Bologna, Mihajlovic: “Sono tornato per riconoscenza alla città e ai tifosi”

Pubblicato il autore: Walther Bertarini Segui

Sinisa Mihajlovic è stato ospite di Bfc Academy Webinar, canale speciale del Bologna Fc in cui tutti i protagonisti si raccontano sul web. Sono stati toccati diversi argomenti tra cui l’inizio della carriera al Bologna, con susseguenti affermazioni su altre panchine, il rapporto con i giocatori, la sua vita da calciatore e tanto altro. Ecco alcuni passaggi:

Gli allenatori da cui ha preso esempio: “Posso dire che non sono cresciuto grazie ad un allenatore in particolare: questo è un lavoro in cui puoi avere dieci lauree ma ti mancherà sempre l’undicesima: ci sarà sempre una cosa che non sai fare. Ognuno ha le sue caratteristiche, ma non esiste uno che sappia fare tutto, è impossibile. Mancini, ad esempio sa lavorare bene sul rettangolo verde, e vederlo al campo è una meraviglia: Zaccheroni è un insegnante di calcio, Eriksson un buon psicologo, Boskov e Mazzone due ottimi motivatori, col primo ero particolarmente legato essendo serbo come me. Ho cercato di prendere diversi spunti da loro, poi chiaro che ci ho messo qualcosa di mio, per essere più completo possibile. Se hai voglia di crescere, impari più velocemente, perchè chiunque può insegnarti qualcosa.”

Sulla scelta dello staff: “Bisogna avere fiducia nel proprio staff, facendosi consigliare da persone esperte su quella tematica di campo, che possono completare tue mancanze e far crescere il gruppo. Il merito dei successi va condiviso con tutto lo staff che lavora con l’allenatore: si dà risalto all’allenatore perchè più in vista ma non il più importante”.

Bologna, l’inizio della carriera da tecnico al ritorno da eroe: “Il Bologna è stata la prima squadra da allenatore in prima, dopo che avevo fatto il secondo con Mancini all’Inter: non capita tutti i giorni di essere contattato da una panchina di serie A dopo due anni che avevo smesso di giocare. Oggi succede di più ma 12/13 anni fa non era così scontato. Sapete come era andata, ero convinto di salvarla quella squadra se mi avessero lasciato guidarla fino alla fine, ma sono esperienze che ti fanno crescere: sapevo di aver lasciato un buon ricordo, infatti quando sedevo sulla panchina del Catania l’anno dopo e tornai al Dall’Ara i tifosi si sono alzati in piedi applaudendomi, significa che il mio lavoro era stato riconosciuto. Sono tornato perchè mi sentivo in debito con la città e i tifosi, sentendo che avevo lasciato a metà il lavoro: l’anno scorso ho avuto una delle mie più grandi soddisfazioni, perchè credo che anche i più ottimisti non pensavano mai ad una straordinaria rimonta dal terz’ultimo posto con la paura di retrocedere e finire addirittura al decimo.”

Differenza tra allenatore e giocatore: “La differenza tra essere in campo ed essere in panchina è la percezione di quanto tu possa incidere in una partita: quando sei giocatore pensi di recuperare con un assist, una punizione, un goal, ma da bordocampo puoi fare ben poco. Invidio alcuni miei colleghi che stanno seduti per 90 minuti, io non ce la faccio, vorrei entrare in campo.: a volte una sostituzione può essere l’arma vincente se sei fortunato, ma non è sempre possibile e non c’è modo di sfogare la tensione. Certo preferivo la vita da giocatore, perchè quando arrivi a casa dopo l’allenamento non pensi più a nulla: quando alleni devi pensare al programma del giorno dopo, con mia moglie che mi rimprovera che non l’ascolto quando parla, in quanto penso in quel momento se far giocare Skov Olsen o Orsolini “.

Il segreto delle “punizioni”: “Sapessi un trucco, lo avrei già svelato ai miei giocatori. Non è facile, alcune cose possono essere insegnate, ma devi avere un buon piede e allenarti tanto. Io avevo già una dote naturale, che ho perfezionato nel tempo. Una cosa la dico: battevo in maniera diversa i rigori dalle punizioni: su questi ultimi non guardavo mai il portiere, sceglievo un punto della porta e calciavo lì, col rischio che il portiere intuisse e parasse. Con le punizioni guardavo il portiere fino all’ultimo passo, e sceglievo un punto dove calciarla in base ai suoi spostamenti, ma quello è una dote naturale, non me l’ha spiegato nessuno. Un suggerimento lo do: se vuoi calciare sul palo, allora non bisogna puntare lo specchio della porta, ma a un metro e mezzo fuori dalla porta, perchè bisogna considerare il giro che prende la palla”.

Il ringraziamento di Orsolini sulle punizioni: “Dice che ha imparato da me? Non è vero. Può capitare che dopo l’allenamento mi fermi con lui su come deve posizionare il piede, o glielo faccia vedere in prima persona, ma il merito è suo. Il pareggio contro la Fiorentina, è stato grazie alle sue doti e alla sua incoscienza: se non avesse segnato lo avremmo mandato tutti a quel paese. E’ stato bravo a crederci, io quando battevo una punizione credevo che la avrei messa dentro: bisogna credere in quello che si fa, non solo nel calcio, ma anche nella vita”.

I rapporti con i giocatori: “Come dico, i calciatori sono liberi di fare quello che gli dico io: rido, parlo, scherzo; a volte mi fanno arrabbiare ma è normale, è un rapporto genitori-figli.: a volte fanno qualche stupidaggine, hanno l’età giusta per farle, ma ascoltano, capiscono e poi rigano dritto. Alla loro età facevo ben di peggio, li capisco, ma questa è una carriera particolare e quindi bisogna portarli sulla retta via. Finisci a 35 anni, con altri che hanno iniziato da poco a lavorare e ti ritrovi una bella fetta di vita davanti, pertanto devi essere in grado di stare nel mondo. I più grandi vanno sempre ascoltati, possono insegnarti tanto, mio padre mi diceva certe cose e io tra me e me pensavo “ma lui che ne sa“? e mi rendevo conto dopo che poi aveva ragione. I giovani bisogna cercarli di farli sbagliare il meno possibile, fare in modo che non succeda: comportarsi da padre, da fratello maggiore. Io ho un rapporto schietto, sincero e leale con i giocatori che ho avuto; dicevo sempre le cose in faccia, lasciavo aperta la porta per qualcuno che voleva confidarsi. Ogni giocatore è diverso, ma la cosa principale è trovare la chiave giusto e sopratutto mai dire bugie passando dalle parole ai fatti. Sul campo vano trattati tutti alla stessa maniera, senza mai fare preferenze: puoi rimproverare un giocatore importante, ma senza mai logorarne il rapporto”.

I compiti difficili di un allenatore:Il compito più difficile è la gestione del gruppo, devi saper creare una bella atmosfera, altrimenti puoi avere 11 Maradona ma se non c’è serenità e intesa non vinceresti nulla comunque. Dopo la sconfitta bisogna rimanere calmi, analizzarla e chiedere a quel giocatore come mai non ha reso per quello che avrebbe dovuto rendere, mai arrabbiarsi per un gol o assist sbagliato. L’importante è che i calciatori non sbaglino atteggiamento e allora sì che mi arrabbio e non è uno spettacolo bello da vedere. Io sono leale e sincero e chiedo qualcosa in cambio,se ognuno pensasse a se stesso io devo gestire un gruppo di 25 giocatori, posso fare degli errori e pertanto chiedo una mano. Se accadesse, i ragazzi devono venire subito da me e allora sono il primo a chiedere scusa”.

Consigli da “padre”: “Mi rivolgo ai più giovani: io ho ricevuto consigli da tutti, allenatori, dai miei genitori. Non guardate i vostri genitori come dei vecchi, che non capiscono nulla, come facevo io, sono le uniche persone che pensano al vostro bene. Anche se quello che dicono possono sembrare stupidaggini, ascoltateli non lo dicono mai come un secondo fine come potrebbero fare degli estranei. Per il mondo del calcio, ascoltate sempre l’allenatore perchè è lui la vostra guida, dove ne trae beneficio tutta la squadra. Vi racconto un aneddoto, un “non consiglio”: a 16/17 anni mi volevano diverse squadre come Hajduk Spalato, Dinamo Zagabria , Vojvodina Novi Sad, e quest’ultima era la più piccola. Chiesi consiglio a mio padre, ma mi disse che non se la sentiva di darmelo perchè se le cose fossero andate male, me la sarei potuta prenderla con lui. Ho scelto il Vojvodina perchè sarebbe stata la squadra che mi avrebbe aiutato a crescere, una decisione in piena autonomia. Mio padre non mi ha aiutato direttamente, ma mi ha fatto diventare più responsabile, aveva capito che il calcio era il mio mondo e potevo muovermi come meglio credevo.”

Il carattere di Mihajlovic:Le esperienze servono tutte: le negative ti rimangono impresse perchè serve a capire dove hai sbagliato, a migliorare: ho passato momenti difficili, ma devi voltare pagina e farteli passare. Sono una persona più riflessiva rispetto al primo Mihajlovic che venne ad allenare  il Bologna, anche grazie alle esperienze che ho fatto: poi lavorando si sbaglia sicuramente ma l’importante è non rimproverarsi nulla, sapendo che hai dato tutto quello che avevi. Sono andato a vedere allenamenti di Guardiola, Kloop, Wenger, Mourinhio e Ferguson per capire dove potevo migliorare.”

Conclusione con le sue “esperienze”:”Da calciatore ho fatto vedere il meglio di me alla Stella Rossa e alla Lazio con squadre forti, non a caso hanno vinto trofei importanti. Da allenatore abbiamo fatto vedere belle cose a Catania, a Bologna, in Nazionale e il primo anno al Torino. Al Milan è andata così e così, lasciai la squadra al sesto posto e con una finale di Coppa Italia da disputare, quando gli anni precedenti oscillavano tra l’ottavo e il nono posto. Volevano la qualificazione in Champions League, ma la rosa non era attrezzata per l’obiettivo”.

  •   
  •  
  •  
  •