Alberto Zaccheroni a SuperNews: “L’Udinese la soddisfazione più grande. Mi piacerebbe lavorare con i giovani”

Pubblicato il autore: Luca Piedepalumbo Segui


In esclusiva ai microfoni di SuperNews è intervenuto Alberto Zaccheroni. L’allenatore romagnolo, classe 1953, ha cominciato la sua carriera in panchina nelle serie inferiori, ottenendo ottimi risultati in particolare con il Baracca Lugo, squadra che riuscì a portare dalla Serie D alla Serie C1 in due anni. Dopo i trascorsi di successo al Venezia e al Cosenza, Zaccheroni trovò la propria consacrazione all’Udinese. In Friuli lo ricordano, in particolare, per il suo 3-4-3 offensivo e moderno. L’allenatore ha vinto lo Scudetto con il Milan nella stagione 1998/1999 e successivamente è stato alla guida anche di Inter e Juventus, le altre due big del calcio italiano. Zaccheroni, con la Coppa d’Asia vinta nel 2011 con il Giappone, è stato il primo tecnico italiano ad essersi aggiudicato un trofeo internazionale alla guida di una nazionale straniera. Insieme a lui abbiamo ripercorso le tappe più importanti della sua carriera da allenatore, con uno sguardo rivolto anche a quelli che sono i progetti futuri.

Dopo le promozioni ottenute tra i dilettanti con il Baracca Lugo, viene chiamato al Venezia, riportando i lagunari in Serie B dopo 24 anni. Che ricordi ha di quel periodo e come è stato il suo rapporto con il Presidente Zamparini?

“Venezia fu il mio trampolino di lancio. Ho dei bellissimi ricordi di quella esperienza e della squadra che avevo a disposizione. Probabilmente le ambizioni del club non erano legate immediatamente alla promozione, ma riuscimmo lo stesso nell’impresa. Molti dei giocatori in rosa arrivarono dalla Serie C2, penso a Lizzani, Bertoni, Filippini, Rossi, e ci diedero comunque belle soddisfazioni. Riuscimmo a creare un buon mix tra giovani e calciatori più esperti. All’epoca ero molto criticato dai giornali perché difendevo a zona, ma continuai per la mia strada. Ricordo con immensa gioia e piacere lo spareggio promozione che giocammo a Cesena contro il Como, squadra all’epoca fortissima e ricca di individualità importanti per la categoria. Per me, che sono di Cesenatico, fu come giocare in casa. Vincemmo 2-1 e riuscimmo a realizzare il sogno promozione. La festa con i tifosi a Venezia fu straordinaria, ricordo Piazza San Marco colorata e gremita. Fummo accompagnati dalle gondole sul Canal Grande, uno scenario meraviglioso. Con Zamparini, nonostante qualche incomprensione, ho avuto un buon rapporto e devo ringraziarlo di avermi portato a Venezia dopo i due campionati vinti con il Baracca Lugo. Gli sono grato perché mi ha dato occasioni importanti. Lui è un grande imprenditore, era sempre in giro e l’ho visto poco”.

Nel campionato di Serie B 1995/1994, nonostante una penalizzazione di nove punti, riuscì nell’impresa di salvare il Cosenza dalla retrocessione in Serie C. Quello è stato uno dei campionati più difficili ed entusiasmanti della sua carriera?

“Quello con il Cosenza fu sicuramente un campionato difficile, ma anche parecchio esaltante. Probabilmente la stagione più complicata della mia carriera da allenatore. Malgrado la pesante penalizzazione in classifica, ben nove punti, riuscimmo a salvarci e a compiere il miracolo. Una stagione davvero irripetibile. Basti pensare che inizialmente non figuravamo neanche sul calendario ufficiale, al posto del Cosenza c’era una X. Quella zavorra in classifica era difficile da scrollarsi di dosso, ma alla fine stavamo addirittura per entrare in lotta per la Serie A. Sono orgoglioso di aver allenato quella squadra. Nonostante in carriera abbia incrociato tantissimi campioni, ricordo ancora con estremo piacere Marco Negri. Arrivò dal Bologna, che non credette pienamente in lui, e quella stagione fece ben diciannove gol, senza calciare i rigori. Ci diede davvero una grossa mano per la salvezza e vinse anche la classifica marcatori. Un attaccante così abile a smarcarsi non l’ho più avuto. Poi c’erano anche altri calciatori interessanti nel reparto offensivo come Buonocore e Palmieri. Avevamo sicuramente tanti giocatori di qualità”.

Lei ha definito l’Udinese come il suo “laboratorio” professionale. A Udine ha ottenuto risultati eccellenti con il suo schema tattico di riferimento, il 3-4-3. In particolare, ricordiamo il terzo posto alle spalle di Juve e Inter. Qual è stato il segreto di quella squadra?

“L’Udinese rappresenta senz’altro la soddisfazione più grande della mia carriera da allenatore. Al 3-4-3 ci lavoravo da tempo e questo modulo mi permise di sfruttare al meglio le caratteristiche dei calciatori in squadra. . Non ho mai imposto un mio credo tattico ma mi sono sempre adeguato a ciò che avevo a disposizione. Credo che le squadre vadano costruite necessariamente sui giocatori più qualitativi, poi bisogna inserire anche giocatori funzionali che facciano il lavoro sporco negli altri ruoli. All’epoca l’intento principale era quello di far coesistere Poggi, Bierhoff e Amoroso e alla fine ci riuscii. Addirittura, Bierhoff vinse la classifica marcatori con ventisette gol, superando anche il fenomeno Ronaldo, all’epoca all’Inter e al meglio della forma. Tutti e tre i miei attaccanti segnarono molto, andando anche in doppia cifra. Riuscimmo ad ottenere risultati impensabili, come il terzo posto alle spalle di Juventus e Inter, e questo fu molto gratificante. La pressione da parte dei tifosi e della piazza era pressoché nulla e spesso ero io stesso a tenere i calciatori sull’attenti, facendo avvertire loro la giusta responsabilità. Purtroppo, ogni anno Pozzo vendeva i calciatori migliori e toccava poi ricostruire daccapo gli equilibri, mattone per mattone: ricordo di Bachini, Ametrano e Zanchi alla Juventus, Bierhoff e Helveg al Milan e tanti altri. L’ambiente però era dei migliori e chi arrivava si calava subito nel progetto. All’Udinese in quegli anni abbiamo fatto qualcosa di meraviglioso. Si tratta di un’esperienza unica che porterò sempre nel cuore”.

Lei è stato allenatore dell’Inter nella stagione 2003/2004, subentrando a Hector Cuper. Decise di dimettersi dopo aver ottenuto il quarto posto in campionato e la conseguente qualificazione in Champions League. Quali furono all’epoca i motivi che la spinsero a tale decisione?

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“All’Inter arrivai a fine ottobre e la squadra era nona, non navigava certo in buone posizioni di classifica. Gli obiettivi stagionali sembravano sfumati e mi si chiese di fare più punti possibili. Subentrare a campionato in corso non è mai facile e, nonostante alcune circostanze avverse, riuscimmo a centrare la qualificazione in Champions League, raggiungendo il quarto posto in classifica. Feci delle scelte forti strada facendo, anche impopolari, e dovetti fare più di una battaglia all’epoca. A Milano i rapporti con la presidenza, in particolare con Giacinto Facchetti, sono sempre stati buoni. Qualche incomprensione c’è stata, invece, con la proprietà e quindi con Massimo Moratti. C’era una divergenza di idee e di vedute circa il futuro della squadra. Quando non ci sono le basi per andare avanti la scelta più saggia è quella di cambiare aria. Per lavorare al meglio c’è bisogno sempre di un ambiente sano e di una forte coesione. Ci sta che non si vedano le cose allo stesso modo, ma l’importante è sempre il rispetto dei ruoli”.

Visti i suoi trascorsi, conosce sicuramente bene l’ambiente nerazzurro. Qual è il suo parere su Antonio Conte? Quante probabilità ci sono, a questo punto, che l’Inter vinca lo Scudetto quest’anno?

“L’Inter è sicuramente la favorita per la vittoria dello Scudetto. Attualmente c’è un distacco importante in classifica rispetto alle dirette concorrenti. Dopo un periodo iniziale, nella passata stagione, di non completa accettazione da parte dei giocatori dei ritmi e delle tattiche di Conte, ora la squadra sta trovando fiducia e continuità. L’allenatore è stato bravo a trarre il meglio da ognuno e a rivitalizzare alcuni calciatori in rosa. Penso che soltanto il Milan possa insidiare i nerazzurri nella corsa al successo in campionato. La squadra di Pioli gioca molto bene, ha qualità nel palleggio e fa girare velocemente la palla, darà filo da torcere fino alla fine. Mi piace molto anche il gioco dell’Atalanta: un calcio offensivo e divertente, lontano dai tatticismi esasperati che vediamo solitamente in Italia”.

Al netto dell’eliminazione in Champions League per mano del Porto, ritiene che la scelta della Juventus di affidare la panchina ad un allenatore giovane e inesperto come Pirlo sia stata una decisione errata da parte della società?

“La Juventus non ha ancora trovato la giusta quadra. Pirlo purtroppo non ha avuto l’opportunità di affrontare l’intero precampionato per lavorare al meglio sulla squadra. Cominciare così è come subentrare in corso d’opera: si tratta di una situazione per niente facile e io ne so qualcosa. La Juventus ha qualità importanti e un potenziale di tutto rispetto, ma a differenza di altre squadre più collaudate non ha una vera e propria identità di gioco. Non ho avuto la fortuna di allenare Pirlo in carriera, ma se la società l’ha scelto come allenatore vuol dire che si fidano ciecamente di lui e delle sue idee. Evidentemente il club si fida anche da un punto di vista caratteriale e umano. Inoltre, Pirlo è sicuramente circondato da collaboratori e professionisti di tutto rispetto che lo sapranno consigliare e incoraggiare nel suo percorso in bianconero. Contro il Porto sono stati commessi errori banali, ma le colpe non possono ricadere interamente su Ronaldo. Anche se in molti preferiscono farlo passare come extraterrestre in realtà il portoghese è umano e ci sta che possa steccare una partita. Ha sicuramente sbagliato sull’atteggiamento in barriera in occasione del gol di Sergio Oliveira, ma finora ha fatto vincere anche tante partite alla Juventus con i suoi gol. Avere campioni del genere in rosa è sempre una fortuna e un valore aggiunto”. 

Nel 2010 è stato allenatore della Juventus per cinque mesi. Non riuscì a risollevare le sorti della squadra, che chiuse la stagione soltanto al settimo posto. Che ricordo ha di quella parentesi in bianconero?

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Anche alla Juventus, come all’Inter e alla Lazio, non cominciai dall’inizio ma subentrai a Ciro Ferrara a metà campionato. Fino a un certo punto la squadra sembrava in crescita, poi hanno inciso tanti fattori negativi. Ci incartammo clamorosamente soprattutto in occasione dell’eliminazione dall’Europa League contro il Fulham: vincemmo 3-1 a Torino e perdemmo 4-1 in Inghilterra. Purtroppo, in campionato non riuscii a migliorare il settimo posto in classifica, la squadra, al contrario di quanto si diceva, era forte e presentava individualità importanti, ma fu falcidiata dagli infortuni dall’inizio alla fine. Nei cinque mesi di Juventus ho sempre avuto dai dodici ai quattordici infortunati e non è certo facile lavorare così. Addirittura, c’è stato un periodo in cui si diceva che la colpa fosse di Vinovo, dell’umidità della zona. La realtà, però, è diversa: c’erano tanti giocatori a fine ciclo, alcuni anche a fine carriera. Inoltre, l’atmosfera non era idilliaca e ciò ha favorito sicuramente le tante assenze durante la stagione. Quando nell’aria c’è tensione ci sono sempre tanti infortunati. Si tratta di una circostanza che ho riscontrato spesso nella mia carriera da allenatore. Quando approdai alla Juventus come presidente c’era Elkann e anche agli altri allenatori, come Ranieri, Ferrara e Delneri non andò meglio, la musica è cambiata con l’arrivo di Conte e con l’insediamento alla guida del club di Andrea Agnelli. La squadra è stata rifondata e si è ripartiti da zero. Quella bianconera la considero comunque un’esperienza positiva, soprattutto per il rapporto instaurato con alcuni calciatori“.

Con il Milan ha vinto lo Scudetto nella stagione 1998/1999. Si trattava di una Serie A diversa, c’erano le famose “sette sorelle” e vincere era più complicato. I rossoneri vivevano un periodo di crisi, come riuscì nell’impresa di vincere quel campionato?

Posso dire di aver allenato solo in due posti dall’inizio: all’Udinese e al Milan e tanto male non credo sia andata. Tra le big che ho allenato, al Milan è dove mi sono trovato meglio. Sono arrivato per sostituire Sacchi e Capello, due grandissimi allenatori, che nelle stagioni precedenti avevano ottenuto un undicesimo e un decimo posto. L’obiettivo primario del club era quello di tornare in Europa. Quell’anno lì, grazie soprattutto alla disponibilità dei senatori come Maldini, che apprezzo tanto anche per il lavoro che sta facendo da dirigente, Costacurta e Albertini, che hanno creduto nel mio operato, siamo riusciti nell’impresa di vincere lo Scudetto. La squadra non era giovanissima, c’erano tanti giocatori a fine carriera, come Leonardo, Weah e Boban, ma riuscimmo a lavorare in modo tale da non far disperdere energie inutili ai calciatori più qualitativi. Ricordo in particolare il grande lavoro svolto a centrocampo da un giovanissimo Albertini. Sulla vittoria del Milan quell’anno non ci avrebbe scommesso nessuno. Arrivai a Milano in punta di piedi: un allenatore non può imporre, deve condividere e vivere lo spogliatoio. Se i tuoi ragazzi non ti seguono, non hai speranze. Al Milan cercai di nascondere i limiti e i difetti dei giocatori che avevo a disposizione, esaltando, al contrario, le qualità e le doti tecniche. La Lazio cominciò a rallentare e approfittammo dei passi falsi con un filotto eccezionale di sette partite vinte su sette. Abbiamo tenuto fino alla fine e vinto meritatamente quello Scudetto“.

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Ha allenato per quattro anni la Nazionale giapponese con la quale ha vinto la Coppa d’Asia nel 2011. In seguito a quel successo è stato ricevuto addirittura dall’Imperatore nipponico Akihito. Come si vive il calcio in Giappone e che ricordi ha di quell’esperienza?

Il Giappone mi è entrato nel cuore. Hanno una cultura eccezionale, mi hanno accolto benissimo fin da subito. Si vive in un clima di grande educazione e rispetto. In Giappone ho trovato giocatori veri, che danno tutto per la maglia e lottano per la squadra; rispetto al calcio europeo si è meno egocentrici e ci sono meno individualismi. Quello giapponese è un campionato dove non c’è pressione, con stadi pieni e un calcio molto tecnico. La proposta di allenare la Nazionale giapponese arrivò un po’ a sorpresa, ma dopo l’esperienza alla Juventus non me la sentivo di allenare nuovamente in Italia. La vittoria in Coppa d’Asia del 2011 è stata sicuramente una grande emozione e un’importante soddisfazione personale. Riuscimmo anche ad incanalare un filotto impressionante di risultati positivi, un record interrotto solo dalla Corea del Nord dopo diciannove partite. Dopo la vittoria in Coppa d’Asia, l’imperatore nipponico volle incontrarmi per omaggiarmi per aver dato lustro al paese, addirittura, contro le usanze del paese, volle stringermi la mano. Questo gesto mi sorprese molto, tutti i presenti scoppiarono a piangere. Tra me e il popolo giapponese si è instaurato sicuramente un feeling incredibile e duraturo“.

In diverse occasioni è sembrato vicino alla panchina della Nazionale italiana. Per lei è un rimpianto non aver allenato gli Azzurri? 

Tempo addietro sono stato contattato per la panchina della Nazionale italiana, anche più di una volta. In un caso, in particolare, prima di Conte, sembrava tutto fatto, poi virarono sul mister che si liberò dalla Juventus. In Italia la panchina della Nazionale è una questione molto “politica” e anche per questo motivo non considero un rimpianto non esserci arrivato. Allenare gli azzurri non è mai stata una mia priorità. Sono sempre stato un allenatore anomalo rispetto agli altri, non ho mai avuto agenti in vita mia, e spesso purtroppo ho assistito a dei veri e propri conflitti d’interesse. Io però non ho mai accettato compromessi“.

La sua ultima esperienza calcistica è stata quella con la Nazionale degli Emirati Arabi. Quali sono i suoi progetti per il futuro? Ha intenzione di tornare in panchina?

Probabilmente non ho più la pazienza per allenare una squadra di club e fare battaglie fuori dal campo. Mi sono sempre gestito da solo e non mi sono mai proposto a nessun presidente, non ho mai cercato una panchina a tutti i costi. Sono sempre stato un allenatore atipico, non ho mai giocato ad alti livelli e anche quando sono andato ad allenare all’estero non ho mai portato la mia famiglia con me, credo sia arrivato il momento di dedicargli il mio tempo. Addirittura, quando allenavo nelle categorie inferiori, capitava che il venerdì pomeriggio mandavo a casa i giocatori e gli dicevo “ci vediamo domenica mattina” e il sabato andavo a vedere le partite della Primavera segnandomi i giovani migliori sulla piazza. La passione per il calcio c’è sempre, mi piacerebbe lavorare con i giovani, appunto, e aiutarli a crescere calcisticamente. Mi divertirei tanto anche con i bambini“.

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