Coronavirus, lo sfogo di un Primario sui tamponi:”Sì ai calciatori e non ai medici questa è discriminazione”

Pubblicato il autore: Alessandro Pallotta Segui

L’Italia e il mondo intero stanno affrontando ormai da settimane l’emergenza legata alla diffusione del Coronavirus che attualmente, soprattutto nelle regioni del nord della Penisola, registra un alto numero di contagi e di decessi, soprattutto di persone aventi delle patologie pregresse (secondo i dati forniti dall’Istituto Superiore della Sanità). In questi complicati giorni ci sono medici, infermieri e tanti altri volontari che lavorano ventiquattro ore su ventiquattro senza sosta, tutti uniti per fronteggiare questa difficile situazione.

Ovviamente questa emergenza ha coinvolto il mondo dello sport, sospendendo tutte le competizioni europee, extraeuropee e di portata internazionale, coinvolgendo anche la Serie A che al momento registra la positività di quindici calciatori al tampone.

In tal proposito, nelle ultime ore è stata mossa una considerazione da parte della giornalista Selvaggia Lucarelli, che si chiedeva come mai i calciatori fossero sottoposti ai tamponi anche se asintomatici.
Dopo questa esternazione, arriva anche la dura presa di posizione da parte del primario di Medicina dell’ospedale di Magenta, Nicola Mumoli.

Egli denuncia, attraverso una lettera al “Corriere della sera”, il diverso trattamento riservato ai medici e ai calciatori e vip in generale in materia di tamponi.

Il dottore in questa lettera afferma: “Dirigo l’Unità operativa di Medicina dell’ospedale di Magenta da più di due anni dove da settimane, con immenso e costante sforzo dei miei collaboratori, trovano cura oltre 130 pazienti affetti da Covid 19. L’impegno di ognuno di loro si concretizza in giornate di lavoro che ormai, è noto, disconoscono orari, riposo e recuperi, ma che soprattutto, si nutre inspiegabilmente di quella generosa follia che ci fa esporre ogni giorno allo stesso rischio da cui chiunque invece si difende. Sono attualmente 2.629 i sanitari contagiati e tra essi 14 vittime. Tutti hanno nascosto sotto una mascherina la propria identità, nessuno ha cercato visibilità (…) Una mia collaboratrice, impegnata da subito in questa battaglia e con contatti quotidiani con pazienti affetti da Covid 19, pochi giorni fa si è ammalata, manifestando sintomi e segni tipici della patologia virale; contattati più volte i numeri di emergenza nazionale, le è stato negato il tampone. Invece oggi le pagine delle cronache riportano le buone condizioni di calciatori, attori e politici che esattamente come la mia collaboratrice hanno avuto «contatto con persone positive e sintomi del virus» ma cui, a differenza della dottoressa, è stato eseguito il tampone e quindi formulato un corretto programma sanitario di controllo”.

Inoltre lo stesso Primario aggiunge: “Non conoscere, ma solo ipotizzare per la mia collaboratrice un contagio da Coronavirus, oltre a essere ragione di preoccupazione e angoscia, non le consente di applicare le linee guida in fieri sull’eventuale assunzione di farmaci antiretrovirali né di scegliere i corretti tempi del rientro al lavoro. Inevitabile il pensiero di chiunque: grande solidarietà con il personale sanitario, striscioni ovunque, slogan buonisti sbandierati da tutti ma di fatto solo discriminazione e ipocrisia. Se si deve scegliere tra un calciatore e un medico non ci sono dubbi e ci sentiamo condannati a sparire sotto quella mascherina che indossiamo ogni giorno con grande fierezza, esercitando un lavoro che mai come ora consideriamo un privilegio”.

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