Raimondo Marino a SuperNews: “Debutto in Serie A ricordo indelebile. Maradona? Vi racconto cosa faceva prima delle partite…”

Pubblicato il autore: Francesca.Capone. Segui


Raimondo Marino, ex giocatore di Napoli, Lecce, Lazio, Messina, si racconta a SuperNews. Un’intervista densa di ricordi e di aneddoti, ma anche di dettagli personali. Marino si lascia andare in un flashback che lo catapulta indietro, negli anni del calcio giocato. Infine, l’ex mediano ci rivela il suo ricordo sportivo più bello.

Hai iniziato la tua carriera nelle giovanili del Napoli. Nel ’79 sei stato promosso in prima squadra. Ricordi come è avvenuta la convocazione?
Il 14 ottobre 1979. Mi ero allenato tutta la settimana, e la società doveva decidere se convocare me o un altro giocatore, pagato profumatamete. Hanno preferito convocare me. La sera, eravamo a Milano, il mister, che aveva l’abitudine di fare il giro delle stanze, mi bussò e mi chiese: “Come stai, Raimondo? Perché domani ti faccio giocare a San Siro”. Avevano scelto me. Fu un’emozione fortissima, l’emozione che solo un ragazzo che viene da un paesino di 500 abitanti e che si ritrova sul campo di San Siro può provare.

Al Napoli, sei stato in squadra con “El Pibe de Oro” Diego Armando Maradona. Era realmente il più forte di tutti i tempi? Hai avuto modo di conoscerlo anche fuori dal campo?
A Diego ho fatto tantissimi gavettoni. (Ride). Era incredibile: quello che lui faceva con il sinistro, noi non riuscivamo a farlo neanche con le mani. Prima delle partite, Diego si metteva a palleggiare e a fare canestro nella cesta dei panni da lavare. Poi, iniziava a palleggiare con un’arancia, dopo ancora con un limone. Noi stavamo seduti a guardarlo, sbalorditi e divertiti. Era il numero uno. Ho avuto modo di conoscerlo anche fuori dal campo, dal momento che spesso uscivamo a cena tutti insieme. Era un ragazzo eccezionale.

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Nell’87 il Napoli vince lo scudetto, dopo il goal di Carnevale che sigillò l’1 a 1 contro la Fiorentina. Ricordi quell’anno speciale?
Ricordo quell’anno storico. Credo che se non fossi andato via da Napoli, probabilmente le cose non avrebbero preso la piega che poi hanno preso. Il perché? Perché la squadra, in quel momento, aveva bisogno di un mediano come Romano. Ero uno dei giocatori più richiesti in Serie A, inoltre non andavo troppo d’accordo con Bianchi. Così, decisi di andarmene. La mia cessione ha consentito al Napoli di acquistare Romano. Credo sia stato anche questo acquisto a consentire al Napoli di conquistare lo scudetto.

Hai indossato la maglia biancoceleste dal 1986 al 1989. Come sei arrivato alla Lazio? Che anni sono stati, quelli a Roma?
Arrivai alla Lazio per il forte interesse che Fascetti, allora allenatore del club, nutriva nei miei confronti. In quel periodo, i biancocelesti erano in difficoltà, erano in zona retrocessione, mentre io giocavo nella squadra che si trovava a pochi passi dal titolo. Nonostante i tentativi di trattenermi a Napoli, io ormai avevo deciso di andarmene. Così, arrivai ad indossare la maglia biancoceleste, e io e i miei nuovi compagni riuscimmo a conquistare la salvezza. A Roma, ero considerato uno dei più forti della squadra. Fu un grande riconoscimento ricevere e indossare la fascia di capitano. Tifosi e club mi apprezzavano: avevo lasciato una squadra di vertice per una che invece lottava per non retrocedere. Non è affatto una scelta comune.

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Nell’89 approdi sulle sponde giallorosse. Hai giocato con Pasculli, Moriero, Barbas. Come definiresti gli anni trascorsi a Lecce? Con chi hai instaurato un ottimo rapporto?
Quando ero ancora un giocatore della Lazio, un giorno mi capitò di leggere sul “Corriere dello Sport”: “Marino non sarà più il capitano della Lazio: la fascia passerà a Gutierrez”. Il mio allenatore aveva rilasciato questa dichiarazione sul Corriere, senza che io fossi al corrente di tutto ciò. Decisi di lasciare la squadra, nonostante mi dicessero che il mio addio sarebbe stato un grande problema, soprattutto per la questione salvezza. Da quel giorno, i rapporti con il mister si sono incrinati. Ho preferito andare via. A Lecce, iniziai ad essere allenato da Mazzone. Con Carlo ho avuto qualche discussione. Sono una persona trasparente, dico sempre ciò che penso, e probabilmente questo mi rende un po’ “fastidioso”. Tuttavia, ho un ottimo ricordo dell’ambiente giallorosso. Eravamo un gruppo eccezionale, davvero speciale. Ero anagraficamente il più grande tra i miei compagni, nutrivo per loro un amore quasi fraterno. Volevo un gran bene a tutti: Moriero, Conte, Petrachi. Erano ragazzi perbene, molti seri. Spesso Gracia, Conte, Petrachi e Moriero venivano a cena da me. Ho instaurato delle bellissime amicizie.

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Il tuo ruolo è stato quello del mediano. Credi che il modo di difendere sia cambiato, da un punto di vista tecnico-tattico, tra il tuo periodo e quello attuale?
La differenza principale è questa: ai miei tempi, gli errori si vedevano di più. Si marcava molto “a uomo”, quindi l’errore del singolo era più evidente, se Marino non marcava correttamente l’avversario si vedeva. Oggi, c’è molta più tattica, e l’errore del singolo è molto meno evidente.

Il tuo ricordo sportivo più bello?
Il debutto in Serie A. Può capire che gioia immensa possa essere per un ragazzo che viene da una famiglia di otto figli, che ha suo padre che compie tantissimi sacrifici. Vengo da Galati Marina, un paesino di 500 abitanti. Quasi improvvisamente, mi sono ritrovato in Serie A, a giocare nel Napoli contro l’Inter, a San Siro. Credo che non serva aggiungere altro. Mio padre mi ha insegnato i valori della vita, soprattutto quello di mantenere intatta la dignità, di non scendere mai a compromessi e di aver fiducia in Dio.

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