Champions League, il calcio italiano non è morto. Roma e Juventus lo hanno dimostrato

Pubblicato il autore: Francesco Picciocchi Segui

TURIN, ITALY - SEPTEMBER 09: Massimiliano Allegri head coach of Juventus FC looks on during the Serie A match between Juventus and AC Chievo Verona on September 9, 2017 in Turin, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)
Questo articolo è dedicato a tutti i disfattisti che dopo l’andata dei quarti di finale di Champions League con le sconfitte della Juventus (3-0 in casa contro il Real Madrid) e della Roma (4-1 al Camp Nou contro il Barcellona) stavano già celebrando il requiem al calcio italiano. Gli studiosi del calcio, dati alla mano, constatavano la schiacciante superiorità spagnola, anche in Nazionale dopo il 3-0 di settembre che di fatto ci ha portati all’esclusione dal Mondiale. Erano già partiti i primi processi, e i soliti discorsi tirati fuori ad ogni sconfitta “italiana” che parlano di rifondazione del movimento calcistico. Le rispettive gare di ritorno dovevano essere solo una formalità e certificare ancora una volta il dominio di un calcio, quello spagnolo, che anche quest’anno avrebbe portato due squadre alle semifinali ed invece, quando tutto sembrava già scritto, ecco che la Roma di Eusebio Di Francesco, con una gara spaziale elimina il Barcellona battendolo per 3-0 mentre ieri la Juventus sfiora l’impresa al Santiago Bernabeu uscendo grazie ad un rigore concesso dall’arbitro al Real Madrid a tempo scaduto. Queste due gare, insieme alla Lazio che si trova ai quarti di finale di Europa League ed ha vinto l’andata contro il Salisburgo, di certo non permettono una totale riabilitazione, ma fanno gridare a gran voce che il calcio italiano non è morto.

Tuttavia il calcio italiano è afflitto da numerosi problemi o presunti tali: dall’invasione di stranieri nel nostro campionato, alle squadre primavera non valorizzate al punto giusto, fino ad una presunta mancanza di talenti nel nostro calcio. Esistono, però, anche delle motivazioni o a volte delle opinioni diffuse che gravano sulla condizione attuale del calcio italiano.

Questione economica: un’opinione diffusa tra gli addetti ai lavori è quella secondo cui il calcio italiano sarebbe di basso livello e di conseguenza privo di campioni rispetto a quello inglese o spagnolo. La realtà, però, ci dice che in Italia vi è solamente una superpotenza capace di sborsare 60 milioni per acquistare un calciatore: la Juventus. Al contrario, negli altri campionati la disponibilità economica è di gran lunga maggiore, ecco che le società possono permettersi di acquistare campioni a prezzi faraonici (Pogba e Neymar sono solamente due esempi) in grado di alzare il livello del campionato ed aumentare l’appeal per le stelle emergenti. Bisogna prendere coscienza che si è lontani dagli anni 80′-90′ durante i quali l’Italia era la meta ambita e desiderata da tutti i campioni emergenti ed ogni squadra ne aveva almeno uno: basti pensare al Napoli di Maradona, al Milan degli olandesi, alla Juventus prima di Platini e poi di Zidane, all’Inter prima dei tedeschi e poi di Ronaldo, Falcao nella Roma, Junior al Torino, Zico all’Udinese, Crespo e Stoichkov al Parma. Oggi è totalmente diverso, l’Italia non è più il centro degli investimenti calcistici in Europa ma è un campionato che viene depredato dei suoi talenti (Verratti dal Pescara al Paris Saint Germain è forse il paradigma per eccellenza di questa pratica).

Questione tattica: spesso quando vediamo partite di campionati stranieri come Premier League o Liga viene quasi spontaneo paragonarle alla nostra Serie A e puntualmente troviamo i campionati esteri più belli ed interessanti del nostro. Ma perchè? Partite come Liverpool-Manchester City 4-3 nella nostra Serie A se ne vedranno poche, molto più spesso da noi si vedranno degli 1-0. Questione tattica e di mentalità: i campionati come la Premier League sono molto meno tattici e le partite giocate molto più a viso aperto e con continui rovesciamenti di fronte. Questo modo di giocare esalta gli attaccanti (basti pensare al caso Salah, che in Italia faticava ad arrivare in doppia cifra mentre in Inghilterra è in testa alla classifica della scarpa d’oro) a scapito di portieri e difensori. In Italia il famoso “catenaccio” è stato abbandonato da un pò, ma nonostante ciò il nostro resta un calcio tattico, che cattura meno gli occhi di chi vuole vedere lo spettacolo ma che attira l’attenzione di chi vive di calcio. La tattica è il nostro punto di forza, inutile voler copiare il modello spagnolo o importarlo attraverso allenatori stranieri, si farebbe del male al nostro calcio. Si è provato a sacrificare il nostro tatticismo (facendolo passare per “catenaccio”) sull’altare del tiki-taka ma i risultati sono stati pessimi. C’è bisogno di un calcio propositivo, volto alla vittoria ma che non dimentichi il punto di forza italiano.

Capitolo nazionale: per tutti è difficile accettare l’Italia fuori dal Mondiale. Ma come è nato il più grande fallimento del calcio nazionale moderno? E’ nato e si è consumato sulla base di scelte sbagliate della Federazione. Nell’estate 2016 l’Italia sotto la guida di Antonio Conte disputa un Europeo da protagonista, ma alla fine del torneo la Federazione lascia andare l’allenatore salentino e lo sostituisce con Gian Piero Ventura, tecnico sessantenne che non ha mai ottenuto grandi successi con squadre di club. L’allenatore cambia molto tatticamente, facendo molta confusione: si parte con un 3-5-2, per passare ad un offensivo 4-2-4 per concludere con un disperato 4-3-3. Ma la notte emblema del fallimento è una sola: 2 settembre 2017, a Madrid la nazionale si gioca un pezzo della qualificazione contro la Spagna. Ventura ripone nel cassetto tutte le certezze che avevano fatto della nazionale una squadra solida, per giocarsela col 4-2-4: alla maniera della Spagna in casa della Spagna. Risultato: 3-0 senza appello, pioggia di critiche, Ventura e la squadra iniziano a brancolare tatticamente nel buio fino al disastro contro la Svezia. Sbagliato affrontare la Spagna a viso aperto. Sbagliato cercare di copiare il loro gioco (della serie: la copia non sarà mai l’originale). Sbagliato riporre quelle certezze che avevano dell’Italia una squadra forte e solida e le avevano permesso di battere la Spagna ed eliminarla dall’Europeo appena un anno prima.

Questione calciatori: il calcio italiano ha avuto una carenza di talento in corrispondenza dei Mondiali Sudafrica 2010 e Brasile 2014, ma ora sta vivendo una nuova primavera, può contare su calciatori di assoluto talento che militano in club importanti del nostro campionato: Romagnoli nel Milan, Rugani e Bernardeschi nella Juventus, Cristante e Caldara nell’Atalanta, Insigne e Jorginho nel Napoli, Chiesa nella Fiorentina. Tuttavia serve un continuo ricambio generazionale che possa garantire un giusto futuro al calcio italiano. Occorrono società che puntino maggiormente sulle squadre primavera e non le riempiano di stranieri, occorrono allenatori che vedendo un giovane talento, non lo lascino marcire in panchina, ma abbiano il coraggio di mettere da parte i cosiddetti “senatori” per far spazio a giovani emergenti e di sicuro talento.

Il calcio italiano, per raggiungere i successi sia in ambito di club che Nazionale, non può prescindere dalla tattica. Ce lo ha dimostrato Di Francesco con la sua Roma che è riuscito ad imbrigliare tatticamente il Barcellona e a batterlo 3-0, ce lo dimostra Massimiliano Allegri quasi ogni domenica schierando la Juventus tatticamente in maniera perfetta sul campo e cambiando volto alla partita con le sostituzioni. Ce lo dimostrano gli allenatori italiani vincenti all’estero: la favola di Ranieri con il Leicester, il titolo conquistato da Antonio Conte con il suo Chelsea. Ce lo dimostrano allenatori che hanno accresciuto il loro bagaglio calcistico in Italia per poi esportare questa filosofia e vincere all’estero: basti pensare al “Cholo” Simeone, allenatore del Catania e poi vincitore della Liga in Spagna con il suo Atletico Madrid con un gioco tutt’altro che spagnolo. Ce lo dimostra un allenatore dal palmares ricco come Carlo Ancelotti, vincitore in Italia, Inghilterra, Spagna, Francia e Germania. C’è da costruire con fiducia il futuro della nostra Nazionale, facendo scelte ponderate e vincenti a partire dal prossimo commissario tecnico. Non si possono ottenere successi snaturando il nostro calcio, volendo copiare una filosofia, quella spagnola totalmente agli antipodi. C’è bisogno di un calcio tattico ma allo stesso tempo propositivo, in una sola parola “ITALIANO” per poter contrastare con le nostre armi un dominio dei club spagnoli che sembra non avere fine e allo stesso tempo per poter dare agli italiani una Nazionale in cui tutti si riconoscano, che li unisca e li renda orgogliosi.

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