nell’Italia calcistica. Possono cambiare tutti i dirigenti ed alti papaveri della FIGC ma la nostra mentalità, alla fine, sarà sempre modellata così: oggi ci lagniamo di questa squadra azzurra che non merita la nostra attenzione, ma domani dimenticheremo tutto e ci concentreremo sul recupero di Belotti, sulla possibilità che Verratti possa venire in Italia, sulla capacità di Bonucci di trascinare il Milan verso un riscatto e così via. Poco importa che li abbiamo criticati pesantemente, aggiungendo un carico da novanta, con i peggiori insulti, quando vestivano la maglia della Nazionale.
Possiamo sperare che il prossimo ct, sia anche Ancelotti, riesca a metter su un matrimonio con i fichi secchi e faccia crescere i giovani della generazione degli anni novanta e duemila che nonostante tutto meritano la propria occasione: come abbiamo visto non ci vuole molto a fare scelte tattiche migliori di Ventura, vaso di coccio nella storia dei vasi di ferro che si sono seduti sulla panchina della Nazionale (e pensare che ce la prendemmo tanto con il povero Prandelli…). Il tempo per ricostruire è poco, già da gennaio ci sono i sorteggi della Nations League, nuovo torneo di un calendario sempre più saturo.
Ma non raccontiamoci la storiella ipocrita del nostro calcio spacciato: non era messo tanto bene già dopo l’era del primo Lippi, giusto recentemente si nota un minimo di investimento verso i talenti di casa nostra, sempre che non vengano poi rigirati in prestito a squadre che all’estero non ci mettono piede, perché “il ragazzo deve fare esperienza“. Con tutto il rispetto per i nostri campionati, si cresce se ci si confronta con realtà internazionali, non stando nella nostra zona di comfort locale.

Alla fine però, ciò che conterà per i tifosi italiani sarà il campionato del weekend, che non verrà intaccato più di tanto da questa eliminazione dal Mondiale. Conta più quello che le nostre squadre di vertice fanno in Europa, e fin tanto che i criteri di accesso del nuovo format della Champions ci avvantaggeranno con quattro squadre iscritte di diritto, tanto meglio.
Per dire, la nazionale inglese è dal 1966 che non vince la Coppa del Mondo, e da allora cara grazia se sia riuscita a spingersi sino ai quarti di finale: eppure la Premier continua ad essere il campionato più ricco ed importante d’Europa. La nostra Serie A reggerà il colpo, sopravviverà ai cambi di poltrone federali, agli esoneri, alle polemiche sul mondo del calcio stravolto dalla sentenza Bosman, alle leghe commissariate. Tanto basta al tifoso, a cui importa che la propria squadra vinca nel weekend di campionato. Il resto sono chiacchiere da bar, purtroppo.

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