Italia, Mancini non avere paura: largo ai giovani, Kean e Pellegri…li abbiamo noi

Pubblicato il autore: Armando Cheula Segui

Italia – Foto Getty Images© scelta per SuperNews

L’Italia allenata da Roberto Mancini ha pareggiato ieri a Bologna per 1 a 1 all’esordio della Nations League e già in molti, difetto atavico del nostro calcio pallonaro, storcono il naso.
Non basta ricordare che i polacchi sono reduci dalla campagna di Russia e noi invece da una scorpacciata di calcio sul…divano a guardare gli altri, che piaccia o meno, ad oggi la Polonia (e ahimè non solo…) è un gruppo più avanti rispetto al nostro:sottovalutarlo non aiuta nel percorso di crescita del nostro movimento che ha tutte le carte in regola per dire la sua ai prossimi mondiali qatarioti. Vediamo di capire il perchè.

Se si prende spunto dalle compagini che hanno raggiunto almeno i quarti di finale ai mondiali appena conclusi è d’uopo osservare di come il gruppo di Mancini abbia imboccato la strada giusta.
Largo ai giovani è lo slogan abusato da una gran fetta di opinione pubblica e da una larga parte di addetti ai lavori;  se si osservano le rose delle big eight ne emerge un quadro per certi versi sulla falsariga. Vediamole più da vicino.
In primis, a balzare all’occhio è la presenza dominante di compagini europee segno che è probabilmente in Europa a giocarsi al momento un calcio mediamente più competitivo: in effetti, nulla di particolarmente sorprendente, ma oggi la forbice pare essersi oltremodo allargata per il forte ridimensionamento dei movimenti del continente sudamericano (Brasile e Argentina non paiono essere all’altezza dei fasti passati). Il rapporto dice 6 a 2: da un lato Inghilterra, Belgio, Francia, Russia Croazia e Svezia; dall’altro Uruguay e Brasile.

Di questo lotto, la selezione che maggiormente si è avvalsa dei giovani è stata la Francia: 5 sono gli under 23, il giocatore dello Stoccarda Pavard, il monegasco Lemar, il blaugrana Dembelè, il madrileno sponda Atletico Hernandez e l’astro nascente, Mbappè, addirittura in lizza per il pallone d’oro. Inghilterra e Uruguay non sono da meno: tra le fila del movimento britannico figurano 4 under 23 (Rushford, Alli, Loftus-Cheek e Alexander-Arnold appartenenti rispettivamente  a club non esattamente di secondo piano:United, Tottenham, Crystal Palace e Liverpool), i compagni under 23 di Cavani rispondono ai nomi invece di Bentancur (Juve), Nandez (Boca), Torreira(Samp) e Gomez (Celta). Tre esponenti compaiono tra i padroni di casa della Russia: i gemelli Mirancuk della Lokomotiv e il talento Golovin del Cska; due appannaggio dei croati: Jedvai alle dipendenze del Bayer Leverkusen e il difensore Caleta-Car del Salisburgo. Presenze non significative nel Brasile e nel Belgio: da una parte l’attaccante del City Gabriel Jesus, nelle file del Belgio il monegasco Tielemans. La Svezia è l’unica del lotto a non aver convocato giocatori più giovani del ’94: il loro ciclo sembra destinato ad affievolirsi.

Quello che traspare poi non è solo il fatto che le nazionali che hanno fatto maggiormente ricorso alle nuove generazioni siano andate molto avanti nella competizione, ma da rimarcare è il dato che si tratta di giocatori ormai di sostanza e fama: non sono riserve, giocano tutti in pianta stabile  in club di valore. Ciò che fa la differenza semmai e il nostro C.T. non ha mancato di puntualizzarlo, è che nel nostro paese non sono i profili interessanti a latitare, ciò che difetta è usufruirne in modo massiccio e sistematico. Trattasi non solo di mere dinamiche contingentate e circoscritte a singoli club quanto piuttosto di una esecrabile e ahimè condivisa mentalità tutta del nostro calcio(e non solo..) che al baby  preferisce l’esperienza del giocatore affermato che gli fa da chioccia deresponsabilizzandolo e facendolo crescere più nel fisico che nella testa.

Guardiamo in casa nostra: in porta Donnarumma pur non entusiasmando rimane un prospetto di sicuro affidamento; la difesa già oggi appare sensibilmente competitiva se si parla di Rugani, Caldara e Romagnoli; a centrocampo Barella, Cristante e Zaniolo rappresentano giovani di notevole spessore e sicuro avvenire; anche l’attacco sembra avvicinarsi ai fasti del movimento di fine secolo scorso: il figlio d’arte Chiesa, Bernardeschi e Berardi sono giocatori che di certo non scopro io.
Capitolo a parte meritano Moise Kean e Pietro Pellegri, calciatori che, nonostante la giovane età, si sono già ampiamente e ripetutamente messi in mostra e ripagato la fiducia  quando sono stati chiamati in causa: il primo nella Juve, nel Verona e nelle rappresentative Under 19 e 20; il secondo al Genoa e ora al Monaco. Qui dobbiamo fare un salto di qualità forse addirittura culturale: facciamoli giocare e sbagliare oggi perchè un domani siano gli stessi a prenderci per mano e trascinarci nuovamente sul tetto del mondo.

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