Wimbledon, Raonic l’astro nascente

Pubblicato il autore: Mario Grasso Segui

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Perdere una finale nettamente in tre set non sempre è un male. E’ la storia del torneo di Wimbledon disputato da Milos Raonic. Il tennista canadese originario del Montenegro (è nato a Pogdorica, ndr), ha fatto un grande passo per avvicinarsi ai big del momento. Ma siamo davvero di fronte a un astro nascente oppure no?

Guardando il palmares bisogna andarci piano. Finora ha vinto solo otto tornei a partire dal 2011, nessuno di rilevanza particolare. Mai un torneo dello slam, mai un Master 1000, ma comunque una base c’è. A gennaio aveva già dato un segnale importante battendo Federer in due set nella finale del torneo sul cemento di Brisbane, uno dei tornei di preparazione all’Australian Open. Altre due finali ha raggiunto in questo 2016, prima di capitolare a Wimbledon. Finali in tornei di una certa rilevanza, tra l’altro. Ko contro Djokovic nel Master 1000 di Indian Wells e contro Murray sull’erba del Queen’s, quasi fosse un’anticipazione della finale vista ieri.

Eppure la crescita di questo ragazzo è impressionante. Destro, usa il rovescio a due mani, il suo punto di forza è il servizio. Molta potenza nel suo gioco, che, unita alla velocità, lo rende adatto alle superfici veloci. A seguirlo un coach che in carriera qualcosa l’ha vinta, per utilizzare un eufemismo. Si tratta dello spagnolo Carlos Moya (un Roland Garros su tutti). In questo 2016 Milos Raonic ha già ottenuto un grandissimo risultato nell’Australian Open, raggiungendo la semifinale, arrendendosi dopo una battaglia di cinque set contro Andy Murray. A 25 anni è stato fino a prima della finalissima il suo miglior risultato in un torneo dello slam.

Ma il canadese ha saputo migliorare la sua performance con una prestazione a Wimbledon che gli permetterà sicuramente di scalare la graduatoria del ranking Atp. Il suo torneo è stato quasi perfetto. Nei primi tre turni ha praticamente passeggiato battendo in tre set prima lo spagnolo Pablo Carreno Busta, poi il nostro Andreas Seppi, infine lo statunitense Jack Sock. La prima impresa negli ottavi contro il belga David Goffin, contro cui è riuscito a ribaltare uno svantaggio di due set a zero in un’epica vittoria. Quattro set ci sono voluti, invece, per battere lo statunitense Sam Querrey, giustiziere nientemeno che del numero uno Djokovic. Ma la vera impresa è stata compiuta in semifinale contro il favoritissimo Roger Federer, uno che di tornei dello slam ne ha vinti 17 (7 dei quali a Wimbledon) e che con le finali ha una certa confidenza. Eppure Raonic ha dato il primo squillo, poi ha perso due set e infine ha realizzato l’ennesimo ribaltone del suo straordinario Wimbledon.

E’ forse, però, arrivato troppo stanco per le troppe battaglie alla sfida conclusiva. Così la sua bestia nera del 2016, l’idolo di casa Andy Murray, non ha avuto eccessivi problemi. Tuttavia questo Wimbledon potrebbe essere il trampolino di lancio di un giocatore già forte ora, ma che nei prossimi anni o magari già nei prossimi mesi potrebbe dire la sua in palcoscenici importanti. L’US Open sarà la prova del nove per Milos.

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