Dall’omega all’alfa, Nibali riparte da dove aveva lasciato

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui

Foto originale Getty Images © scelta da SuperNews

Primo Nibali, a seguire tutti gli altri. Una sentenza pronunciata appena cinque mesi fa a Como, Lungo Lario Trento, che ancora oggi continua a valere a Sanremo, via Roma.
Dal Giro di Lombardia alla Milano Sanremo, dall’omega all’alfa delle Classiche Monumento, dalla corsa di un giorno per scalatori a quella per velocisti.
Basta vedere l’ordine di arrivo di ieri per capire, o almeno provare a farlo, l’impresa che il siciliano ha realizzato lanciando un attacco letale sulle ultime pendenze del Poggio, a cinque chilometri e poco più dall’arrivo: Ewan, Demare, Kristoff, Sagan solo per citarne alcuni, con Kwiatkowski undicesimo e Viviani addirittura diciannovesimo – ultimo del gruppetto che in volata ha provato a rimontare sullo Squalo dello Stretto – nonostante a tirare nel finale fosse stato proprio il treno della Quick Step Floors.

Primo Nibali, a seguire tutti gli altri. Eppure ci hanno provato a fermarlo, proprio lui che oggi correva in funzione di stopper per il compagno di squadra Sonny Colbrelli (9° al traguardo), ma che quando ha visto il campione lettone Krists Neilands muoversi sul Poggio ha deciso di seguirlo, per poi rendersi conto che forse quella poteva davvero essere l’azione buona, l’azione decisiva per entrare nella Storia: è bastata una bugia dall’ammiraglia, un “hai guadagnato 20 secondi, non fermarti” quando in realtà allo scollinamento ne aveva la metà per convincerlo a non desistere e a continuare così, a tutta verso Sanremo. Lui che pittore non è ma artista sì, ancora una volta ha tracciato curve da Maestro (come lo ha definito L’Equipe) realizzando un capolavoro dal valore inestimabile, come già ci aveva abituato in passato.
Tra il disincanto generale di chi sapeva che probabilmente lo avrebbero ripreso a discesa terminata, sfruttando quei 2 km finali di rettilineo con il vento in faccia, Nibali anche stavolta ha saputo sorprendere resistendo con la testa ma soprattutto con il cuore, tanto da potersi godere le ultime decine di metri guardandosi per la prima volta alle spalle come a voler dire a tutti gli altri che ce l’aveva fatta, che li aveva beffati in casa loro.

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“Non riesco ancora a valutare se sia la più bella vittoria della mia carriera”, ha ammesso subito dopo aver tagliato la linea del traguardo, e questo è più che comprensibile: ha iniziato a vincere nel 2010 con la Vuelta a España, ha conquistato un Giro d’Italia (2013) vincendo a cronometro ed in salita, ha dominato al Tour de France l’anno successivo staccando tutti sul pavé e su qualsiasi catena montuosa transalpina, per poi confermarsi definitivamente al Giro dove nel 2016 ha reso possibile l’impossibile, ribaltando in due giorni una classifica pressoché delineata. Nel mezzo, due Giri di Lombardia (2015 e 2017) ed altrettanti Campionati Italiani (2014 e 2015) a confermare la caratura di atleta a tutto tondo, capace di vincere su ogni terreno ed in qualsiasi condizione. E meno male che la storia non si scrive con i se e con i ma, altrimenti saremmo ancora qui a parlare di Olimpiadi e Mondiali, Rio de Janeiro e Firenze, entrambi vicini ma entrambi puntualmente allontanati dalle cadute nel momento decisivo.

Eppure ancora oggi c’è chi mette in discussione il suo talento pensando che ogni successo sia arrivato per fortuna o demeriti altrui, negando l’evidenza pur di non ammettere che un Campione del genere, invidiato in tutto il mondo, va cullato e protetto con attenzione: ieri è ripartito da dove aveva concluso, ma soprattutto ha vinto a fari spenti una corsa su misura per molti ma non di certo per lui, in un momento della stagione in cui la gamba non è ancora la migliore. Siamo solo all’inizio e i veri obiettivi devono arrivare, ma La Primavera del siciliano ha già portato con sé i primi fiori.

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Come a dire “nomen omen, Vince Nibali”. A seguire tutti gli altri.

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