Argentina ’78, il racconto del mondiale che gettò le basi per l’impresa spagnola

Pubblicato il autore: Lorenzo Solombrino Segui


Milano, 4 giugno 1976.
Di ritorno dagli Stati Uniti per la tournèe del Bicentenario, la Nazionale italiana era reduce da due pesanti sconfitte, rispettivamente contro Inghilterra e Brasile. Come racconta Enzo Bearzot nel libro che gli dedicò Gigi Garanzinil’allora commissario tecnico percepì il bisogno di chiarire con tutto lo spogliatoio se e quanto i suoi giocatori fossero effettivamente contenti del progetto che aveva in mente di intraprendere. Il tecnico, infatti, stava conducendo già da tempo una serie di viaggi studio in giro per l’Europa. Inizialmente pensò di applicare alla lettera il modello olandese, impostando una squadra senza ruoli fissi, polivalente e votata all’eclettismo. Una ventata d’aria fresca per il calcio nostrano, fermo ancora agli specialisti. Alla fine, però, decise di imboccare la strada della Polonia, una via di mezzo più consona alle caratteristiche della sua rosa ma ugualmente moderna ed efficace.
Il confronto si rivelò assai schietto e pregno di autocritica. Tutti gli uomini, minuziosamente scelti e assemblati dal tecnico friulano, gli si strinsero attorno rispondendo in maniera netta e decisa sul campo. Il giorno dopo, il 5 giugno, non fu un problema rifilare quattro reti alla Romania, con un secondo tempo tutto da incorniciare.
Il progetto che culminò con la epica vittoria del “Mundial” del 1982 ebbe come punto di partenza proprio quella sera.

Il Mondiale Argentino giungeva quattro anni dopo la figuraccia rimediata in terra tedesca, con un’eliminazione al primo turno che calò il definitivo sipario sull’era degli eroi di Messico ’70. Enzo Bearzot, quindi, era chiamato ad attuare un vero e proprio ricambio generazionale, cercando di attingere il più possibile dalle due squadre italiane migliori dell’epoca: il Torino e la Juventus. Un blocco ben solido, che agevolò l’entrata tra i titolari di esordienti come Antonio Cabrini e Paolo Rossi, future colonne della selezione italiana.
L’approdo in Sudamerica, come da prassi per la Nazionale prima di ogni competizione iridata, fu teso fino all’inverosimile. Come non bastasse già il clima di terrore che si stava vivendo nel nostro paese dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, le penne nostrane pensarono di esasperare i toni della critica sportiva non esitando a dubitare esplicitamente della qualità e della bontà del progetto del “Vecio“. In aggiunta, anche sul Rio della Plata la situazione politica non era delle migliori, per usare un eufemismo. Il generale Jorge Videla, infatti, aveva preso il controllo dello stato già due anni prima, instaurando un regime contraddistinto dal terrore e dalla crudeltà. A poche settimane dall’inizio della competizione, l’ombra dei “Desaparecidos” aleggiava in modo ingombrante.
C’era l’assoluta necessità di distendere l’atmosfera intorno alla truppa azzurra. Ci pensò il radiotelecronista locale Miguel Maria Munoz, che, sempre secondo i racconti di Bearzot, invitò il commissario tecnico ad un suo programma radiofonico. Ad un certo punto, il colpo di scena. Chiese la linea tale Renato Bearzot, che diceva di chiamare direttamente da Buenos Aires. Tra lo stupore generale, l’uomo rivelò che faceva parte del ceppo dei Visco, e che quindi pareva essere cugino dell’allenatore italiano, figlio di un fratello del papà. Il tutto, davanti agli occhi di un estasiato Munoz, che, da navigato uomo di spettacolo colse la palla al balzo. L’indomani i due si incontrarono in diretta dando vita ad un ritratto davvero affettuoso. Grazie a questo siparietto, secondo il friulano, il radiotelecronista fece entrare la nostra Nazionale nelle grazie degli ascoltatori, concedendo una sorta di “passaporto diplomatico”. L’atmosfera si stava rivelando inaspettatamente distesa e spensierata. I giocatori, nell’esilio dorato dell’Hindu Club, sede del ritiro in condivisione con la Francia, misero da parte tutte le note negative per dare vita ad un mondiale a ritmo di tango.

Un tango cadenzato dalla freschezza delle idee bearzottiane e dalla verve dei suoi ragazzi, che, a livello stilistico e qualitativo riuscirono ad esprimere forse le migliori prestazioni in un mondiale da parte della nostra nazionale.
Doti che trascinarono gli Azzurri alla vittoria di un girone particolarmente duro poichè prevedeva avversari del calibro di Argentina, Francia ed Ungheria.
Come primo ostacolo,il pomeriggio del 2 giugno, venne superata in rimonta la compagine di Michel Platini. Dopo aver subito gol in trentadue secondi, la Nazionale si sciolse da tutti i freni inibitori e con Rossi prima e Zaccarelli poi, mise all’angolo i transalpini.
Sulle ali dell’entusiasmo venne facilmente liquidata l’Ungheria, con l’Italia che, per la prima volta nella storia si trovò ad affrontare i padroni di casa nell’invidiabile posizione di già qualificata dopo soli due incontri. Le speculazioni ovviamente non tardarono ad arrivare. Per i giornali nostrani il tecnico friulano era già pronto a schierare la formazione di riserva stendendo, così, il tappeto rosso ai ragazzi di Menotti. Per capire come andò veramente, c’è da tornare indietro al giorno del sorteggio, quando Bearzot ed il tecnico argentino decisero che si sarebbero affrontati ad armi pari, o entrambi coi titolari, o entrambi con le riserve. Così il “Vecio“, una volta captato che l’avversario fosse disposto a schierare la formazione tipo, non fu da meno, lasciando allibiti gli addetti ai lavori del Belpaese pronti a dargli contro. Il match, oltre ad aver consentito di giocare il successivo girone nella capitale, passò alla storia per lo splendido gol di Bettega su triangolazione con Antognoni e Rossi. Un’azione che di pregevole fattura, che è come se in qualche modo fosse riuscita ad incarnare lo spirito italiano mostrato durante la competizione. Velocità, talento, dinamismo e un tocco di estetismo. Il tutto davanti ad una grande cornice di pubblico, nel bel mezzo di un scontro generazionale. I più anziani, infatti, fecero valere la nostalgia della patria natia, e poterono gonfiare il petto di fronte ai discendenti ormai Argentini a tutti gli effetti.
Peccato, tuttavia, che gli enormi sforzi profusi nel primo turno eliminatorio si fecero sentire nelle successive partite. Dopo lo striminzito pareggio a reti bianche con la Germania, arrivò la vittoria per uno a zero contro l’Austria che permise di giocarsi la finale con l’Olanda. Una partita  in cui la sorte si scagliò contro Dino Zoff. Dopo il vantaggio azzurro in apertura, l’uno due di Brandts ed Haan pose con tutta grande veemenza dei seri dubbi sulla condizione dell’estremo difensore della Juventus. I due calciatori avversari lo trafissero con due missili terra aria da distanza siderale, spedendo gli Oranje direttamente in finale. La finalina contro il Brasile risultò, infine, coma la copia sbiadita di quella andata in scena otto anni prima in Messico. Gli Azzurri, arrivati in fondo con la lingua di fuori soccombettero accomodandosi a piedi del podio. Il mondiale argentino si chiuse con quel tipico sentimento agrodolce che porta con se ogni impresa incompiuta. Sentimento, che, sei anni dopo quel fatidico 4 giugno, i ragazzi di Bearzot riuscirono a tramutare nel dolce sapore dell’impresa.

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