Bonucci e quell’assist involontario alle teorie di Sacchi: quando il collettivo vale più del singolo

Pubblicato il autore: Armando Cheula Segui

E’ ormai qualche giorno che Bonucci ha ripreso appieno confidenza con i social in linea con le previsioni della diplomazia juventina che tante energie avevano profuso la scorsa estate per far sì che il ritorno del figliol prodigo potesse concretarsi alle nostre latitudini nel modo meno traumatico possibile. E anche in questo caso sembra abbiano fatto centro dimostrando, se c’è n’era ancora bisogno, che non si raggiungono risultati eccellenti se il manico è raggrinzito oltrechè consumato. Dicevamo, del ritorno tanto desiderato da Leonardo Bonucci in persona: è lui, infatti, che, più volte in seguito, chiamato a sbrogliare la matassa sull’argomento, ha candidamente rivelato di aver sondato il terreno con l’amico Chiellini per valutare in via preliminare l’impatto di un ritorno con gli umori di uno spogliatoio che, cronache dell’epoca alla mano, si preparava a liberarsi della presenza fardello di Gianluigi Buffon, uno dei monumenti del calcio bianconero. L’esito di quei sondaggi lo conoscono ormai tutti gli appassionati del football nostrano, con il difensore di Viterbo che ha potuto riabbracciare compagni, allenatori e dirigenza. Un ritorno alla casa juventina che offre lo spunto di una riflessione su quelli che sono i veri valori, oggi come ieri, con rarissime eccezioni, da attribuire ai calciatori troppe volte assurti a vere e proprie divinità quando non solo a icone di vita e stile.

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Le cronache ci aiutano al riguardo ricordando il grande gelo di Oporto, viatico di insindacabile significato sugli accadimenti che si profilarono di lì a poco all’orizzonte: un cielo a tinte fosche più nero che bianco..anzi rosso visto che Leo andò poi a vestire la casacca del Diavolo in uno dei trasferimenti più controversi e chiacchierati che il calcio ricordi dal dopoguerra.
All’epoca, due estati fa, evidente era l’intento del difensore classe ’87, di rivalersi contro la sua ex squadra, essendo conclamato l’obiettivo di andare a rinforzare una diretta concorrente e rinverdire i fasti di un tempo. Naturale conseguenza appariva come pena del contrappasso, l’ingratitudine perenne dei supporters bianconeri, soppesata e bilanciata nella mente del fuggiasco bianconero dalla gioia e riconoscenza percepita da subito nel pianeta Milan. “Se uno dei campioni della Juventus sceglie il Milan, significa che il nostro marchio tira ancora anche se non vinciamo da un pò” più o meno le sensazioni del sottobosco milanista nei pressi di Milanello. Madama, pur accusando il colpo, decise con insospettabile lungimiranza di non rimpiazzare la cessione dell’ex figliol prodigo, usufruendo delle prestazioni di un campione per la verità da tempo in naftalina: il marocchino Mehdi Benatia, autore di una stagione ad alto livello che non fece rimpiangere la vecchia BBC. Il trasferimento di Leo dice però altro che ai più attenti non può essere sfuggito: come un difensore anche dei più bravi e autoritari, inserito in un nuovo contesto, non “sposti gli equilibri” come invece il laziale si era ripromesso al debutto nella nuova realtà. Questo rappresenta senza dubbio una sonora sconfitta per chi, dall’alto di una bieca tracotanza quando non in preda a un delirio di onnipotenza, reputi se stesso in grado di fare la differenza e di vincere da solo, offrendo di per sè l’esempio di un clamoroso autogol e fornendo d’altra parte un clamoroso assist a quello che Sacchi va sostenendo da decenni: non è mai il singolo a fare la differenza ma il collettivo con i suoi automatismi provati e riprovati allo sfinimento a decidere le sorti di campionati e coppe.

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Bonucci, dopo un anno al Milan avaro di soddisfazioni e ricco di incomprensioni, equivoci e infortuni, ne è stata la lampante dimostrazione: al giorno d’oggi le squadre, pur fregiandosi dei contributi di grandi campioni raggiungono obiettivi di medio termine con la forza del collettivo. Il ritorno del difensore alla casa madre ha restituito un calciatore che ha accettato una decurtazione dell’ingaggio, scelto un profilo minimal, pur di reinserirsi come un semplice bullone in un ingranaggio già rodato e oliato, come il più grezzo e ruvido dei sottoposti. Un bagno di umiltà in piena regola. A guadagnarci ancora la Juve, che ha recuperato un grande giocatore che conosce ambiente e umori della piazza, con un rinnovato low profile che sarà sicuramente utile alla causa bianconera impegnata nel raggiungimento dell’unico obiettivo che le sfugge ormai da più di venti anni: la Champions League.
Perchè i campioni che spostano gli equilibri, è bene ricordarlo, nascono una volta ogni 30 anni.

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