Intervista esclusiva a Nicola Binda: "Gap con le big d’Europa resta elevato, anche per l’Inter. Non è più quella Juve in cui vincere è l’unica cosa che conta. Napoli? Per il dopo Conte, prenderei..."

Intervista esclusiva della nostra Redazione a Nicola Binda. Giornalista de 'La Gazzetta dello Sport' dal 1989, con oltre 35 anni di attività dedicata principalmente al calcio, contraddistinta da una forte passione nei riguardi delle Serie C e da una particolare attenzione sia al campionato cadetto che alla divisione dilettantistica. Oltre che esserne il responsabile della comunicazione, è un grande tifoso dell'Omegna, società calcistica che può vantare anche un passato in Serie C a cavallo tra gli anni '70 e '80.

Intervista esclusiva della nostra Redazione a Nicola Binda. Il giornalista de 'La Gazzetta dello Sport' ha espresso il parere personale su vari temi che riguardano il calcio italiano. Diverse le osservazioni interessanti, dall'Inter di Christian Chivu, neo campione d'Italia, alla Roma di Gian Piero Gasperini; non potevano mancare opinioni sulle attuali condizioni della Juventus, oltre che sulla stagione della Fiorentina. E sul calcio italiano...

Nicola, grazie per aver accettato l'invito della nostra Redazione.

L'Inter, dopo il 21° scudetto, si è aggiudicata anche la decima Coppa Italia della sua storia. Quanto resta grande il gap della squadra di Christian Chivu con le big di altre nazioni per essere più competitiva anche in Champions League? 

L’Inter ha meritato questa doppietta, perché è stata la squadra più regolare del campionato, quella che ha saputo amministrare al meglio i diversi problemi che sono sorti durante la stagione. Tutte le squadre hanno dovuto affrontare situazioni complicate, ma l'Inter, anche grazie al supporto della miglior dirigenza che c'è in Italia, è stata la squadra più brava a restare concentrata sul campo e a fare i risultati che doveva.

Sono stati tanti gli infortuni, di conseguenza le difficoltà nella gestione della rosa, ma il merito va dato anche a un allenatore che, togliendo poco più di una decina di presenze con il Parma, si è ritrovato al quasi debutto in Serie A; Chivu è stato bravo a non voler fare lo "scienziato", ha approcciato con estrema semplicità con tutti i suoi giocatori e ha sopperito alla mancanza degli infortunati con un turnover saggio, trovando delle alternative all’altezza tra quelle a sua disposizione, senza creare isterismi e senza indurre la proprietà a compiere decisioni avventate sul mercato.

Questa squadra ha dovuto fare a meno di alcuni titolarissimi per larghi tratti della stagione: Lautaro Martínez, Çalhanoğlu e Dumfries hanno perso quasi mezzo campionato e, malgrado queste assenze, la compattezza di tutta la società è stata la chiave di volta per ottenere delle vittorie importanti in questa stagione.

Quello relativo alla Champions League, invece, è un discorso che va messo da parte. Sia per l'Inter che per tutte le altre squadre italiane il gap c’è e resta ancora troppo elevato.

Il rapporto tra Antonio Conte e il Napoli si interromperà anzitempo, al termine di questa stagione. Quale allenatore sarebbe più congeniale a ereditare la panchina partenopea?

Vincenzo Italiano. Lui sarebbe l'allenatore ideale per dare continuità al lavoro di Conte, perché è uno dei pochi, tra quelli della scuola italiana, ad avere anche abbastanza esperienza in campo internazionale. La proprietà del Napoli, però, ama rischiare e nel trascorso ha anche compiuto qualche scelta inconsueta, con l’avvio di nuovi progetti che non sono riusciti ad andare oltre quelle che erano le aspettative.

Sì dovrà cominciare un percorso completamente nuovo, cambieranno i meccanismi e aumenteranno le insidie. Certo, non è una scelta facile, ma, ripeto, ci vedrei bene Vincenzo Italiano.

Come si è comportato il Milan di questa stagione?

Non mi sarei aspettato di vedere questa squadra uscire così presto dalla Coppa Italia e in procinto di arrivare con il fiatone all’ultima partita del campionato per acciuffare una qualificazione in Champions League, nonostante l’unico vero impegno fosse il campionato.

Se questa società ha come massima aspirazione la conquista della quarta posizione in classifica, vuol dire che il problema è a monte; vincere a tutti i costi fa parte del DNA di questo club, oltre che della propria tradizione, per cui questa del Milan è una condizione che fa riflettere anche su quello che è lo stato di salute del calcio italiano.

Il Milan ha disputato nove gare di campionato, inclusa l'ultima contro il Genoa, senza schierare Rafael Leão in campo, ottenendo sette vittorie. Una pura coincidenza oppure questa squadra può fare a meno del calciatore portoghese?

Leão è un grande giocatore e, dopo Modrić, resta quello più in vista di questo Milan. Allegri, che è un grandissimo gestore dei suoi giocatori e riesce a ottenere sempre il massimo da tutti, non è riuscito nella missione di renderlo il campione che tutti conoscono: questo è l’aspetto che più mi ha sorpreso. Credo che questo risultato rappresenti il capolinea di questa sua esperienza, per cui credo che una partenza di Leão sia la scelta migliore affinché possa andare altrove per esprimersi al meglio delle sue possibilità.

Con una vittoria contro l'Hellas Verona, la Roma sarebbe aritmeticamente qualificata alla prossima Champions League. Quali nomi potrebbe richiedere Gian Piero Gasperini alla società per rinforzare la rosa, in vista della prossima stagione?

La storia di questo campionato ha fatto vedere quanto Gasperini sia diventato un elemento portante di questa società, specialmente nella scelta delle figure che devono esserci al proprio fianco, oltre a dimostrare di essere un allenatore molto esigente.

Ha rotto i rapporti prima con Massara e poi con Ranieri, le persone di riferimento della Roma, ma la proprietà ha scelto di puntare su di lui, rinunciando agli altri due, a dimostrazione di quanta fiducia sia stata impartita a Gasperini. Tutto ciò significa che egli avrà un enorme potere anche nella scelta di un manager chiamato a portare in squadra i nomi che più possono esprimere al meglio il suo calcio. Si appresta a diventare il centro del progetto Roma, senza più avvalersi di quegli interlocutori con i quali il feeling non era mai sbocciato.

Potrebbe profilarsi un arrivo di Teun Koopmeiners alla Roma, uno dei pupilli di Gasperini. Sarebbe l’acquisto ideale per rinforzare la rosa?

Se Koopmeiners torna ad essere quello dell'Atalanta, direi proprio di sì. Con Gasperini lo si è visto al massimo delle sue possibilità, mentre alla Juventus ha avuto tre allenatori, nessuno dei quali ha saputo tirare fuori il meglio dall’olandese; evidentemente, soltanto l’attuale allenatore della Roma è riuscito a entrare nella testa di questo giocatore. Credo che la Juventus, pur di liberarsene, non stia a badare tanto all'aspetto finanziario.

Quanto sarebbe grave una mancata qualificazione alla prossima Champions League da parte della Juventus e, di conseguenza, quali scenari potrebbero verificarsi all’interno dello staff tecnico e dirigenziale?

Questa Juventus la si riconosce soltanto perché gioca allo "Stadium" e indossa le maglie bianconere. Da diverso tempo, non è più quel club in cui vincere è l'unica cosa che conta; non c’è più la squadra con il blocco unico, forte, solido, compatto, arricchito da tante stelle italiane e straniere.

Confido in Giorgio Chiellini, l'unico che può trasferire questa mentalità e compiere quegli interventi necessari per ridare grande valore al nome e alla storia di questo club, liberandola da tutti quei volti che non hanno la personalità per indossare questa maglia. Finché non tornerà ad appropriarsi della propria identità storica, rimarrà una squadra qualsiasi.

Anche la Juventus si è adattata un po' a quello che è il trend del calcio italiano attuale; è un insieme di singoli di estrazione diversa, tasselli di un puzzle che hanno lasciato l’opera incompiuta. Proprio Spalletti sembrava l’unico in grado di poterlo ricomporre, ma nel lungo periodo si è dovuto arrendere. Evidentemente, di più non poteva fare.

Nella stagione in corso la società ha investito tanto, ma è mancata la scelta strategica di realizzare un gruppo con i valori juventini ben stampati nella mente; se si pensa agli investimenti per giocatori mediocri, come Openda e David, si può dire che molti soldi sono stati lanciati dalla finestra.

È naturale che con un ingresso in Champions League la società farebbe un mercato all’altezza, in considerazione delle importanti entrate da investire al meglio; se così non dovesse essere, sarebbe impensabile riuscire a portare giocatori del calibro di Bernardo Silva o Lewandowski.

Indipendentemente dalla scelta dei singoli nomi, c’è bisogno che arrivi gente che sia arrabbiata e grintosa in ogni partita, come quella che ha scritto le belle pagine di storia della Juventus.

Nonostante abbia ottenuto una qualificazione alla prossima Conference League, Raffaele Palladino non ha rilasciato dichiarazioni circa il proprio futuro. Nell'eventualità dovesse lasciare l'Atalanta, chi potrebbe essere il più accreditato?

Anche all'Atalanta sembra che sia finito un altro ciclo. Palladino ha dato un po' di continuità a quel lavoro che aveva lasciato Gasperini e che si voleva riprendere con Jurić. La qualificazione in Conference League resta un grande risultato e ciò vuol dire che il club può continuare a rimanere nell'élite in Europa, un appuntamento fisso che fino a una decina d’anni fa era soltanto un miraggio per l'Atalanta.

Credo che questa società debba cambiare radicalmente la propria identità, a cominciare dalla scelta di un direttore sportivo in condizione di lavorare in simbiosi con la proprietà; mi aspetto dai Percassi l’individuazione di un manager con il quale costruire un nuovo progetto tecnico, che però dovrà discostarsi completamente da quello lanciato da Gasperini.

Se dovesse arrivare Giuntoli, credo che verrà scelto un allenatore di una certa esperienza, capace di affrontare anche il cammino in Europa. Volendo azzardare un nome, sarebbe bello dare un'opportunità a Fabio Grosso, un allenatore in grande ascesa e con una visione del calcio innovativa. Lo vedrei bene per iniziare un nuovo progetto all'Atalanta.

Su una scala di valutazione da 0 a 10, qual è il voto da attribuire alla Fiorentina di questa stagione e perché?

Le darei un 6, perché la salvezza non era affatto scontata, se si considera la prima parte della stagione in cui la squadra sembrava completamente in picchiata; è stata anche molto colpita dalla morte di Commisso, poi c'è stato l’arrivo di Fabio Paratici che ha rimesso un po' le cose a posto, grazie anche a un buon mercato di gennaio in cui la squadra si è ripresa piuttosto bene. Sono stati bravi tutti, perché non era facile rimediare a quello che sembrava un disastro inesorabile.

Dalla stagione 2019/20, almeno un club italiano aveva raggiunto le semifinali di una competizione europea. Qual è la lettura personale di questo dato e che anno è stato il 2026, sinora, per tutto il calcio italiano?

Negli ultimi 20 anni, rispetto a tutti i campionati top d’Europa, la Serie A è quello cresciuto meno, perché ha pervaso troppo individualismo e, di conseguenza, non ha prevalso l'intero sistema calcistico. Ciascuna società continua a pensa a sé; sono venti orticelli bellissimi, rigogliosi, ma unendoli insieme non creano un grande giardino. Non è stata cercata una strategia comune per dare valore al prodotto del massimo campionato italiano.

Si vedono molte partite inutili, con due terzi delle squadre pronte ad affrontarlo soltanto per non retrocedere, quindi per non perdere, giocando con poca spettacolarità; basti pensare a due club di livello mondiale, come il Milan e la Juventus, che si accontentano di terminare al quarto posto. Tutto questo è riduttivo e porta a un calo di pathos imbarazzante per la competizione.

È un campionato che non ha la forza contrattuale degli altri maggiori europei, perché piace poco e non emoziona, come dimostrato dalle tante partite noiose terminate con uno scialbo 0-0. In Serie B, anche se il livello tecnico è più basso, ci si diverte molto di più, perché le partite vengono giocate fino all’ultimo secondo e le squadre non si risparmiano.

Inoltre, arrivano tanti calciatori stranieri, molti da campionati minori, che scelgono la Serie A soltanto come vetrina utile per transitare nei campionati europei di maggior rilievo; un tempo, era un punto d'arrivo per diversi calciatori internazionali, mentre ora è soltanto un luogo di passaggio e rifinitura in cui quelli che diventano più bravi, poi, vanno a cercare fortuna altrove.