Origi, l’uomo del destino compie 25 anni

Pubblicato il autore: Davide Roberti Segui

Nel calcio esistono giocatori non certo fenomenali, discretamente talentuosi ma non abbastanza forti per imporsi davvero, che talvolta emergono per cambiare il destino di una stagione, di una squadra, di una nazione intera. Noi italiani ne conosciamo diversi: basti pensare a Totò Schillaci, che apparve nelle Notti Magiche di Italia ’90 per spingere gli azzurri fino al terzo posto iridato, o a Fabio Grosso, decisivo più volte nel Mondiale 2006 pur partendo come riserva di Zambrotta. Il semisconosciuto Eder regalò l’Europeo 2016 al Portogallo orfano di CR7, il mediocre portiere Dudek portò la Champions League a Liverpool nel 2005. Giocatori “normali”, ma giocatori tremendamente decisivi.

E, tra questi, si inserisce anche Divock Origi. Nato il 18 aprile di 25 anni fa ad Ostenda, in Belgio, Divock agli inizi sembra destinato ad una carriera veramente scintillante. Esordisce in Ligue 1 col Lille a 18 anni, subentra contro il Troyes e in 6 minuti permette ai suoi di trovare il pareggio; l’anno successivo, alla prima da titolare, trova immediatamente la via del gol e mette insieme una serie di buone prestazioni, che gli valgono la chiamata del Liverpool. Resta al Lille in prestito per un’altra stagione, poi nell’estate del 2015 l’approdo nel Merseyside. Gioca due stagioni discrete, con diversi alti e bassi, senza troppi gol: del resto, per Klopp è una riserva, un buon giocatore ma non certo un fuoriclasse. Così, nel 2017 viene spedito in prestito per una stagione al  Wolfsburg, dove trova maggiore continuità pur senza colpi da fenomeno. Nell’estate del 2018, torna alla base: i Reds vorrebbero spedirlo ancora in prestito, ma non riesce a trovare l’accordo e, così, finisce per restare ad Anfield.

Gioca poco, segna pochino: del resto, il magico trio offensivo Salah-Manè-Firmino ha un’alchimia perfetta, è assolutamente intoccabile. Riesce anche a segnare qualche gol importante in Premier (nel derby con l’Everton, contro il Newcastle), ma non riesce mai ad entrare nelle rotazioni di Klopp. Il 7 maggio, però, ecco che emerge l’eroe, sbuca fuori l’uomo del destino: complici gli infortuni di Salah e Firmino, nel ritorno della semifinale di Champions League contro il Barcellona Origi deve scendere in campo per ribaltare il 3-0 blaugrana dell’andata. Impresa difficilissima, quai impossibile, ed altrettanto difficile è non far rimpiangere i due mostri sacri amatissimi dalla Kop. Il match prende inizio in un clima infuocato, i tifosi spingono la squadra e Divock, dopo 7 minuti di gioco, dà avvio allo show: 1-0. Il Barcellona, stordito, prende altri due schiaffi, entrambi da Georgino “Gini” Wijnaldum, che porterebbero la sfida ai supplementari. Al 79′, però, torna di nuovo a colpire l’uomo meno atteso: Alexander-Arnold batte rapidamente un calcio d’angolo dalla destra, la difesa catalana dorme e il pallone arriva facilmente al centro dell’area. Chi c’è lì in mezzo, pronto a colpire? Sì, proprio, lui, Origi. E’  il gol del 4-0, il gol che manda in finale i Reds e in estasi Anfield Road.

Al Wanda Metropolitano, qualche settimana dopo, in finale, l’eroe venuto dal Belgio torna a sedersi in panchina, perché Firmino vuole giocare e Klopp non se la sente di rinunciare al brasiliano, pur a mezzo servizio. Non può reggere, però, i 90 minuti, ed allora, sul risultato ancora incerto di 1-0 per il Liverpool, entra in campo l’ex Lille. Risultato finale: 2-0, gol di Origi. Pur essendo un panchinaro, una riserva annunciata, un semplice gregario, la sua firma è presente a caratteri cubitali sulla vittoria della coppa. In questa stagione, il belga ha continuato ad avere un ruolo marginale, da classico subentrante nei finali delle partite. Probabilmente, la sua carriera non avrà mai grosse impennate, ma resterà per sempre il suo marchio indelebile sulla sesta Champions League dei Reds.

  •   
  •  
  •  
  •  
Tags: