Calcio e infortuni, la bulimia di partite principale imputata meno i contrasti di gioco

Pubblicato il autore: ANTONIO CIMMINIELLO Segui

L’imprevedibilità del gioco del calcio da sempre ha avuto, tra le sue variabili impazzite, quella rappresentata dagli ostacoli di carattere fisico. Vuoi per uno scontro di gioco, vuoi per una fragilità per così dire intrinseca,  questi ostacoli più volte in passato hanno rivestito un ruolo centrale per la storia di un singolo calciatore o per la sorte di un’intera squadra. Fu un durissimo scontro in nazionale ad incidere negativamente sulla carriera di “Rombo di tuono” Gigi Riva, indimenticato bomber del Cagliari.

Furono le noie di una caviglia a privare troppo presto il calcio del “cigno di Utrecht” Marco Van Basten. Terribile ,e purtroppo decisiva per il prosieguo della sua carriera, fu la torsione in caduta che subì la gamba di Thomas Brolin, lo svedese protagonista del Parma delle meraviglie di Nevio Scala. Chi avrebbe vinto lo scudetto nel 1999 se nella Fiorentina di Trapattoni non si fosse infortunato a metà stagione Gabriel Batistuta? Ed arrivando a tempi più recenti: cosa sarebbe successo con un Giuseppe Rossi meno falcidiato dagli infortuni? Se in passato era innegabile annoverare tra le cause una diffusa particolare durezza nei contrasti di gioco ( il duello Gentile- Maradona nel Mondiale ’82 ne rappresenta la cartolina più nitida), che però era pure parte integrante di un certo modo di preparare e giocare (chi non ricorda i “gradoni” di Zeman?) oggi una maggiore attenzione per le tattiche e la ricerca di maggior tecnicismo portano altrove l’attenzione.

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E senza dubbio sul banco degli imputati non può che figurare pure il numero di partite che mediamente deve sostenere una squadra.  Un numero che è cresciuto notevolmente in questi ultimi anni, al punto da rendere trasversale tale fenomeno. Non si tratta cioè di questione che attanaglia esclusivamente quei top team chiamati a giocare competizioni europee, e tra l’altro in alcuni casi addirittura in piena fase di preparazione estiva e con compagini ancora in allestimento, ma che coinvolge anche squadre con significativa componente di giocatori stranieri. Il caso più emblematico è quello del Palermo, squadra militante in serie B che a causa della chiamata in nazionale per molti suoi tesserati è giunta a proporre un rinvio delle partite da giocarsi.

Gli impegni con le Nazionali poi sembrano rappresentare per certi aspetti un capitolo a parte: fortemente criticati da alcuni presidenti, non mancano a volte di creare ripercussioni non da poco, e non a caso esiste un sistema di indennizzo per i club proprio in caso di infortunio eventualmente contratto. Il caso di Milik del Napoli è uno dei più gravi, ma tanti sono quelli in cui un giocatore, spesso decisivo per la squadra di appartenenza, è out per un tempo magari minimo ma comunque in maniera tale da indebolire per ciò solo il proprio club. E comunque la stessa “bulimia di calcio”, con incontri giocati in media quasi ogni tre giorni, può essere in alcuni casi letale: si potrà pure evitare l’infortunio, ma immaginare un pieno recupero da affaticamenti alla vigilia di ogni match appare davvero arduo, soprattutto quando alcuni giocatori possono arrivare per impegni vari a poter giocare nell’arco di una sola stagione qualcosa come 60 incontri. Senza dubbio un ruolo decisivo è e sarà giocato dagli staff medici, oggi sempre più evoluti ed attrezzati. Oltre, ovviamente, alla forza di volontà, che anche in tanti altri sport ha miracolosamente rimesso in piedi atleti a tempi di record.

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