Doping: dal caso Russia a Di Luca, a chi credere?

Pubblicato il autore: Andrea Bellini Segui

DOPING atletica

Quando si parla di doping, si sa, bisogna sempre andare cauti, visto l’importanza di un tema come questo. Ma mai come in questo periodo il tema torna prepotentemente alla ribalta, on molte voci che si esprimono sull’argomento. Ma da dove è nato tutto ciò?

Tutto ha inizio negli ultimi mesi del 2015,  con la Wada (la Commissione di Inchiesta dell’Agenzia Mondiale Antidoping) che nel novembre scorso ha presentato a Ginevra un documento di 323 pagine, una relazione su un’indagine indipendente; cosa conteneva questo documento? In sostanza, la Wada ha accusato la Federazione Russa di dopare i propri atleti: un’accusa supportata dallo smascheramento di una fitta organizzazione occulta per alterare o nascondere i risultati dei test antidoping sui propri atleti, insistendo su come queste coperture trovavano appoggio ai piani più alti della politica.

L’inchiesta, durata circa un anno, avrebbe rivelato inoltre come gli atleti russi andati a medaglia ai Giochi Olimpici di Londra 2012 avessero fatto uso di sostanze illecite. Ovviamente ci ricordiamo tutti il grande clamore mediatico che suscitò la notizia a suo tempo, tanto che venne sospesa a tempo indeterminato la Federazione Russa, e il ministro dello sport Mutko annunciò una pulizia generale. Ma tutti ci ricordiamo anche l’ennesimo scossone di inizio marzo, quando la ARD, la televisione tedesca che fece emergere lo scandalo, rivelò che le promesse furono solo di facciata, rivelando, ad esempio, come l’allenatore dell’atletica Mokhnev, pur essendo sospeso, continuasse ad allenare nella piccola città di Gubkin, al confine con l’Ucraina, e avesse persino avuto un ruolo di supervisore agli ultimi campionati invernali nazionali, solo per citare un caso. A tutto questo, anche se, da sottolineare come le due cose non siano collegate, si è aggiunta non molto tempo fa, l’ammissione di Maria Sharapova, la tennista russa sospesa dal 12 marzo per essere risultata positiva ad un test antidoping durante gli Australian Open: la sentenza dovrebbe arrivare a giugno, poco prima di Wimbledon.

Ma questa è storia vecchia e ben nota. E’ di pochissimi giorni fa, invece, la dichiarazione shock di Danilo Di Luca, il quale ha affermato candidamente che se non avesse fatto uso di sostanze proibite non avrebbe mai vinto niente, facendo riferimento soprattutto alle vittorie più prestigiose, ovvero quelle nel “Giro d’Italia” e nella “Liegi-Bastogne-Liegi”, guarda caso ottenute entrambe nel 2007. Chiaramente sono delle affermazioni sconvolgenti, che sembrano alludere ad un sistema sotterraneo, che è poi quello che aveva fatto emergere la Wada in Russia.

A contrastare ciò sono prontamente intervenuti i nuotatori italiani, con Luca Dotto in testa, seguito da Orsi e dalla Pellegrini, tutti uniti nell’attacco deciso a Di Luca con le dure parole contenute in un tweet di Dotto, ma soprattutto con l’intenzione di contrastare questa generalizzazione che, a detta degli atleti in questione, altro non sarebbe che un tentativo dell’ex ciclista di difendersi.

In conclusione, a chi credere? Da una parte siamo naturalmente portati a credere chi difende a spada tratta i sani valori su cui si fonda lo sport in generale, fatto di fatica, sudore e tanta, tanta passione; dall’altra, però, non si può rimanere indifferenti di fronte a maxi-inchieste come quelle della Wada, che porta alla luce gli ingranaggi di un imbroglio colossale: d’altra parte, come direbbero i più cinici, quando gli interessi economici in gioco sono altissimi, è facile che succedano cose simili.

Ma chiaramente non si può liquidare tutto con quest’affermazione: bisogna cominciare a fare concretamente qualcosa per garantire delle competizioni pulite, senza che sia dato spazio a nessun dubbio sulle vittorie future in qualsiasi campo; questo sarà il compito per tute le istituzioni, e il primo banco di prova per risollevare la credibilità dello sport sarà ad agosto, in Brasile, a Rio: le Olimpiadi 2016.

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