Dal 5 maggio al 20 maggio: la lucida follia dell’Inter per tornare in Champions

Pubblicato il autore: fabricondo Segui
MILAN, ITALY - JANUARY 21: Matias Vecino of FC Internazionale Milano celebrates his goal during the Serie A match between FC Internazionale and AS Roma at Stadio Giuseppe Meazza on January 21, 2018 in Milan, Italy. (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Matias Vecino, Foto originale Getty Images © scelta da SuperNews

Non esiste via di mezzo: altare o polvere. L’Inter si regala la notte che vale la Champions tenendo fede alla sua natura folle e imprevedibile, prima arrancando e restando a galla a stento contro una Lazio straripante, poi riemergendo di colpo con un finale di rabbia e orgoglio, per artigliare un sogno rimasto chiuso nel cassetto sei lunghi anni. L’anima aristocratica della Beneamata ha reagito ad un passo dal burrone, a chi era pronto con i fucili spianati, a chi aveva pronosticato un altro 5 maggio. Stavolta il popolo nerazzurro è uscito col sorriso sulle labbra dallo stadio Olimpico versione biancoceleste. Anche se un conto è giocarsi lo scudetto, un altro la qualificazione Champions, che oggi ha una valenza più economica che tecnica.

Le lacrime di Steven Zhang, però, possono essere l’inizio di una nuova era, con più passione e mano hashtag, a patto di capire che è ora di investire sul serio: la Juventus ha chiuso avanti di 23 punti, non esattamente briciole. Se veramente Suning ritiene l’Inter un asset importante, è ora di dimostrarlo coi fatti. Puntare al quarto posto non può essere più un obiettivo, ma un punto di partenza. Spalletti, con una rosa incompleta e inferiore tecnicamente alle prime tre e non solo, ha fatto quasi un miracolo. E i miracoli non si ripetono con frequenza.

L’Inter, e forse non è un caso, ha finito il campionato indossando la stessa veste iniziale: cinica, spietata e fortunata. Quella che faceva punti su punti ed era imbattuta e che, a onor del vero, veniva criticata nonostante i risultati, con la stampa a ricamare sui pali colpiti dagli avversari, una moda aperta dal tecnico della Roma Di Francesco. È finita che il record dei legni stagionali l’hanno stabilito i nerazzurri e, come ha sottolineato ironicamente Spalletti, nessuno se ne ricorda più. Con l’abito meno elegante, insomma, l’Inter ha centrato il suo obiettivo, a testimonianza di un’annata vissuta sulle montagne russe e da metà dicembre in poi figlia dell’incostanza. La sconfitta con l’Udinese del 16 dicembre, infatti, interrompeva la magia di una squadra, che si era arrampicata in cima alla classifica: precipitare è stato un attimo. Ingoiata da vecchie paure e croniche incertezze, l’Inter ha vissuto due mesi e mezzo di blackout, neppure il mercato invernale a dare una scossa immediata ai nerazzurri, finiti fuori dalla zona Champions.

L’inizio del terzo atto coincide con una data precisa: 11 marzo, Inter-Napoli 0-0. I nerazzurri tengono botta con i partenopei candidati al titolo, ma la vera sorpresa è la prestazione di Brozovic in cabina di regia, da quasi ceduto a gennaio a indispensabile. La squadra lievita a livello di gioco, grazie anche alla crescita esponenziale di Rafinha, classe e fantasia al servizio del collettivo. Finalmente trame ariose ed eleganti, secondo i canoni spallettiani, ma improvvisamente l’Inter diventa poco concreta sottorete: coniugare le due cose sarebbe stato troppo ovvio e l’ovvio non fa per l’Inter. Così i nerazzurri si divorano occasioni a valanga – clamorose quelle di Icardi nel derby – perdono punti e non riescono a piazzare l’acuto decisivo. Poi arriva la notte di Inter-Juventus. Una partita eroica fino a quattro minuti dalla fine, giocata in 10 quasi dall’inizio, con i nerazzurri che ribaltano lo svantaggio iniziale e conducono per 2-1. In un amen Cuadrado e Higuain riscrivono la storia della partita, segnata dalle polemiche per l’arbitraggio di Orsato e le sostituzioni di Spalletti.

Il riscatto, facile, arriva a Udine, ma il clamoroso ko interno col Sassuolo sembra la pietra tombale sulle speranze nerazzurre. Il finale sembra scritto, ma la Lazio fallisce il match point a Crotone: un interista, Walter Zenga, impone il pari a Inzaghi. Per arrivare in Champions l’Inter deve vincere a tutti i costi lo scontro diretto con i biancocelesti, che per uno strano scherzo del destino chiude il campionato. Ancora una volta, come il 5 maggio, ma stavolta la buona sorte strizza l’occhio ai nerazzurri, che pure giocano male, contratti, prigionieri delle solite paure e amnesie. Poi arriverà l’ultimo quarto d’ora, quello del rigore del freddissimo e fino ad allora inguardabile Icardi – capocannoniere con Immobile, 100 gol con l’Inter in A – e la zuccata vincente di Vecino, quello che segna solo alle romane. All’Olimpico è apoteosi nerazzurra.

Si torna in Champions dopo sei anni di attesa, ma se l’Inter vuole  essere competitiva in Italia e in Europa c’è molto da lavorare. Alla vigilia si è parlato con enfasi di “finale”, ma le finali sono altre, quando c’è in palio un titolo. Il gap con le prime è ancora notevole – con le big d’Europa manco a parlarne – e la fortuna bisogna meritarsela con un mercato importante e una crescita a livello di mentalità. Altrimenti l’Inter, regina dell’Io-Non Io, sarà sempre destinata a oscillare tra alti e bassi, senza mai svettare. Per vincere serve altro. Anche rinnegare il proprio Dna.

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