L’imperdonabile successo di Vincenzo Nibali

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

 

Vincenzo Nibali

(c) EPA/JAVIER LIZON

La stagione ciclistica 2017 è ormai archiviata dopo la Parigi Tours di ieri (complimenti a Matteo Trentin, che raccoglie finalmente i frutti di una carriera giunta nella piena maturità) e con l’ultima classica disputata sabato, Il Lombardia – o Giro di Lombardia per i nostalgici – vinto per la seconda volta da Vincenzo Nibali. Il messinese non poteva concludere al meglio una stagione in cui si è ritrovato ancora una volta a dover fronteggiare le pressioni riservate a un corridore dal curriculum prestigioso, per le quali doveva dimostrare di non essere ai titoli di coda dopo aver traslocato in un nuovo team nato praticamente dal nulla e costruito intorno alla sua figura, ovvero la Bahrain Merida, squadra dall’anima italiana e dai capitali in petroldollari.
A dire il vero, questo tipo di pressioni giungevano principalmente dai detrattori in servizio permanente e dai leoni da tastiera, che indifferenti al palmares di Vincenzo Nibali erano già pronti ad intonare la messa da requiem di fronte al cupio dissolvi dello Squalo dello Stretto. Così non è stato. Ma perché, però, il vincitore dei tre grandi giri fatica ancora a raccogliere un consenso se non unanime (è impossibile per chiunque), almeno scevro da ogni sospetto o ogni maldicenza?

Il consenso non unanime intorno alla figura di Vincenzo Nibali

Quando al Tour dell’anno scorso Nibali, in occasione della prima tappa di media montagna, si è staccato sul Pas de Peyrol pagando poi otto minuti di ritardo rispetto al gruppo, si levò un coro di critiche feroci all’indirizzo dell’allora corridore dell’Astana, reo di lesa maestà verso i colori nazionali (sic), di mancanza di rispetto verso lo sport, di presa in giro intollerabile e altre amenità. Peccato che nell’epoca dell’indignazione facile e del crucifige caricato in canna non si è constestualizzato quel gap, frutto di una condizione ancora in debito delle fatiche di un Giro d’Italia vinto un mese prima grazie ad una impresa nelle ultime tappe e, dettaglio non trascurabile, per il fatto che Nibali fosse in Francia come supporto a Fabio Aru. Infine non bisogna dimenticare che Vincenzo non aveva come obiettivo il Tour in quella stagione quanto le Olimpiadi di Rio, e sappiamo tutti che se non fosse stata per la caduta in quella curva a 11 chilometri dal traguardo il podio finale della prova in linea, se non la medaglia d’oro, erano a portata di mano.
E se parliamo di critiche spietate, come non ricordare quanto successe all’indomani della squalifica alla Vuelta dell’anno prima, quando fu espulso dalla corsa dopo essere stato beccato al traino dell’ammiraglia: gesto esecrabile, senza dubbio, e non aiutò il tentativo piuttosto impacciato del messinese di trovare una giustificazione. In ogni caso, anche in quella occasione mandrie di commentatori misero una croce sopra la carriera di Nibali e sul suo status di campione.

Intendiamoci, Vincenzo non è perfetto, non è intoccabile, incappa in errori e scivoloni come tutti, per carità: è un essere umano, non una macchina programmata per eseguire il compitino e saluti a tutti. Ma nessuno può mettere in dubbio la sua caratura di sportivo di eccellenza, soprattutto se guardiamo alla continuità dei suoi risultati: 50 vittorie in una carriera che è un crescendo rossiniano a partire dal 2010 quando arrivarono i primi successi come la Vuelta e il podio del Giro; e poi il resto che tutti conosciamo, ovvero il far parte del ristretto club dei sei vincitori di tutti e tre le grandi corse a tappe (tra cui la doppietta nella corsa rosa), quel trionfo sotto la neve nella tappa delle Tre Cime di Lavaredo nel 2013, i due titoli tricolori, le due Tirreno Adriatico, due classiche monumento, l’impresa sul pavé della quinta tappa del Tour 2014 da lui vinto e così via.
Basterebbe almeno per metterci tutti d’accordo sulla sua statura da campione, ma non è così. Se Vincenzo vince è solo per fortuna, perché Froome si ritira anzitempo e quindi non vedremo mai se l’italiano è allo stesso livello del britannico, perché Kruijswijk si suicida sul Colle dell’Agnello, perchè tutto sommato Nibali è scarso, è il solito italiano che si arrangia, è furbo e frega tutti.
Lo Squalo dello Stretto vanta una solida fanbase ma ancora oggi fatica ad entrare nelle grazie della vastità di una opinione pubblica ferma ancora a Pantani e che dopo quest’ultimo solo il diluvio. Vincenzo pare paghi dei sospetti che non si sa da dove spuntino e da cosa potrebbero essere suffragati, da un’attesa spasmodica di stampo populista (nello spirito dei tempi barbari che viviamo) per un passo falso, affinché si possa dire “visto? anche lui è come gli altri“.
All’indomani de Il Lombardia si fa strada, comunque, una maggiore concordia nei confronti di questo corridore che solo quest’anno ha ottenuto anche il podio del Giro (quinta volta in sette partecipazioni), la vittoria nella breve corsa a tappe in Croazia, il secondo posto alla Vuelta, il terzo nelle Tre Valli Varesine e un altro secondo posto al Giro dell’Emilia, dietro al compagno di squadra Giovanni Visconti, con il quale dovevano esserci ancora degli attriti sempre secondo gli addetti ai livori.
E a proposito del team, anche la Bahrain Merida ha dimostrato di non essere un progetto estemporaneo dopo qualche incertezza al Giro rispetto a squadroni come il Team Sky o persino davanti ai Sunweb, perchè verso la fine della stagione sta raggiungendo la quadratura del cerchio, galvanizzando corridori esperti coem Visconti o Pellizotti e preparandosi a fare un ulteriore salto di qualità nel 2018 quando arriveranno alla corte del principe Al Khalifa nomi di spessore come Domenico Pozzovivo (in graudale recupero rispetto agli anni bui), Gorka Izagirre, Matej Mohoric e Kristijan Koren.
Nibali è un corridore capace di cadere, anche malamente e sia in senso letterale che metaforico, e rimettersi subito in bici ritornando sugli altari, offrendo anche spettacolo con i suoi attacchi improvvisi e che spesso vanno a segno, provando il fatto che possono ancora esistere corridori completi capaci sia di vincere le grandi corse a tappe che le classiche, meglio quindi di Froome e di Sagan, che comunque sono due colonne del ciclismo contemporaneo con caratteristiche diverse. Abbastanza per rendere tridimensionale la figura di un atleta che è anche un uomo, magari non mediatico, ma incapace di recitare una parte. E’ l’eccezionalità della normalità, che non significa però essere banale.
E se davvero riuscisse a vincere la tanto ambita Liegi Bastogne Liegi e magari anche il Mondiale di Innsbruck con quel percorso che sembra adatto a lui, anche se gli strappi brevi non sono il suo forte, rispetto alle lunghe salite, se riuscisse anche soltanto a centrare questi due obiettivi Nibali raggiungerebbe l’immortalità: ma anche se così non fosse nulla cambierebbe, perché non avrebbe più niente da dover dimostrare. Vincenzo è di diritto uno dei più grandi ciclisti della storia di questo sport. Con buona pace dell’atteggiamento demagogico che ha impresso al messinese il marchio dell’infamia.

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