Unicusano-Sangiovannese, l’eterna lotta tra bene e male (FOTO E VIDEO)

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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San Giovanni Valdarno
è uno dei paesini adagiati sul fiume. Quel letto d’acqua che attraversa Firenze, facendo risplendere i suoi ponti e irrigando la valle che circonda il capoluogo toscano. Figline, San Giovanni, Montevarchi. Questi sono i tre principali centri della Valdarno spostandosi da Firenze verso sud. Luoghi dove si vive con una certa tranquillità e che riservano nella cordialità e nella simpatia verace dei propri abitanti alcuni dei più grandi pregi.

San Giovanni e Montevarchi, calcisticamente, possono anche vantare una storia importante. Diversi anni trascorsi in Serie C, e un derby che forse è tra i più sentiti della Toscana. Un regione già di suo celebre per l’acceso campanilismo tra contrade, borghi, città e paesi. Basta entrare nel piccolo comune popolato da 17.000 anime per toccare con mano quanto detto. Trovandosi di fronte il Palazzo d’Arnolfo, per secoli centro del potere cittadino, ci si può sedere in uno dei bar circostanti e osservare, di tanto in tanto, effigi della Sangiovannese appese all’interno dei locali. Nulla è lasciato al caso. A pochi chilometri da Firenze logica vuole che in tanti abbiano anche il cuore gigliato, ma nessuno oserebbe mai cancellare il club locale dalle proprie tradizioni e costumi.

La Sangio, come la chiamano da queste parti, è una vera e propria istituzione. Dopo alcuni anni di oblio, con la ripartenza dai bassifondi del calcio italiano, i biancazzurri sono riusciti a risalire la china, facendo ritorno in Serie D, massimo livello del calcio dilettantistico. Il raggiungimento della semifinale di Coppa Italia è un vero e proprio evento. Innanzitutto perchè la finale si disputerà allo stadio delle Due Strade, ubicato nientepopodimeno che a Firenze, soltanto cinquanta chilometri più in là, seguendo il corso dell’Arno, e in seconda battuta perchè il vincitore di questo trofeo ha grosse chance di essere ripescato in Lega Pro.

Di fronte c’è il Fondi. Anzi, la Unicusano Fondi. Che all’andata si è imposta, proprio al Virgilio Fedini, per 0-1. Una sconfitta che ha compromesso lo possibilità di qualificazione e ha lasciato l’amaro in gola ai tifosi che avevano gremito numerosi le gradinate proponendo una coreografia meritevole di ben altri palcoscenici. Sì, perchè quando si parla di calcio, ormai, in Italia non si tiene più conto della sua valenza popolare e sociologica. Far spiccare i propri colori, le proprie bandiere e i propri cori è motivo di vanto. Orgoglio di chi in quella giornata, grazie alla propria squadra, può far primeggiare una piccola comunità, evidenziando ancora, dopo secoli, come l’attaccamento alle proprie radici, nel nostro Paese, non sia un mero fattore storico, ma un fatto profondo e incancellabile. Nonostante qualcuno lasci passare la salvaguardia di identità popolare e cultura locale come becero provincialismo. Se così fosse, comunque, che ben venga l’esser provinciali.

Questa storia, quella della Sangio e dei suoi tifosi, che potrebbe essere comunque la storia di tante altre tifoserie e piccole cittadinanze italiche, è l’esatta antitesi, e non solo sportiva, dei suoi avversari. Fondi è una società nel suo piccolo storica e ricca di tradizioni per una regione, il Lazio, che ormai da un ventennio tende sempre più a uccidere decine di club in nome di sporchi giochi di potere che nulla avrebbero a che fare con lo sport. Qualcosa di simile è successo anche là, in quel centro urbano che si staglia nell’omonimo agro, posto tra i Monti Lepini e uno stupendo tratto di costa tirrenica.

Il Fondi Calcio, nel 2014, è stato acquisito dalla Unicusano. Una delle più famose università telematiche italiane. Fin qua nulla di trascendentale verrebbe da dire. I veri problemi, almeno per chi vede il calcio in una determinata maniera, nel rispetto della sua sacralità, cominciano con il cambio di alcuni aspetti fondamentali per il tifoso. La parola Unicusano, ha infatti sostituito qualsiasi tradizionale nomenclatura del club, andando a stravolgere la sua storia. Dallo stemma al nome da riportare su giornali, classifiche e distinti. Perchè mai un fondano dovrebbe tifare un’università? Misteri del calcio moderno che non trovano una risposta precisa, se non quella sconcertata di buona parte del tifo rossoblu.

Chi mastica calcio minore e conosce un minimo il tifo organizzato, avrà certamente fatto caso che da qualche tempo, quando la compagine laziale scende in campo, non appare più lo striscione degli Old Fans. Storico gruppo che ha seguito ovunque le sorti dei rossoblu. I ragazzi della Curva Iacuele hanno deciso di non fiancheggiare la scelta della nuova proprietà, contestandone modi e maniere e non riconoscendo nell’attuale Unicusano Fondi la squadra per cui hanno sempre tifato. Del resto è sufficiente vedere le foto della tifoseria attuale, composta perlopiù da bambini delle giovanili, messi appositamente là per fare numero. A tal merito molto interessante l’articolo di Massimo Bagiardi, esperto cronista sangiovannese, sulla gara di andata dove, oltre a un arbitraggio che ha fatto discutere, ha tenuto banco la richiesta dell’Unicusano di avere uno sconto sui biglietti d’ingresso (venduti già di loro al modico prezzo di dieci euro) per favorire l’afflusso dei pullman gratuiti organizzati per trasportare da Fondi diversi ragazzi delle giovanili che avrebbero dovuto interpretare l’artefatto tifo rossoblu.

È proprio qua che si dipana la nostra storia. L’amore di plastica contro la passione genuina. Una guerra che da anni non caratterizza soltanto i grandi palcoscenici calcistici, ma spesso si annida proprio nelle piccole realtà, usate a proprio piacimento, distruggendo anni di storia e lasciando tifosi e appassionati senza una squadra. I tifosi toscani, a differenza di quanto accaduto per la scolaresca inviata dall’Unicusano, al ritorno hanno affrontato la trasferta a modo loro. Non un’invasione. Certo. Ma una presenza che è andata be al di là del risultato e della prevedibile eliminazione. Un tifo che si è protratto per tutta la gara. Per la squadra, per la città e per i propri colori. Senza bisogno di sponsorizzazioni e prezzi agevolati. Anzi, all’ingresso i supporter toscani hanno trovato controlli abbastanza rigidi e poco accomodanti.

A differenza di quanto accaduto nella curva di casa. Questi geni che acquistano società, cambiano nome e fanno passare per buono e pulito ciò che non lo è, spesso si nascondono dietro la promessa di riportare le famiglie nel calcio e mantenere un’immagine linda di questo sport. Peccato che non abbiano fatto i conti con un aspetto, da palesi profani di sport quali sono: mettere decine di ragazzini della scuola calcio in curva, regalargli qualche cartoncino per la coreografia e un paio di megafoni, non vuol dire avere il tifo, per come lor signori lo intendono. È bastato poco per capirlo, con le offese e le invettive che la plastificata curva dell’Unicusano ha lanciato per tutti i 90′ nei confronti dei toscani. I quali, ovviamente, comprendendo, non hanno degnato di una risposta l’avversario continuando a sostenere i loro ragazzi sul terreno di gioco.

Vince la Unicusano. Ok. Ma non vince il calcio. Perdono quei ragazzi e quelle persone rimaste fuori perchè. giustamente, coerenti con loro stessi e schifati dal modo sempre più grigio e triste di amministrare lo sport. Quei settori ospiti sempre vuoti quando gioca il club laziale, perchè evidentemente di pullman gratuiti e sconti non si può vivere vita natural durante. E se nella vita, come nel calcio, esistono un bene e un male, semplificando di molto il discorso, al Purificato ognuno è stato libero di individuarli. Io sto con i ragazzi di San Giovanni e con la loro squadra. Sto con chiunque difenda il proprio club da folli smantellamenti che hanno come padre il calcio moderno. Fate vobis.

 

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