Calcio e olocausto: nel ricordo di Arpad Weisz

Pubblicato il autore: GennaroIannelli Segui

Nel ricordo di Arpad Weisz: il mister piú giovane ad aver vinto uno scudetto

Oggi, lunedí 27 gennaio, si celebra la quindicesima giornata mondiale della memoria. Ricorrenza istituita dall’Onu, nel novembre 2005, essa ricorda la liberazione, ad opera dell’Armata Rossa sovietica, drl campo di concentramento di Auschwitz, triste emblema dell’antisemitismo nazista, nonché ultimo baluardo dell’ormai agonizzante “terzo Reich”. In quello stesso campo di sterminio avrebbe conosciuto la morte anche Arpad Weisz, allenatore ungherese di origini ebraiche, ricordato per essere tuttora il mister piú giovane ad aver mai vinto uno scudetto. Successe nel campionato 1929-30, primo torneo a girone unico, e Weisz, allora trentaquattrenne, conquistó l’alloro tricolore alla guida dell‘Inter, allora denominata “Ambrosiana” in ossequio alle tendenze autarchiche imposte dal regime fascita. Ma chi era Arpad Weisz, uomo di calcio, la cui unica colpa, cosí come tanti altri, fu quella di nascere ebreo?Weisz nasce a Solt, nell’Ungheria meridionale, il 16 aprile del 1896. Figlio di simpatizzanti socialisti, Arpad si iscriverá alla facoltá di giurisprudenza dell’universitá di Budapest, senza mai conseguire la laurea, a causa del sopraggiungere della “Grande Guerra”. Dopo aver combattuto a servizio dell’esercito ungherese, ed aver scontato un periodo di prigionia in quel di Teapani, tornerá nella regione danubiana e intraprenderá la propria carriera da calciatore che, dopo una breve militanza nel campionato ungherese (con la maglia del Torekves) e cecoslovacco (Maccabi Brno), lo porterá a giocare nel campionato italiano, allora denominato Prima divisione Nazionale, prima con la casacca dell’Alessandria, ma poi, soprattutto, con quella dell’Inter, squadra, come già anticipato, alla quale legherá gran parte del proprio futuro professionale.
Se la carriera da giocatore non sarà particolarmente fortunata, costringendolo ad appendere le scarpette al chiodo dopo un grave infortunio al ginocchio, quella da allenatore gli conferirà sicuramente piú lustro, ingiustamente oscurato da anni di oblio nei quali vagheranno la sua memoria e il suo nome.
Sarà proprio l’Inter a dargli fiducia nelle vesti di guida tecnica, nonostante la giovane età (30 anni), forse attratta dalla prospettiva di ritrovarsi un “maestro” ungherese in panchina. La “scuola danubiana”, come infatti veniva denominata la schiera di allenatori sviluppatasi nell’est Europa, si contrapponeva al calcio nostrano per l’intento di praticare un gioco più spettacolare e moderno, non più fondato sul difensivismo e la costruzione dal basso, la buona e vecchia tattica del “lancio lungo e contropiede”, ma su una manovra ragionata, fatta di un sapiente possesso palla. Se si volesse cercare una definizione per Weisz, la si troverebbe nella parola “innovatore”. Sará lui, infatti, a rivoluzionare, oltre gli schemi di gioco, anche metodi di allenamento della squadra, curandone in modo maniacale la preparazione atletica (sará il primo a prescrivere una dieta ai propri ragazzi) e indossando per primo la tuta durante gli allenamenti. Una perfetta immedesimazione nel ruolo di calciatore-allenatore.
Dal punto di vista tattico, la più grande innovazione voluta da Weisz sará l’adozione del “Sistema“, anche detto modulo WM. Ideato da Herbert Chapman, manager dell’Arsenal, all’inizio degli anni ’20, tale modulo mirava ad un maggiore equilibrio tra fase difensiva e offensiva arretrando, rispetto al 2-3-5 di marca Pozziana (anche conosciuto come “Metodo“), due attaccanti sulla linea dei centrocampisti, e il centromediano metodista al centro della difesa. Nasceva cosí il ruolo dello “stopper”, incaricato di bloccare gli attacchi del centravanti avversario. Ma nasceva soprattutto una grande Ambrosiana che, dopo aver ottenuto un settimo e un terzo posto nei due campionati precedenti, giungerà ad aggiudicarsi lo scudetto nel 1930, dopo un duello protrattosi sino alle ultime giornate con l’allora ben piú titolaro Genoa. Tra i meriti di Weisz, oltre alle tante innovazioni che abbiamo giá citato, la scoperta di un ragazzo, inserito in prima squadra appena sedicenne, che in quello stesso torneo si laureerá capocannoniere: Giuseppe “Peppino” Meazza, il piú prolifico bomber della stotia nerazzurra, la cui leggenda rimane intatta nel nome dello Stadio intitolato al suo nome.
Inizierà da quel momento l’ascesa inesorabile della Juventus di Carlo Carcano, da tutti ricordata come la “squadra del quinquennio d’oro”, capace di vincere cinque scudetti di fila tra il 1930 e il 1935. L’incapacitá di bissare i successi del primo scudetto, porteranno Weisz prima a consumare una fugace esperienza sulla panchina del Bari, poi a tornare nella città di Sant’Ambroeus per altri due anni (dal ’32 al ’34), senza peró conquistare un altro tricolore. Complice una certa insofferenza verso le manie di protagonismo dell’lora presidente Pozzani, che pare interferisse anche con la scelta dell’undici da mandare in campo, Weisz  si separó definitivamente dall’Inter nel 1934, non senza aver lasciato la propria impronta nell’antologia nerazzurra: é, infatti, il quarto allenatore per presenze nella storia del club, alle spalle di tre “mostri sacri” come Herrera, Trapattoni e Mancini.

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I due scudetti a Bologna e la vittoria dell’ “Expo”

Come si dice in questi casi, peró, “il meglio doveva ancora venire”. Dopo una breve parentesi in B alla guida del Novara (fondamentale il suo apporto per la futura.promozione in A dei piemontesi), Weisz abbraccerá il progetto del Bologna, altra “grande” in cerca di riscatto dopo aver trascorso degli anni a veder vincere gli altri. Giunto sulla panchina felsinea nel gennaio ’35, l’ungherese trasferí nel capoluogo emiliano tutta la sapienza accumulata negli anni precedenti. La squadra, che aveva iniziato malamente il campionato, riuscirá a risollevarsi issandosi sino al sesto posto, per poi vincere lo scudetto, il terzo della propria storia, nel 1936, a sette anni dall’ultimo, interrompendo un dominio bianconero che durava ormai da un lustro. Impresa raggiunta contando su un gruppo che, tra i propri campioni già affermati, contava Schiavio, Andreolo e pochi altri. Ma Weisz, da sllenatore ambizioso e rivoluzionario qual era, avrebbe fatto di piú, proiettando la propria squadra verso una dimensione internazionale: nel 1937, il Bologna, fresco vincitore del secondo scudetto consecutivo, avrebbe infatti vinto il torneo dell’Esposizione di Parigi.
Alla kermesse partecipava la crème del calcio internazionale, rappresentando sette diversi Paesi europei: l’Austria Vienna, vincitore della Coppa dell’Europa centrale, antesignana dell’odierna Champions League, Lokomotiv Lipsia, vincitore della coppa tedesca, Marsiglia e Sochaux, vincitrici rispettivamente di coppa e campionato francese, lo Slavia Praga, la Fc Budapest, squadra magiara, fiera esponente della “Scuola danubiana” e il Chelsea, compagine a noi piú nota, e facente parte di quel movimento inglese che non era riuscito ancora a legittimare sul campo la paternitá del “football”. Il risultato è storia: il Bologna si laurea campione dopo aver superato, nei quarti e in semifinale, Sochaux e Slavia Praga con i punteggi di 2-1 e 2-0. La finale, disputata il 6 giugno del ’37 nello stadio Colombes di Parigi, vede i rossoblù trionfare con un secco 4-1 (a segno Reguzzoni con una tripletta e Busoni) sul Chelsera, vera sorperesa della manifestazione,capace di eliminare l’Austria Vienna di Sindelar in semifinale. Per comprendere quanto scetticismo aleggiasse intorno alla squadra italiana, nonostante la Nazionale fosse campione del mondo in carica, basta leggere l’articolo, a firma Gabriel Hanot, pubblicato su “Le Figaro” in data 6 giugno 1937:
“Il favorito della prima giornata, l’A.G.C Bologna, ha vinto il torneo dell’Esposizione. Gli italiani hanno vinto il trofeo. Eppure, prima della partita, quasi tre quarti degli addetti ai lavori, non avrebbe dato una chance agli italiani [….] A questo proposito, sarebbe bene che da questo lato delle Alpi ci si rendesse conto del valore dei calciatori italiani. Prima della partita, Di Lorto, il portiere del Sochaux che aveva incontrato il Bologna la domenica prima, mi aveva detto: “Io non credo che questo sia il vero Bologna. La vittoria di domenica scorsa è dovuta principalmente al fatto che il Sochaux ha giocato male”. Pochi minuti dopo, Di Lorto, si è convinto del suo errore? E quanti dirigenti ed esperti di calcio che la pensano come lui, si saranno veramente convinti? La partita Francia-Italia si giocherà all’inizio della prossima stagione. Il risultato di ieri ci ha mostrato il calcio italiano come noi sospettavamo, certo, ma è sembrato molto più atletico di quello che pensavamo. Troveremo una squadra francese capace di rivaleggiare con questi atleti? Sarà necessario mettere in campo giocatori veloci, potenti, atletici. Ottimi giocatori. DFi qualità, insomma…

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Il declino: dall’Olanda ad Auschwitz

Nemo profeta in Patria si suol dire. Weisz, infatti, nonostante si fosse piegato alla volontà del regime italianizzando il proprio cognome in “Veisz”, e avesse battezzato i propri figli, Roberto e Clara, con rito cattolico cristiano, cadrà vittima della persecuzione antisemita. Bisogna rinsaldare l’alleanza con il “parente” forte nazista, che verrà definitivamente sancita dal “Patto d’acciaio” del maggio ’39, e l’Italia, con una serie di Regi Decreti Legge pubblicati a partire dal settembre del ’38, promulga le “leggi razziali” sulla scorta dei provvedimenti repressivi che, nello stato teutonico, stanno inesorabilmente annientando la “razza” ebraica. La ragione di Stato prevale sulla dignità di milioni di persone e la spirale distruttrice si abbatte, senza distinzione alcuna, sui cittadini residenti in Italia nati da genitori di razza ebraica, anche non professanti tale religione o che, pur avendo un’origine pura “ariana”, professino la religione ebraica. Già, perché il presupposto ideologico di tali persecuzioni, sempre bene ricordarlo, si fonda su una presunta superiorità biologica della razza “pura”, così come enunciato dal terzo punto del Manifesto della Razza. Per Weisz è l’inizio di un calvario: la città che lo ha accolto, osannato e che, dalla sua luce riflessa, ha acquistato prestigio e rinomanza nel mondo, lo disconosce. “Nessuno fiatò”, avrebbe scritto Giovanni Cerutti in un articolo pubblicato su Storie di calcio, “Nè il presidente Dall’Ara, nè i suoi colleghi allenatori, nè i giornalisti che ne avevano magnificato le gesta“. Weisz sarà costretto a dimettersi, il 22 ottobre del ’38, rifugiando clandestino, insieme a moglie e figli, in quel di Parigi. Qui cerca di ricostruire la propia carriera da allenatore, e vi riesce, seppur per un breve periodo, nel modesto Dordrecht, squadra semiprofessionistica olandese, che Weisz porterà ad ottenere il quinto piazzamento nel campionato nazionale. Ma la morsa nazista avviluppa in modo sempre più perentorio. Dopo l’invasione dell’Olanda da parte del Reich (maggio 1940), a Weisz viene inibito l’accesso a qualsiasi tipo di manifestazione sportiva (settembre 1941), costringendo il Dordrecht a lcenziarlo (seppure i dirigenti cercheranno di garantirgli un minimo per la sussistenza), e alla famiglia Weisz di vivere come da “reclusa”, costretta ad uscire sempre meno di casa in virtù di provvedimenti finalizzati ad alienare gli individui di razza ebraica dal concetto stesso di “umano”. La storia della famiglia Weisz si interrompe bruscamente il 2 agosto del 1942, quando guardie della Gestapo fanno irruzione nell’abitazione di Arpad arrestandone tutti i componenti. Da allora non esiste più storia, ma solo un fitto alone di anonimato, inspessito ancor più dalle nuvole di gas tossico che inghiottiranno la vita di Weisz il 31 gennaio 1944, dopo due anni e tre mesi di prigionia nel campo di concentramento di Auschwitz. Di Weisz e a Weisz non era rimasto più nulla: solo il ricordo lacerante dei cari Elena (la moglie), Roberto e Clara, fagocitati anch’essi dall’inaudita barbarie umana.

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Gli omaggi postumi

E’ accaduto a Weisz, e a tanti i quali abbiano patito la stessa sorte, che la sua vicenda venisse riportata in auge dalla pertinacia di un intellettuale desideroso di rendere giustizia ad un uomo ingiustamente vessato e dimenticato. E’ a Matteo Mariani, giornalista sportivo, e alla sua opera “Dallo scudetto ad Auschwitz” che si deve la riscoperta di Arpad Weisz come uomo prima, e professionista poi. Nel mondo di oggi, che guarda ai protagonisti dello sport come modelli da imitare, appare ingiusto che un allenatore capace di vincere tre scudetti, il primo a soli 34 anni, sia stato confinato nell’oblio per più di sessant’anni. L’opera citata isale al 2007, anno in cui l’Inter rivinse lo scudetto sul campo. Quasi come se l’impresa della beneamata avesse riacceso una sorta di entusiasmo generale intorno alla squadra nerazzurra. Da allora, il mister ungherese è stato insignito di due targhe commemorative in quelli che furono i suoi stadi: il “Meazza” e il “Dall’Ara”. E’ inoltre stata pubblicata una nuova biografia celebrativa dal titolo “L’allenatore ad Auschwitz”, dello stesso Giovanni Cerutti.  Ma la storia di Weisz va conosciuta, tramandata e ricordata, ben oltre ogni omaggio “affettato” che voiglia fungere da compensazione storica: ci ricorda quanto sia volubile l’indole umana e come, da un giorno all’altro, si possa transitare dalla parte dei giusti (di quelli intoccabili), alla parte dei reietti senza un motivo plausibile e razionale.

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