Di Caro, Gazzetta dello Sport: ‘Il tiki taka all’italiana ci ha penalizzato in questo Mondiale’

Pubblicato il autore: Martina Carella Segui

Andrea Di Caro

Roma – Torna l’appuntamento settimanale con le interviste ai più noti giornalisti sportivi italiani. Per l’occasione abbiamo incontrato Andrea Di Caro, Responsabile di Gazzetta.it e Vicedirettore della Gazzetta dello Sport. L’inizio della sua avventura professionale, la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali di calcio e la scelta del prossimo ct della nazionale, sono alcuni dei temi affrontati da Andrea Di Caro.

Buongiorno Andrea, ci racconti come è nata la tua passione per lo sport e per il giornalismo sportivo?
Come succede a tutti i bambini italiani la passione per lo sport è nata praticandolo. Quando ero piccolo giocavo spesso a calcio con gli amici. Giocavamo per strada, buttando due giacchetti o due maglioncini a terra per avere le porte. Poi mio padre era appassionato di calcio e grande tifoso della Roma: era lui a portarmi allo stadio ogni domenica. Relativamente, invece, alla passione per il giornalismo, io e mia sorella abbiamo avuto sin da piccoli il sogno di poter scrivere per qualche giornale. Non c’erano giornalisti nella nostra famiglia e quindi l’interesse per questa professione è nato spontaneamente. Con il tempo entrambi, anche se con modalità differenti, siamo riusciti a realizzare il nostro obiettivo.

Qual è il giornale che ha ospitato il tuo primo articolo?
Il giornale che ha ospitato il mio primo articolo è stato Il Messaggero. Dopo aver frequentato la scuola di giornalismo a Perugia, feci uno stage proprio alla redazione sportiva del quotidiano romano. Il mio compito era quello di raccontare le vicende legate alla Roma. La squadra in quel periodo era in ritiro estivo e tutti i giornalisti l’avevano seguita in trasferta. Proprio in quei giorni doveva arrivare in città un giocatore brasiliano acquistato dal club ed io ero l’unico che poteva intervistarlo. Il caporedattore mi chiese di andare all’aeroporto per incontrarlo ed io portai con me carta, penna e macchinetta fotografica. Ero alla mia prima esperienza e non sapevo che delle immagini si occupavano i fotografi professionisti. Tornai al giornale con il servizio completo di testo e foto, meravigliando non poco quello che all’epoca era il responsabile della redazione. Quell’articolo lo ricordo con particolare affetto e fu il primo di una lunga serie.

Oggi sei responsabile di Gazzetta.it: quale delle esperienze professionali vissute ti è stata più utile per raggiungere questo obiettivo?
Nel corso della mia carriera ho sempre voluto fare nuove esperienze. Mi piacciono infatti i nuovi progetti e sperimentare cose diverse. Ho vissute svariate esperienze professionali: ho iniziato a lavorare in una rivista di calcio e cultura, il settimanale ‘Rigore’; poi ho collaborato con tante testate (Il Messaggero, La Gazzetta dello Sport, Il Mattino, Il Corriere della Sera); ho gestito la redazione di un sito Internet; ho fatto radio e dopo qualche tempo sono passato alla televisione; ho scritto un paio di libri; sono tornato alla carta stampata, fondando con Riccardo Luna il quotidiano Il Romanista; ho lavorato a Tutto Sport, testata che ho lasciato dopo due anni per raggiungere la redazione toscana del Corriere della Sera; sono tornato a lavorare per il Messaggero, dove sono diventato responsabile del sito Internet del quotidiano; dopo un anno mi sono trasferito a Milano per iniziare la mia avventura in Gazzetta dello Sport. Dal punto di vista professionale, l’esperienza fondamentale per arrivare dove sono oggi l’ho vissuta al Messaggero, però sono convinto che anche gli anni in RCS mi hanno aiutato a farmi conoscere ed apprezzare.

Recentemente hai assunto anche la carica di Vicedirettore di Gazzetta dello Sport. E’ il risultato di un sogno perseguito con tenacia da sempre o un obiettivo costruito giorno per giorno attraverso le esperienze personali e professionali?
Sono molto ambizioso e appassionato del mio lavoro, ma quando ho iniziato a lavorare non mi sono posto il problema di dove dovevo arrivare. Mi piace dare sempre il massimo e in tutte le esperienze che ho vissuto ho cercato di dare il meglio di me. Ho messo la stessa passione e lo stesso impegno sia in realtà piccole e locali che in realtà grandi e prestigiose. Tutte le esperienze vissute mi hanno insegnato cose importanti, sia dal punto di vista professionale che umano. A volte ci sono anche i treni che passano e sui cui non si deve aver paura di salire. Era passato qualche treno quando ero più giovane, ma era sfuggito via per sfortuna o perchè non era il momento giusto. A chi vuole fare il giornalista consiglio di lavorare sodo, mettersi sempre in discussione e non avere mai paura di rischiare, di cambiare città e stile di vita. Io sono di Roma e, nonostante sia molto legato alla mia terra, ho trascorso gli ultimi 9 anni della mia vita in città lontane. Per realizzare i propri sogni non basta la tenacia, serve anche un pò di fortuna, ma sono convinto che chi è davvero bravo, chi ha voglia di mettersi in gioco e di lavorare sodo ce la può fare. Chi ha tenacia e capacità non resta in disparte a lungo, prima o poi riesce a raggiungere la propria destinazione professionale.

Errori arbitrali vs incapacità tecnica: questo mondiale versione Italia verrà ricordato per…
Verrà ricordato come un fallimento. Forse un fallimento ancora più bruciante di quello del 2010, quando l’Italia uscì dal Mondiale nel corso della fase iniziale. Questa sconfitta fa più male di quella vissuta 4 anni fa: quella del 2010 infatti era una squadra che non aveva avuto un ricambio generazionale, era una squadra svuotata. In questo Mondiale c’era invece la convinzione che fosse arrivata una ventata di freschezza e di aria nuova. Non è stato così perchè ci siamo ritrovati con una formazione qualitativamente inadeguata e un gruppo sfaldato e diviso tra veterani e nuove leve. In queste condizioni, la squadra non è riuscita a fare il salto di qualità che serviva.

Quali gli errori che potevano essere evitati in questa mancata qualificazione?
Sicuramente Prandelli ha commesso qualche errore di valutazione in fase di convocazione. Il problema vero però è stato un altro: il nostro calcio sta diventando minore rispetto ad altre realtà europee e non. Non riusciamo più a produrre un gioco coinvolgente, divertente e armonico. Se non riusciamo a farlo con i club, non vedo come potremmo riuscirci con la nazionale. Però nonostante la nostra non sia una squadra eccezionale, non meritavamo di uscire a vantaggio di Costa Rica e Uruguay. Di più si doveva e si poteva fare. L’assenza di giocatori di gamba e di corsa ci ha costretto a giocare una sorta di tiki taka all’italiana che ci ha penalizzato. A noi è mancato l’atteggiamento offensivo, gli attaccanti e i giocatori di qualità che le altre squadre invece avevano. Ho visto in campo una squadra col freno a mano tirato.

Chi guiderà la nostra nazionale?
Mancini o Allegri: sono entrambi ottimi allenatori. Mancini ha più esperienza, ma Allegri ha vinto uno scudetto con il Milan. Sono giovani, grintosi e motivati. Credo che entrambi possano fare la differenza.

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