Ernesto Valverde e la rivoluzione culturale con il Barcellona

Pubblicato il autore: Giuseppe Ortu Segui

Foto originale Getty Images © scelta da SuperNews

La straordinaria stagione del Barça può essere spiegata in tanti modi: una grande difesa, il solito attacco atomico, un centrocampo nuovamente al centro del gioco, i numeri eccellenti dei suoi giocatori. Tutto vero. Al momento Leo Messi è il Pichici del campionato con 25 reti, Ter Stegen lidera la classifica del Zamora con appena tredici reti subite, una in meno di Oblak; il numero 10 argentino capeggia la lista dei maggiori assistmen della Liga con 12 pases de gol. Una vera macchina da guerra.

Giocatori eccezionali di una squadra altrettanto straordinaria si dirà. Certo, sì. Ma a volte i giocatori da soli non bastano. Per farli convivere al meglio e farli rendere al massimo delle loro potenzialità, affinché esprimano il meglio di loro stessi, hanno necessità di una guida altrettanto straordinaria quanto il loro talento. Un direttore d’orchestra che riesca a conciliare i tempi di ingresso dei solisti nella partitura e che dia all’ensamble un suono unico, omogeneo, da insieme musicale appunto.

Questo direttore d’orchestra, questa guida straordinaria il Barça l’ha trovata in Valverde. Non un allenatore qualunque. Valverde è riuscito dove altri avevano fallito. Cambiare mentalità alla squadra e all’aficion senza quasi che nessuno se ne accorgesse. Valverde ha ereditato da Luis Enrique una squadra con uno spogliatoio a pezzi che viveva quasi da separata in casa con il proprio allenatore, e che appena messo piede al Camp Nou ha perso il calciatore sul quale il club puntava per il dopo Messi. Nonostante questa situazione da tregenda, il Txingurri ha costruito una macchina perfetta.

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I meriti di Valverde non sono solo questi, peraltro incommensurabili. No, il vero miracolo del tecnico extremeno è stato quello di mutare profondamente il Dna della squadra senza che nessuno storcesse il naso o saltasse dalla sedia indignato. Valverde è riuscito, quasi senza farlo notare, a dare una svolta epocale al FC Barcelona. Ha abbandonato un dogma, il 4-3-3, per sposare il 4-4-2. Una eresia si sarebbe detto prima del suo arrivo. Il FC Barcelona è un club di puristi, di dogmatici che non scende mai a compromessi. E’ un club dai valori assoluti; bianco o nero, mai grigio. La strada intermedia non era mai stata presa in considerazione. Sulla base di questo dogma era stato posto sulla graticola prima Tata Martino, incapace di dare un gioco arioso, veloce e spumeggiante alla squadra e tanto, troppo differente da Guardiola e da Tito. Poi era stato il turno di Luis Enrique, hombre demasiado (troppo) vertical perché non cozzasse subito con le grandi personalità dei campioni dello spogliatoio. Le sue idee: dalle rotazioni al limite della patologia compulsiva, a un calcio passato troppo in fretta ad essere tiqui-taca ad eccessivamente verticale, avevano allarmato stampa e tifoseria. La partita contro il Rayo Vallecano, dove per la prima volta dopo anni si era perso il possesso palla a vantaggio dell’avversario, aveva scandalizzato tutto il barcelonismo. Quella gara (nonostante la vittoria) resterà nelle menti di tutti i culès come uno dei punti di inflessione più bassi della squadra.

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Valverde, come una leggera, umile, silenziosa e educata formichina, ha invece scosso il club, la sua mentalità, il suo Dna dalle fondamenta e, quasi, nessuno se n’è accorto. Ha abbandonato il 4-3-3 per un più accorto 4-4-2, ha dato solidità (altra parola taboo a Can Barça) al reparto difensivo, ha fatto acquisire la capacità di soffrire alla sua squadra (altro concetto rivoluzionario) e, sopratutto, fa sì che la formazione si ritiri nella propria metà campo e attenda l’avversario. Partite come il secondo tempo contro l’Atletico Madrid in casa, il Las Palmas, l’Eibar, il Malaga, l’Athletic, nelle quali la squadra ha cercato di risparmiare forze fisiche e mentali, gestendo il risultato e lasciando l’iniziativa agli avversari, non sarebbero state tollerate in precedenza. Tutti questi elementi ricordati sono dei concetti-abominio che Valverde è riuscito a inculcare nella mente dei giocatori e far accettare, di più, a far applaudire e esaltare a tutto il barcelonismo. Il vero miracolo di Valverde è questo.

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Il Barça è sempre stato un club molto complicato perché a Barcelona non basta vincere; qui devi vincere giocando bene, dando spettacolo e segnando sempre tre/quattro reti più dell’avversario. Anche Luis Enrique era stato attaccato più volte dai media e nelle conferenze stampa sul punto. Il concetto di tutte le altre squadre del mondo, Real Madrid compreso, “l’importante è vincere”, qui non è ammesso; meglio, non è tollerato. Il Barça è Mès que un Club anche per questo motivo. Valverde è un caso a parte, un uomo unico che sta riuscendo dove altri non sono arrivati o non hanno nemmeno provato ad immaginare di fare. Mutuando il titolo di un film fantastico, Ernesto Valverde finirà nella Leggenda degli Uomini Straordinari che hanno costruito la storia di questo club da leggenda.

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