Roma-Barcellona: Di Francesco, corsi, ricorsi e un sogno chiamato Kiev


I sogni son desideri. Eusebio Di Francesco ha sempre creduto che la Roma potesse fare l’impresa “impossibile” in Champions contro il formidabile Barcellona di Messi. Lui, i suoi ragazzi e pochi altri, specie dopo il 4-1 - bugiardo - subito sette giorni fa al Camp Nou. E adesso ha il diritto di pensare in grande: “Noi vogliamo andare a Kiev”. Detto in maniera chiara, lucida. Perché se vivi una notte da tramandare ai posteri come quella dell’Olimpico, dove riduci il Barca “ad una pulce”, niente è impossibile. Perché il calcio resta un mistero gaudioso, dove il famoso fatturato non sempre ha la meglio. Così Pep Guardiola, che sembrava destinato ad andare a Kiev per diritto divino col City degli sceicchi, a Kiev non andrà. Eusebio, invece, potrebbe vederla di persona con la Roma, trattata alla stregua di una Cenerentola. Nomi, numeri, corsi e ricorsi gli indicano la strada che porta a Kiev.

D’altronde, la Roma non ha fatto altro che ripetere in meglio la partita d’andata. Che è un paradosso fino ad un certo punto. Per una curiosa coincidenza, infatti, i marcatori sono stati gli stessi del Camp Nou, dove i giallorossi erano stati penalizzati dall’arbitro e da due autogol. Questa volta, però, oltre a Dzeko, anche De Rossi e Manolas hanno infilato la porta giusta: il primo indizio di un segno del destino? Chissà. Per ora limitiamoci a dire che si tratta di una rivincita nella notte più bella, dove la passione si sposa col sogno.

Prendete Manolas. La scorsa estate era gia stato venduto allo Zenit San Pietroburgo, la gente lo aveva ripudiato. Poi il greco si era impuntato, il trasferimento era saltato e ora la sua esultanza dopo il gol qualificazione è diventata un must del tifoso romanista, che stamane si è svegliato con gli occhi ancora lucidi, la sciarpa al collo e un sorriso largo cosi da esibire sul posto di lavoro o a scuola. O la storia di Dzeko. Pure lui, a gennaio, aveva le valigie pronte, destinazione Londra, dove lo aspettava il Chelsea. Poi i tentennamenti del centravanti bosniaco - ieri migliore in campo per distacco - e signora hanno mandato all’aria l’affare che era già apparecchiato. Con i Blues di Conte non avrebbe potuto continuare a giocare la Champions, lui è rimasto ed è il protagonista di questa mirabolante cavalcata europea della “Magica”. Ma anche De Rossi aveva qualche sassolino da togliersi. Basta ripensare alla valanga di critiche subite dopo l’espulsione contro il Genoa in campionato. Ieri sera quella sfera sul dischetto pesava come una palla medicinale anche per lui, che aveva gia calciato un rigore nella finale mondiale di Berlino. Ora Capitano e basta, Capitan Futuro non abita più qui.

E poi Di Francesco, non a caso vincitore di un scudetto con la Roma da giocatore. Il tecnico, testardo e caparbio, ha preparato la gara in modo perfetto. Pressing alto, a partire da Dzeko e Schick, finalmente in sintonia con il resto della squadra e pronto a sacrificarsi. Messi ingabbiato, Suarez isolato, Iniesta prigioniero dei centrocampisti giallorossi, Florenzi e Kolarov stantuffi inesauribili sulle fasce. Impeccabile il trio di difesa a protezione di un Alisson rimasto inoperoso, anche questo un capolavoro considerando chi aveva davanti.

Dice: ma il Barca ha giocato molto al di sotto del suo standard, ha preso sottogamba la partita, eccetera eccetera. Può anche darsi, ma è difficile capire dove finiscono i meriti della Roma - enormi - e iniziano i demeriti dei catalani, che però si presentavano all’Olimpico sfoderando numeri mostruosi. Il Barcellona era imbattuto in Champions League e lo è ancora nella Liga, che sta dominando. Fino a ieri aveva incassato tre sconfitte in stagione: due ko con il Real Madrid nella Supercoppa di Spagna e uno con l’Espanyol nel derby d’andata di Copa del Rey, sconfitta poi ribaltata con tanto di approdo in finale. Forse è giusto dire che il Barca ha sottovalutato gli astri: giusto un anno fa era stato travolto, sempre per 3-0, dalla Juventus a Torino. Insomma, altro che “Bombon”, come annunciava con una certa sicumera Sport, il quotidiano sportivo catalano, il giorno del sorteggio: il cioccolatino è andato di traverso a Messi e soci.

Nella notte leggendaria della Roma fa capolino un altro - possibile - segno del destino. Che non evoca dolci ricordi ai giallorossi, ma che potrebbe anche schiudere le porte ad una rivincita attesa da 34 anni. In parallelo con la sfida dell’Olimpico il Liverpool completava il suo di capolavoro, eliminando il Manchester City di Guardiola, che veniva considerato il favorito numero uno alla vittoria finale. E chi ha segnato uno dei due gol con i quali i Reds hanno espugnato il campo dei Citizens, replicando la vittoria dell’andata? Ma certo, quel Salah tanto rimpianto a Roma e che ora fa impazzire la Kop. I piu ottimisti fra i tifosi giallorossi hanno dato anche un’occhiata al giorno della finale di Kiev, non si sa mai, e hanno fatto un salto sulla sedia: 26 maggio. Cioè, il “dies nefastus” per eccellenza dalle parti di Trigoria, quello della finale di Coppa Italia persa nel derby contro la Lazio nel 2013.

Sognare non costa nulla, semifinale permettendo. Un’eventuale finale di Champions vinta contro il Liverpool trasformerebbe un giorno da cancellare in quello da ricordare per sempre. E a quel punto anche la profezia di Carlo Ancelotti - che nell’84 giocava con la Roma, ma saltò la finale per infortunio - durante la festa degli 80 anni giallorossi, il 26 luglio 2007, potrebbe avverarsi. Pensando, infatti all’incredibile sconfitta con i Reds a Istanbul nel 2005 sulla panchina del Milan e riscattata due anni dopo ad Atene, Carletto si rivolse così al pubblico dell’Olimpico: “Prima o poi il calcio offre la possibilità di una rivincita: io l’ho avuta, spero l’abbiate anche voi”. Nun succede, ma se succede...