Napoli e le vertigini dell’anno zero

Pubblicato il autore: Davide Visioli Segui
NAPLES, ITALY - DECEMBER 23: Kalidou Koulibaly, Lorenzo Insigne, Jose Calleon, Dries Mertens, Pepe Reina and Marek Hamsik celebrate the victory after the serie A match betweenSSC Napoli and UC Sampdoria at Stadio San Paolo on December 23, 2017 in Naples, Italy. (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

La nuova era del Napoli riuscirà ad essere vincente?  © Getty Images

Napoli e le vertigini dell’anno zero

La storia di Napoli, degli ultimi 20-30 anni, narra imprese e acuti capaci di esaltare un’intera piazza, contrapposti a fragorose delusioni e fallimenti.
Per crescita economica, passione, continuità di idee e risultati, i partenopei sono emersi a rango delle migliori, sia in Italia, che in Europa, seppur con alterne fortune.
Grandi campioni hanno attraversato la storia di questo club, da Altafini, a Pesaola, da Zoff, a Sivori fino a Savoldi. Ma la consacrazione il club l’ha avuta con Maradona e gli indimenticabili anni 80, evocazione del primo storico scudetto 1986-87, accompagnato dalla Coppa Italia, fino alla conquista della Coppa Uefa nel 1988-89 e al 2° scudetto nel 1989-90.
Nel 1990-91, la Supercoppa, a coronamento di 6 stagioni vissute sempre sulla cresta dell’onda.
Burgnich, Bagni, Giordano, Careca, Alemão, fino a Bigon e Bianchi. Volti dell’età dell’oro di Corrado Ferlaino. Epoca gloriosa ma breve, crollata sotto i colpi della crisi economica.
Con l’uscita di scena di Ferlaino, il Napoli cedette all’inesorabile agonia, costringendo la società tra anni 90 e 2000, a retrocedere in Serie B, fallendo nel 2004, con Corbelli e Naldi.
Da queste ceneri, i partenopei rinacquero con una nuova società, gestita dal produttore cinematografico Aurelio De Laurentiis, che in poche stagioni riportò gli azzurri dalla C1, alla B, fino alla A, riconquistata con Edy Reja nel periodo 2004-2009.
Da questo momento il Napoli si afferma come realtà di vertice, confrontandosi contro le migliori squadre d’Europa tra Champions ed Europa League.

Mazzarri, Benitez e Sarri, una crescita esponenziale

La prima traccia è dell’era Mazzarri, subentrato a Donadoni fino al 2013. Il tecnico livornese, esaltò le capacità degli azzurri e di Edinson Cavani, bomber della formazione partenopea, che nelle tre stagioni di gestione, portò ad un posto con ritorno in Champions League nel 2010-2011, un posto nel 2011-2012, il successo della Coppa Italia della storia e gli ottavi di Champions, fino a cedere solo alla Juve di Conte nel 2012-2013, da 2°, mancando l’obiettivo Supercoppa.
Con l’arrivo di Rafa Benitez, il Napoli si consolida.
Nel biennio tra 2013 e 2014 arriva un posto in campionato, bissando il successo in Coppa Italia (con la coppa del club), e un posto nella stagione successiva, che non valse la riconferma, nonostante la vittoria della Supercoppa della storia.
Dal consolidamento il Napoli uscì consapevole d’esser l’unica squadra (assieme alla Roma), ad opporsi al dominio della Juve, vista la crisi di Inter e Milan.
Da questo, l’ambizione più grande, con un napoletano affermatosi in provincia, Maurizio Sarri.
Il triennio è da record, abbattendo ogni punteggio della storia del club, con due posti e un posto, tra le stagioni 2015-2016, 2016-2017 e 2017-2018.
Con un gioco iper-offensivo spettacolare, tutto palleggio, ritmo e corsa, meccanismi che scomodano persino celebri paragoni (il tiki taka di Guardiola), la squadra di Sarri diverte e convince, ma incredibilmente non porta titoli in dote.

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Il bilancio del “Sarrismo”

Contrariamente a Mazzarri e Benitez, il Napoli al culmine del suo splendore con risultati e record riscritti, non riesce a vincere neanche un trofeo, ne in Italia, ne in Europa.
Sarri è criticabile sulla gestione dell’organico e nell’ultima annata sull’abbandono subitaneo delle Coppe, per andare all-in sul campionato. Ma al netto di tutti i possibili difetti, ha condotto il Napoli, oltre ogni limite.
Ha plasmato Gonzalo Higuàin, il miglior realizzatore della Serie A in questi ultimi 5 anni, ha recuperato Jorginho e Hamsik e ha fatti esplodere Insigne, Mertens, Koulibaly, Ghoulam.
Ha trasformato il Napoli puntando sul 4-3-3, scardinando le certezze del 4-3-1-2 di Mazzarri e l’ancor più granitica convinzione di Benitez sul 4-2-3-1.
Perso Higuàin, Milik infortunato lungodegente, ha dovuto fare di necessità virtù, facendo emergere tutto il potenziale di Dries Mertens.
Sul suo bilancio, pesa la mancanza di trofei, fallendo là dove erano riusciti i suoi predecessori.

Il futuro si chiama Ancelotti, ma basterà?

Per ritrovare confidenza con i trofei, De Laurentiis ha dovuto sfoderare l’allenatore più vincente del panorama italiano, tra i top mondiali, Carlo Ancelotti.
Ancelotti si colloca nel solco di una strategia atta a rilanciare l’immagine dei partenopei a livello internazionale, rendendo la realtà napoletana appetibile anche ai top player.
Il buon Carletto ha vinto tanto, ma dominando con il meglio (Milan, Real Madrid, Chelsea, Bayern Monaco), mentre Sarri che non è paragonabile in quanto a trofei, ha sfiorato la vittoria con una squadra non assimilabile a queste.
Se al top in panchina, non fa seguito un’architettura di squadra degna dell’allenatore che è stato ingaggiato, ecco addensarsi nubi sulla reale dimensione che De Laurentiis vuole offrire a Napoli.
Buone premesse ci sono, ma il mercato poco spumeggiante del Napoli e le riflessioni derivate, allontanano facili esaltazioni.
Fare meglio di Sarri significa, vincere.

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Come giocherà il nuovo Napoli di Ancelotti?
Nel ritiro di Dimaro, Ancelotti ha già le idee chiare sul modulo, un 4-3-3, con alternativa 4-2-3-1.
Tra i pali, in attesa di Meret ancora infortunato, è pronto l’altro neo acquisto Karnezis (resta viva l’ipotesi Ochoa).
Linea difensiva con Koulibaly-Albiol, serrati ballottaggi tra Mario Rui e Ghoulam, e a destra tra Hysaj e il neo arrivato Kevin Malcuit dal Lillé.
Nel mezzo l’idea è accentrare Hamsik da regista (alternativa a Diawara), con Fabiàn Ruìz e Allan a completare il centrocampo.
Se tra Mertens e Milik sarà sicuramente ballottaggio per il ruolo di centravanti (anche se Mertens può giocare anche da esterno), Verdi scalpita per occupare sul fronte offensivo, uno slot al cospetto di Callejon e Insigne.

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