Giochi Paralimpici: da Roma a Rio, l’Italia è sempre in prima linea!

Pubblicato il autore: Eleonora Belfiore Segui

Roma                                                                                                        Paralimpiadi di Roma 1960

Stanno per concludersi i Giochi Paralimpici di Rio 2016. Dopo la svolta di Londra 2012, c’è adesso una maggiore consapevolezza del valore dello sport paralimpico: all’insegna del coraggio e della determinazione, gli atleti “speciali” di Rio hanno regalato al mondo una lezione indimenticabile. Nei loro occhi abbiamo letto la gioia di vivere e la volontà di andare oltre il dramma che li ha colpiti.
E’ questo il messaggio lanciato da campioni quali Alex, Bebe, Martina e tanti altri che abbiamo imparato ad apprezzare in questi giorni. Sul fronte italiano, i Giochi si chiudono con ben trentanove medaglie.

Bebe Vio                                                                                                   Bebe Vio

L’ oro più prestigioso è quello di Martina Caironi, la portabandiera dell’Italia, che ha vinto la finale dei 100 metri T42. L’azzurra ha regalato all’Italia il decimo oro ai Giochi. Nella stessa gara, Monica Contrafatto ha ottenuto la medaglia di bronzo. Da sempre l’Italia  è in prima linea per la promozione e lo sviluppo dei Giochi Paralimpici, sia per quanto riguarda la brillante performance di molti campioni nostrani nel corso degli anni, sia per quello che concerne la macchina organizzativa.
Nel 1944 Ludwig Guttmann, neurologo e neurochirurgo immigrato dalla Germania, creò un Centro per Lesioni spinali presso l’ospedale di Stoke Mandelville in Gran Bretagna dove introdusse lo sport come forma di ricreazione e come aiuto per la riabilitazione.  Il dottore organizzò una competizione sportiva nel 1948 per i veterani della Seconda Guerra Mondiale. Pochi anni dopo, con la partecipazione degli atleti disabili olandesi, si volle dare a questi Giochi un carattere più internazionale. Nel 1958, il medico italiano Antonio Maglio,  direttore del centro paraplegici dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro propose a Guttmann di disputare l’edizione del 1960 a Roma, in concomitanza con i Giochi Olimpici: fu la svolta. L’Istituto Nazionale per gli Infortuni sul Lavoro  diede un contributo economico fondamentale alla riuscita dell’evento. L’allora ministro della Sanità, Camillo Guardina, inaugurò  ufficialmente i Giochi Paralimpici di Roma nel 1960: gli atleti disabili, in rappresentanza di ventitré  paesi sfilarono davanti a cinquemila spettatori. La delegazione più numerosa fu quella italiana. Correva l’8 settembre 1960.  Gli atleti vennero ospitati nel villaggio olimpico, costruito, tuttavia, senza tener conto delle necessità e delle esigenze delle persone disabili.  Presto, fu chiaro a tutti l’urgenza di intervenire con misure più adeguate. Nonostante questi limiti, i Giochi Paralimpici di Roma furono un successo e rappresentarono una grande svolta nel modo di concepire la disabilità. L’Italia conquistò ventotto medaglie d’oro. La cerimonia di chiusura si svolse alla presenza di Sir Ludwig Guttmann e della moglie del Presidente della Repubblica Italiana, Carla Gronchi.
Da allora, tanta strada è stata fatta ma non basta: occorre eliminare definitivamente le radici del pregiudizio. E’ questo l’ambizioso obiettivo per la prossima edizione, che si svolgerà nella terra di Super Mario.
Una tragedia chiude, tuttavia, i Giochi Paralimpici di Rio 2016: il ciclista iraniano Bahman Golbarnezhad è morto cadendo durante la gara C4-5, categoria riservata ai ciclisti con difficoltà nel controllo del manubrio e tono muscolare “lieve”. Bahman è caduto durante la discesa di Grumari ed  ha battuto con violenza la testa su una pietra. L’atleta ha riportato un gravissimo trauma cranico ed ha avuto un arrestato cardiaco durante il trasporto in ospedale. Bahman Golbarnezhad aveva partecipato anche alle Paralimpiadi di Londra 2012. Sposato con una giocatrice della nazionale paralimpica di basket, lascia due figli. Al villaggio di Rio è stata organizzata una cerimonia per commemorarlo.
Davvero un triste modo per concludere una straordinaria edizione, vissuta con tanta grinta e forza indomita.

 

 

 

 

 

 

 

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