Roberto Mancini, non solo Grifo e Jorginho. Si valutano Luiz Felipe e Driussi come prossimi oriundi azzurri

Pubblicato il autore: Stefano Trentalange Segui
LONDON, ENGLAND - MARCH 27: The Italy team observe a minutes silence in memory of Jimmy Armfield, Cyrille Regis, and Davide Astori prior to the International friendly between England and Italy at Wembley Stadium on March 27, 2018 in London, England. ()

Photo by Laurence Griffiths/Getty Images, selezionata da SuperNews

Non è raro assistere a polemiche da parte di un soggetto che non vive quotidianamente in un determinato contesto, salvo poi passare dall’altra parte nel momento in cui l’individuo in questione si trova a dover difendere la posizione da lui attaccata fino a poco tempo prima. Una simile situazione accade nella vita di tutti i giorni soprattutto nei cambi di casacca sempre più frequenti che avvengono nell’establishment politico, così come comportamenti analoghi spesso si verificano anche nel calcio.

È il caso di Roberto Mancini, ct del nuovo corso della Nazionale italiana post fallimento Mondiale, successore di un certo Gian Piero Ventura protagonista, in questi ultimi giorni, della vicenda che lo ha portato alle dimissioni dal Chievo.
Forse in molti ricordano l’uscita di Mancini durante un’intervista concessa nel 2015, quando l’allenatore di Jesi era al secondo mandato in veste di tecnico dell’Inter. Al timone della Nazionale italiana c’era Antonio Conte, reo, secondo Mancini, di aver dato troppo spazio agli oriundi con le convocazioni dell’argentino Franco Vázquez e del brasiliano Éder. Da allora, la coppia offensiva del tecnico attualmente senza squadra dopo aver rescisso con il Chelsea era formata proprio da Éder e Graziano Pellé, adesso emigrato in Cina per finire la carriera sommerso dal Dio denaro. In base al Mancini pensiero di tre anni fa, solo i giocatori con doppio passaporto ma nati in Italia potevano avere diritto ad indossare la maglia azzurra, mentre coloro che avevano solo parenti di origine italiana non meritavano la medesima prerogativa.
In risposta all’opinione legittima espressa un pò a sorpresa da un allenatore con la sua esperienza internazionale e quindi più aperto, almeno in teoria, alla globalizzazione calcistica, intervennero Beppe Iachini e Carlo Tavecchio. Il primo, allenatore del Palermo di allora in Serie A, si soffermò sulla questione Vázquez, ricordando il suo forte legame con l’Italia per via dell’origine diretta della madre nata nel Belpaese. L’attuale ex presidente della FIGC Tavecchio, dal canto suo, fece notare quanto sia stato fondamentale l’apporto di un oriundo come Camoranesi per alzare la Coppa del Mondo del 2006 sotto il cielo di Berlino, lasciando “carta bianca” a Conte nella scelta degli uomini più adatti per raggiungere l’obiettivo qualificazione agli Europei 2016.

Ironia della sorte, ora che Mancini si trova nel nuovo abito di portabandiera più importante dell’Italia calcistica, sembra che le sue idee sui giocatori dalla doppia nazionalità, come per incanto, si siano ammorbidite. In questo senso, il primo esempio che balza agli occhi riguarda Jorginho, nuovo perno e regista della nostra Nazionale, utilizzato sempre da titolare nelle ultime partite azzurre accanto a un altro creatore di gioco del livello di Verratti. La carta d’identità del neoacquisto del Chelsea di Sarri recita Imbituba, centro brasiliano a metà strada tra Curitiba e Porto Alegre. A partire da questa convocazione, è crollata la credibilità di quanto affermato da Mancini tre anni or sono, quando dichiarò di non amare giocatori per metà italiani senza essere nati effettivamente nel nostro Paese. La definitiva rinuncia alla tesi “protezionistica” da parte del tecnico azzurro è stata sancita dalla fresca convocazione di Vincenzo Grifo, italo-tedesco nato in Germania e messosi parzialmente in mostra nell’Hoffenheim sia in Bundesliga che in Champions League. È ancor più sorprendente constatare che quest’ultima convocazione avvenga in favore di un giocatore che non è nemmeno un titolare fisso nella sua squadra di club ed ha origini italiane solo grazie ai suoi genitori.

Ma il dietrofront di Mancini sulla vecchia questione dell’Italia agli italiani non finisce qui perché, sulla base delle notizie che stanno circolando in queste ore, il tecnico marchigiano potrebbe convocare in futuro gente come Luiz Felipe, difensore verdeoro della Lazio e Sebastián Driussi, talentuosa ala offensiva argentina ex River Plate e ora allo Zenit San Pietroburgo. Sono più residue, invece, le possibilità di chiamata per Allan, anche se non ha ancora esordito con la Nazionale di Tite, e di Rafael Toloi, difensore che sta mostrando tutta la sua crescita all’Atalanta dopo non aver entusiasmato ai tempi della Roma.
D’altronde, una persona intelligente si vede anche dalla sua capacità di cambiare idea in corsa, anche se, nel caso della Nazionale italiana, data la recente e documentata carenza di giocatori nati lungo lo “Stivale”, Roberto Mancini si è sentito quasi obbligato ad aprire le porte alla globalizzazione per fare di necessità virtù.

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