Ferrari, essere o non essere: Vettel sei tu il problema?

Pubblicato il autore: Francesco Fiori Segui

Sebastian Vettel – Foto Getty Images© scelta da SuperNews


Das Lied der Deutschen 
è il titolo dell’inno tedesco. In Italia è diventato “di casa” tra il 1996 e il 2006, quando un tale di nome Michael Schumacher lo ha fatto sentire, come poesia, per ben 72 volte con la tuta rossa della Ferrari.
Dal 2015 un altro poeta della massima attrazione motoristica sta provando a rievocare ciò che di ineguagliabile a Maranello può essere, ma da qualche mese a questa parte la musica risulta più stonata del previsto e Sebastian Vettel pare essere l’unico problema della Rossa di Maranello che si appresta a vedere l’ennesimo trionfo di Hamilton.

Essere o non essere come Schumi?
La risposta è semplice. Schumacher appartiene ad una razza di piloti unici, maniacali, determinati quasi fino allo sfinimento, macchine da guerra pronte a tutto per la vittoria.
Vettel ha raccolto un’eredità pesantissima, forse anche troppo per lui che pur sempre ha nell’albo d’oro 4 titoli mondiali.
Cosa sia successo dalla tremenda prima fila di Monza non è tenuto a sapersi. La morte di Marchionne, il pasticcio della conferma-non conferma di Raikkonen, la pseudo faida interna tra Arrivabene e lo stesso pilota tedesco e il caratterino più latino che tedesco di Seb hanno partorito un disastro in cui Hamilton e Toto Wolff hanno raccolto il massimo.

Vettel non è Schumacher e su questo non ci sono dubbi. Non è neanche Alonso, mister polemica, o Hamilton, mister glamour. E’ il pilota che siede sul sedile più pesante dell’intero paddock, perché 11 anni di digiuno mondiale iniziano a farsi più pesanti rispetto ai 21 di astinenza tra Scheckter e Schumacher. Più pesanti perché tra il 1979 e la gloriosa data dell’8 ottobre 2000 si son viste delle monoposto Ferrari imbarazzanti, sopratutto contro la supremazia McLaren e Williams, con l’unica parentesi immensa dell’unico e grandissimo Gilles Villeneuve. Ad inizio 2018 Loria, la macchina di Vettel, era semplicemente la migliore. Questo ha allarmato la Mercedes e la Ferrari, senza l’uomo forte al comando (vedi Todt-Brawn 2000), è implosa come la peggior squadra di debuttanti.

Dare ora tutte le colpe a Vettel è ingiusto e alquanto inutile. Sebastian non ha lo sguardo teutonico di Schumi, quasi mai visto ridere, non è il computer maniacale di Kerpen che sapeva ridicolizzare compagni di squadra e avversari e non ha quella certezza di essere il migliore, divenuta tale in Michael dopo il 2000.

Ma attenzione, chi dimentica è complice. Lo stesso Schumi è ricordato oggi dai ferraristi come un Dio, ma anch’esso ha patito critiche feroci (vedi scontro Jerez-Villeneuve o Giappone 1998 con prima marcia innestata prima del verde e spegnimento del motore) catalogando il futuro Kaiser come pilota senza attributi e vittima della pressione, proprio come oggi Vettel. L’esame finale non sarà domani e neanche le restanti gare. Per Vettel il bivio della carriera arriverà nel 2019 quando come compagno di squadra avrà il predestinato Leclerc. A quel punto due saranno le vie, o Ferrari mondiale o implosione stile Red Bull-Ricciardo 2014.
A lui la scelta dell’essere o non essere il problema.

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