Euro 2016: i segreti del fenomeno Islanda. Testo e musica di Fabrizio Pratticò, un calabrese emigrato tra i ghiacci…

Pubblicato il autore: Paolo Bellosta Segui


islanda
Fabrizio Pratticò, portiere di 26 anni originario di Reggio Calabria, ci racconta il fenomeno calcistico islandese. Pratticò ha sfidato il proverbiale gelo artico giocando l’anno scorso nella serie B locale. Intervista di calcioesteronews.it

Come sei finito a giocare nel Bi-Bolungarvik?

«Stavano cercando un portiere per risalire la classifica. L’intermediario – se così possiamo chiamarlo – è stato Giacomo Ratto, mio grande amico e anche lui portiere all’estero (ora nella prima divisione della Mongolia), mentre l’agente che si è preso cura del trasferimento era uno spagnolo. Mi hanno contattato il venerdì, mi sono preso un giorno per decidere assieme alla mia famiglia, mi hanno spedito il contratto e il lunedì successivo sono partito per Reykjavik».

Per curiosità, sapevi già qualcosa dell’Islanda e del calcio islandese?

«Sinceramente no. Fino al 2015 non mi ero mai interessato a quel tipo di calcio perché guardavo ad altri Paesi in Europa, se non ad altri continenti. Ma mi sbagliavo, perché il calcio alla fine è sempre lo stesso da tutte le parti: l’unica cosa che cambia è il modo di viverlo».

Qual è stato il tuo primo impatto con la “terra dei ghiacci”?

«Molto difficile, specialmente all’inizio. Il clima era molto rigido – fin troppo per i miei gusti – e a volte non riuscivo neppure ad allenarmi dal freddo che c’era, non potendo farlo in uno stadio coperto come era nelle possibilità di altre squadre del campionato. Inoltre sono stato sfortunato nel trovare un gruppo poco compatto e leale, cosa che mi è successa raramente in carriera. Tutta una serie di motivi per cui non siamo riusciti a raggiungere gli obiettivi a livello di squadra».


È vero – come sostengono in molti – che la recente realizzazione di stadi al coperto in tutto il Paese è stata la ragione principale della rapida crescita del calcio islandese?

«Penso di sì. Oltre che funzionali, sono davvero bellissimi: forse perché non ci avevo mai giocato o più semplicemente perché fuori faceva troppo freddo! Questi stadi, che hanno il campo in erba sintetica, sono piccoli ma nuovi e accoglienti, dotati al loro interno di mensa e palestra».

Sono le cosiddette football houses. Realizzate a cavallo del nuovo millennio, sono nate per consentire agli Islandesi di giocare a calcio tutto l’anno e non solo in estate. Li frequentano allo stesso modo uomini e donne, ma soprattutto ragazzi. A questo proposito, quanta attenzione viene riservata dalle società calcistiche islandesi alla formazione dei più giovani?

«Le rose delle loro squadre sono piene di giocatori provenienti dal settore giovanile. In questo momento tanti ragazzi si siedono in panchina, anche se in prospettiva il livello dei giovani calciatori islandesi è superiore a quello dei più esperti. Ma non sono tutte riserve. Nell’undici titolare del Bi-Bolungarvik c’erano anche due minorenni, uno dei quali è finito in Championship».

Immagino tutti biondi e con gli occhi azzurri…

«No o comunque non solo! Chi non conosce la realtà islandese non sa che la Ksi, cioè la Federazione di calcio locale, sta naturalizzando molti ragazzi africani e dell’est Europa arrivati nel Paese da piccoli, così da rendere più vario il repertorio tecnico e atletico della loro Nazionale».

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