“Non è morto un tifoso della Lazio, ma un cittadino italiano”. Per Gabriele Sandri

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

gabriele-sandriLa macchina cammina a velocità sostenuta su Viale Marconi. E’ l’ora di pranzo di domenica. Dopo parecchi anni la sto passando assieme alla mia famiglia, abbiamo deciso di andare a mangiar fuori. La Roma gioca la sera, contro il Cagliari, così porto dietro la sciarpa e il mio abbonamento di Curva Sud. Assieme a mio fratello minore, che da un paio d’anni ha preso a venire con me allo stadio. Ce l’ho portato io la prima volta. Giocavamo contro l’Inter. Abbiamo perso, ma sono stato comunque orgoglioso di avergli fatto vedere il mio personale tempio, quel luogo dove tante persone, senza conoscersi, si ammassano le une sopra le altre per un gol.

Ascolto svogliatamente la radio. I miei 21 anni ancora risentono di qualche retaggio adolescenziale e di star in giro con mamma e papà non è che ne abbia tutta questa voglia. “Un tifoso della Lazio in viaggio per Milano è morto nell’autogrill di Badia al Pino”. Mi si gela il sangue. Dov’è Badia al Pino? Non sono mai stato un tipo impressionabile, ma ho sempre avuto il difetto di interpretare male e con troppa partecipazione avvenimenti che riguardano qualcosa o qualcuno vicino a me o al mio modo di essere. “Morto?”, mi chiedo silente. Mi dico che forse si tratta di un errore. Lo voglio sperare. Ma d’altro canto la mia curiosità vuole sapere cosa sia successo veramente. Otto anni fa non c’erano gli smartphone, e non si poteva consultare internet in ogni luogo. Così le notizie che arrivano sono frammentate. Volutamente poco chiare.

Il giovane ragazzo è stato ucciso da un colpo di pistola, partito dall’altra carreggiata dell’autostrada da un agente della PolStrada per sedare presunti scontri tra laziali e juventini. Il Questore di Arezzo indice una conferenza stampa, dove però ai giornalisti è vietato formulare domande. Vietato chiedere “perché” e “per come” un ragazzo abbia perso la vita per mano di un poliziotto. Semplicemente vietato. Perché in Italia è così che funziona. L’informazione, la libertà d’espressione e quella di movimento, sono concetti tanto belli quanto applicabili finché a qualcuno va. Poi, di tanto in tanto, quando la situazione le richiede, vengono sospesi senza problemi. Con una facilità estrema. Come bere un bicchiere d’acqua.

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Mi sento scosso. Anche se non l’ho ancora realizzato, il mio inconscio rivede me al posto suo. Come, credo, ogni ragazzo di curva quel giorno si sia rivisto al posto di Gabriele. Chi di noi non è transitato, andando in trasferta, per autogrill e stazioni? “Se avessero preso un caffè non sarebbe successo”, tuonerà il ministro dell’Interno Giuliano Amato a margine della faccenda. Giusto. Severo ma giusto. In perfetta linea con la morale e il senso di responsabilità totalmente assenti in questo Paese. La stessa morale invocata costantemente dal calcio e dai suoi gestori nei confronti dei tifosi, che nel 2007 erano freschi proprio di Decreto Amato, in seguito ai fatti di Catania che videro la morte dell’Ispettore Raciti. Trasferte vietate, strumenti di tifo interdetti e l’inizio di un giro di vite senza fine di cui ancora oggi i nostri stadi pagano dazio.

Ma dicevamo di quella morale. A farla, e non lo dimenticherò mai, sono gli stessi che permisero quel giorno la regolare disputa di tutte le partite di Serie A. In un clima surreale. Perché se il buonsenso e i sentimenti non ce l’hanno le istituzioni, e questa è cosa ormai lapalissiana, ce l’ha la gente normale. E per gente normale intendo anche i ragazzi di Bergamo e Taranto. Quelli che con la loro “violenza” fecero sospendere i rispettivi incontri. Ma, mi chiedo, chi quel giorno trascese le regole della civile convivenza? Chi ruppe un vetro entrando in campo per mettere fine a uno spettacolo che non rispettava neanche un morto ammazzato, o chi questo spettacolo lo ha spalleggiato e tenuto in vita? E, sarò anche demagogico e malpensante, ma possiamo davvero affermare che tutto ciò fu casuale?

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Io c’ero la sera a Roma. Ricordo bene tutto. Gli assalti alle caserme e la totale assenza di forze dell’ordine attorno allo stadio Olimpico. Come se al Viminale non sapessero cosa sarebbe successo. La realtà, diciamocela tutta, è che quella sera probabilmente fece bene un po’ a tutti lo sfogo dei tifosi romanisti e laziali. Permise di oscurare momentaneamente la vicenda e fermare l’emorragia di informazioni che nel frattempo trapelava da Badia al Pino. Ci hanno provato comunque, hanno detto che quel colpo è partito casualmente, poi che è stato deviato. Ci hanno voluto far credere, insomma, che Gabriele si fosse quasi ucciso da solo, andandosela a cercare. Perché, mi pare logico, a una rissa si risponde con il fuoco.

“Non è morto un tifoso della Lazio, è morto un cittadino italiano”. Le parole di Giorgio Sandri, il papà, al funerale. Un cittadino italiano ucciso più volte. Non solo quella mattina in terra di Toscana. Gabriele è stato ucciso dalle decisioni prese per il suo assassino, Luigi Spaccarotella. Mai veramente condannato e persino riabilitato al lavoro, in barba a quella sicurezza del cittadino che tanto ci vogliono spacciare quotidianamente. Gabriele è stato ucciso dalle menzogne e dagli articoli vergognosi che, in fondo, altro non dicevamo che se tu fai la vita da tifoso, se segui la tua squadra oltre la cinta muraria della tua città, ci può stare che qualcuno, una mattina, ti rifili una pallottola nel cranio e ti mandi all’altro mondo. Perché è così che funziona in Italia. In Italia il rispetto si basa sulla convenienza. E non conviene analizzare obiettivamente i fatti. Perché farlo? Onestà, in questo Paese, non ha mai fatto rima con verità. Ce lo insegnano le tante stragi di Stato e i tanti segreti rimasti archiviati e mai, volutamente, tirati fuori e sottoposti a indagini serie ed accurate. Si nasconde l’immondizia sotto al tappetino, perché tirarla fuori e ripulirla vorrebbe dire mettere in discussione buona parte della classe dirigenziale dello Stato.

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E allora, a nove anni dall’omicidio di Badia al Pino, lasciateci ricordare Gabriele Sandri per ciò che era. Un cittadino italiano, prima che un tifoso o un ultras. Perché è giusto così. Perché una morte innocente non va categorizzata, ma merita la giusta indignazione. Un’indignazione che, ora me ne rendo conto, avrebbe aiutato a scacciar via, almeno per un po’, il clima di tensione a cui anche questo episodio è indubbiamente legato. Un episodio figlio delle leggi speciali e dei decreti nei confronti dei tifosi. Figlio delle indagini mai terminate e mai chiarite sulla morte dell’Ispettore Raciti. Figlio della psiocosi collettiva che tra le Alpi e il Mediterraneo ha colpito politici e media quando si parla di tifosi. Fin quando non ci sarà calma, intelligenza nel gestire ogni situazione e preparazione da parte degli addetti ai lavori, andremo sempre incontro a episodi come questo. Nulla di nuovo sotto questo cielo. Riposa in pace Gabriele, figlio di Roma e ragazzo come me.

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