Lo strano caso di Ernesto Valverde

Pubblicato il autore: Giuseppe Ortu


Agli appassionati di cinema questo titolo suggerirà certamente qualche cosa, come il film “Lo strano caso di Benjamin Button” o “L’importanza di chiamarsi Ernest”. Non basta un nome a fare il successo di una persona, a decretarne meriti, trionfi e onori. Dietro il nome c’è sempre e solo la persona; con la sua personalità, i pregi e le sue mancanze.

Lo strano caso di Ernesto Valverde, titolo di questo articolo, prende le mosse dal fatto che il nostro eroe sta giungendo al primo bivio della sua carriera in blaugrana: i Quarti di finale di Champions League contro il Manchester United. L’appuntamento che inizia a mordere le caviglie e ad appalesarsi all’orizzonte è fra meno di 10 giorni. Sarà come un esame per il nostro allenatore. Un esame importante che dovrà spazzare via come un fiume in piena il brutto ricordo, a tutt’oggi ancora vivo nel barcelonismo, della nottata romana della scorsa stagione.

Il giudizio su Valverde, dopo quasi due stagioni di panchina blaugrana, è ancora sub iudice. Ecco presto spiegato il perché.

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L’ottima stagione dell’anno scorso, con il doblete, l’ennesimo diremmo, cosa straordinaria in un campionato competitivo come la Liga, dove gli avversari non sono Pippo, Paperoga o Paperino, ma Real Madrid, Atletico, Sevilla, Valencia e compagnia, squadre che dominano (o che arrivano in fondo) in Europa da anni, è stata sminuita dalla clamorosa e rovinosa catastrofe di Roma con quell’umiliante eliminazione.

Questa stagione è iniziata nel migliore dei modi: primo in campionato con un vantaggio di + 8 sulla seconda, in finale di Copa del Rey, ai Quarti di Champions con un tabellone favorevole con vista sulla finale. In più, rispetto al passato, è migliorata la rosa. Però (c’è sempre un però) la partita contro il Villareal ha gettato un’ombra sull’allenatore, facendo affiorare alla mente brutti ricordi e sensazioni. Ieri Valverde ha spaventato veramente con quell’atteggiamento passivo e remissivo tenuto in panchina durante i 90′. Ha fatto dubitare seriamente che possa essere l’allenatore giusto per i momenti decisivi. Nel punto più critico della gara, quando la squadra è passata dallo 0-2 al 4-2, il Txingurri è rimasto incredibilmente passivo. Ha sì operato i cambi (dentro Messi, Rakitic e Alena), ma il suo atteggiamento emotivo era quello di chi guardava la partita alla televisione, e nemmeno la gara della squadra per cui fa il tifo. Vederlo così piatto, immobile, pietrificato e incollato alla poltrona, muto e perso nei suoi pensieri, lo sguardo smarrito nel vuoto, senza che si prodigasse per incitare i suoi da bordo campo, o cercasse di contrastarne la sonnolenta apatia che si era impossessata dei loro corpi e delle loro menti, è stato francamente preoccupante.
Il suo atteggiamento in panchina è stato il medesimo della partita contro la Roma. Invece che reagire, saltare dalla rabbia, stracciarsi le vesti in un moto di passionale ira, Valverde ieri era chiuso in se stesso.

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Ciò ha suscitato immediatamente una domanda. E’ l’allenatore giusto per una squadra che deve vincere tutto? Oppure è un tecnico che si perde nel mezzo di una tempesta?

Ieri Valverde ha dimostrato di non essere un tecnico da Barça. La squadra ha necessità di un uomo che sappia guidare la squadra nelle situazioni positive e negative, che sappia venire fuori da una tempesta in alto mare, bagnato ma con lo spirito del pirata. Un allenatore che nei momenti di difficoltà non si nasconda, non si smarrisca e non abbia lo sguardo perso nel vuoto come aveva ieri nei frangenti più complicati della gara. Valverde dovrà riflettere su questo. Ha ancora tempo per mostrare di meritare veramente la panchina su cui siede.

Ieri il Barça ha pareggiato grazie a Messi in campo, non per merito di Valverde in panchina. Quella scossa che sarebbe dovuta giungere dall’area tecnica è invece giunta, per fortuna, dal genio del suo campione più vero: Messi.

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Giuseppe Ortu

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