Seoul, Pyongyang e i giochi di potere dietro le Olimpiadi

Pubblicato il autore: Martina Gramiccia Segui


Che piaccia oppure no, da sempre le strade dello sport hanno incrociato quelle della politica. Un rapporto complesso il loro ma importante, forse addirittura fondamentale, e ancora più evidente quando ad essere veicolo di messaggi politici o di propaganda sono competizioni come le Olimpiadi.

Il podio dei 200m, Città del Messico 1968.

Basta fare un breve viaggio salto nella storia dei Giochi ed ecco che tornano alla mente, tra gli altri, il caso di doping di stato che da qualche anno a questa parte getta ombra sugli atleti russi, il massacro di Monaco ai Giochi del 1972 che portò ad una dura reazione israeliana sui campi palestinesi in Siria e Libano, oppure Tommie Smith e John Carlos che, sul podio dei 200m piani a Città del Messico nel 1968, alzarono il pugno chiuso e guantato di nero in segno di protesta contro il razzismo. Con loro sul podio Peter Norman che per solidarietà indossò lo stemma dell’Olympic Project for Human Rights. I tre atleti pagarono a caro prezzo il loro coraggio: Smith e Carlos furono cacciati mentre a Norman venne pesantemente contestato dai media australiani e, nonostante le qualificazioni ottenute nei 100m e nei 200m, gli venne impedito di partecipare ai Giochi di Monaco del 1972 (le scuse del governo australiano arriveranno solo nel 2012, sei anni dopo la morte del campione).

Due Coree la stessa bandiera, Sidney 2000.

Non è dunque un caso che a far notizia in questi giorni sia il raggiunto accordo tra Corea del Nord e Corea del Sud, pronte a presentarsi insieme nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di PyeongChang (9-25 febbraio). Un evento certamente storico ma non unico dato che le due Coree hanno sfilato sotto un’unica bandiera già a Sidney 2000 e in occasione delle Olimpiadi Invernali di Torino nel 2006.
Il terzo incontro a Panmunjom è stato quello decisivo e tutto sembra esser stabilito: la delegazione nordcoreana che raggiungerà il sud del Paese rigorosamente via terra (le sanzioni internazionali imposte al regime di Pyongyang vietano arrivi via mare) comprenderà 550 membri tra cui 230 cheerleader, 30 atleti per un esibizione di taekwondo e 140 artisti. La squadra femminile di hockey, invece, sarà composta da rappresentati di entrambe le nazioni. Ma proprio su questo ultimo punto si sono alzate le prime voci fuori dal coro. Per nulla contenta è Sarah Murray, commissario tecnico, che senza mezzi termini rivendica il diritto a partecipare di chi si è guadagnata la propria occasione sul campo e non nasconde la preoccupazione per lo scarso talento delle nordcoreane. Più diplomatici il ministro dello sport Do Jong-hwan e il premier Lee Nak-yeon, convinti che l’inserimento di nuove atlete non comporterà cambiamenti significativi per la squadra. Tuttavia la Federazione coreana ha inoltrato domanda al CIO per concedere alla Murray una rosa di 35 atlete invece che 23.
Intanto il resto del mondo osserva. Tra i principali interessati USA, Giappone, Russia e Cina che mantengono posizioni molto rigide. Toro Sono, ministro degli esteri giapponese, mette in guardia: quella di Kim Jon-un sarebbe solo una mossa per distogliere l’attenzione dal programma di sperimentazione nucleare nordcoreana.

Insomma, se a prima vista la magia della tregua olimpica sembra aver momentaneamente congelato le tensioni lungo il 38° parallelo, le polemiche non mancano ed evidenziano una situazione ancora molto tesa a livello globale. La penisola coreana è come uno scacchiere e tanti sono i giocatori interessati alla partita.

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