Mondo Ultras: quando lo striscione viene prima della squadra

Pubblicato il autore: Giuseppe Garetti Segui

“Prima vengono gli amici
prima viene il gruppo
poi viene lo striscione
e poi viene la squadra”

Con queste parole pronunciate dal “Bocia” , capo ultras storico bergamasco, in occasione del X anniversario dalla morte di Gabriele Sandri si possono riassumere le basi della mentalità ultras.

Chi sono gli Ultras?
Dalla maggior parte sono considerati la parte malata del calcio, dei semplici criminali da sbattere al gabbio, in una cella 4×4 per poi gettare via le chiavi.
Quando si ascolta la parola “Ultras” le prime immagini che balzano alla mente sono scontri con la polizia o tra tifosi di diverse fazioni. D’altronde non mi sento di biasimare chi pensa ciò, visto che i media parlano di ultras solo in questi casi.
Perchè l’indignazione dell’opinione pubblica che mise (giustamente) alla gogna Daniele De Santis, detto “Gastone”, reo di aver sparato e ucciso, Ciro Esposito, tifoso napoletano che era a Roma quel 3 maggio per assistere alla finale di Coppa Italia, Napoli – Fiorentina, non ha riservato lo stesso trattamento a Luigi Spaccarotella, poliziotto che senza un’apparente giustificazione fece partire un colpo di pistola che prese in volto Gabriele Sandri, ultras laziale, uccidendolo. Stesso Spaccarotella che a poco più di 10 anni si ritrova in condizioni di semilibertà, dopo aver scontato nemmeno metà della pena assegnata inizialmente.
Di fatti che purtroppo sono passati alla cronaca nera, con persone (ultras, poliziotti,ecc… ma prima di tutto persone!) che hanno perso la vita, negli ultimi decenni sono diversi, ma etichettare gli ultras come criminali per alcuni singoli episodi è come dire che tutti i preti sono pedofili, tutti i poliziotti sono assassini o che tutti i politici sono corrotti.
Come ogni categoria sociale, anche quella degli ultras è soggetta a stereotipi, ma non può e non deve essere etichettata con accezioni negative, solo per questo motivo, insomma, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio!
Poichè pur non avendo trovato lo stesso spazio della cronaca nei media nazionali, gli ultras si sono spesso resi protagonisti di gesti di grande solidarietà, come gli “Angeli del Fango” di Genova, dove furono proprio gli ultras a prestare i primi soccorsi nel 2011 dopo l’alluvione, oppure in occasione dei tragici eventi di Amatrice, dove migliaia di fazioni ultras si mobilitarono per raccogliere fondi o qualsiasi materiale utile per i terremotati.

L’essere ultras è un modo di concepire la vita.

Una vita dove il gruppo viene prima del singolo, dove l’aggregazione è l’elemento cardine, in grado di unire diverse generazioni sulle gradinate e fonderle in unico coro, di incitamento verso i propri colori. La mentalità ultras va contro la cultura del calcio moderno, dove contano solo soldi e profitti finanziari, ma è fatta di sacrifici ai più inconcepibili, spinti da una passione in grado di farti apprezzare le piccole cose e di crescere nelle grandi delusioni.
Perchè non si è ultras solo nel fine settimana, ma sette giorni su sette.
Gli ultras non sono tutti uguali, ma sono uniti dall’amore per la propria squadra, dalla tenacia con il quale sotto la pioggia, il vento e il freddo gelido, sostengono la squadra in ogni dove, sono uniti da quel coro cantato a più non posso per riscaldarsi a vicenda, sono uniti da quel panino diviso in due alla stazione, dopo un giorno di digiuno, sono uniti dalla sicurezza dell’amico che dorme accanto sul pullman che ti riporta dalla trasferta, dalla passeggiata goliardica nella citta’ avversaria, dalla gioia di partire per una trasferta e dalla stanchezza del ritorno.

Gli ultras sono coloro che ogni domenica colorano i nostri stadi e fanno sì che questo sport non sia formato solo da ventidue persone che tirano a calci un pallone.

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