Mamba mentality: uno stile di vita

Pubblicato il autore: manuel Segui

La Mamba Mentality è una forma mentis che va oltre lo sport, è un modo per migliorarci sempre. Oggi, ripercorrendo alcuni istanti del suo mentore, Kobe Bryant , la analizzeremo in tutti i suoi crismi, con lo scopo di studiarla.
Quando vuoi arrivare in alto, sopra di tutti, non ti puoi fermare a metà, devi persistere e continuare nei tuoi obiettivi, sino a realizzarli. Questo è il dogma di uno dei più grandi sportivi di sempre.
Il nome prende ispirazione da un animale, uno dei più letali in circolazione: è un serpente che non ha paura di nessuno ed ha il coraggio di mordere chiunque, proprio come Kobe.
L’americano non si tira indietro, accetta sempre le sfide che la vita gli propone e le affronta al meglio, consapevole dei suoi mezzi. Per superarle dà il meglio di sé, e anche se cade si rialza, insiste sino a trovare la soluzione.
2004. Accuse di stupro, problemi extra-sportivi, una fase negativa nella carriera di Bryant. Sul parquet i risultati non arrivano e tra i dissapori con O’Neal e l’allora tecnico dei Lakers, è arrivato il momento di cambiare.
Ha deciso: tutti gli ostacoli che si frapporranno tra lui e il suo sogno saranno uno stimolo a migliorare, una sfida in più da vincere.
Mamba lo ha capito, ci vuole più del 100% per tornare a far brillare la propria stella: da quel giorno nasce la sua filosofia di vita, che lo renderà più forte in ogni circostanza.
Inizia a chiedere ancora di più dal proprio corpo fisicamente e psicologicamente , vuole massimizzare le proprie potenzialità.
Aumenta a tre il numero di sessione di allenamento giornaliere, ciascuna da 2 ore: 5-7 del mattino 10-12 e per finire 18-20. Ha una dedizione encomiabile, qualcosa che la concorrenza non possiede.
Lui è un leader nato, non accetta niente che vada contro i suoi progetti: isola le questioni, vita privata e ambito sportivo. Vuole concentrarsi esclusivamente sulla palla a spicchi e dominare.
10 anni dopo ribadirà: “ Ho dato il meglio di me in ciascun attimo della mia vita e penso di esserci riuscito”.
In questa frase è racchiuso questo fantastico atleta, unico nell’affrontare le difficoltà ed in grado di ricercare sempre il suo io, la sua vocazione.
Voleva diventare il migliore ed ha fatto di tutto per riuscirci: dopo essersi risollevato ha continuato il percorso intrapreso, affinando tutto il possibile.
Dopo ogni partita tornava negli spogliatoi e leggeva libri, voleva sapere tutto. Nel tempo in cui non si allenava, invece, approfondiva la tattica e tutti i segreti della pallacanestro.
Kobe pensa in ogni istante di voler far qualcosa di grande, proprio come lui, si focalizza su ciascun obiettivo prefissato e lo porta a termine.
Nel modo di concepire la vita è stato unico, con uno spirito che gli ha permesso di realizzare ogni sogno.
Torniamo però alle fasi centrali della sua carriera: quegli allenamenti sono una rampa di lancio, e lui ne coglie l’occasione. Per essere un vincente bisogna esserlo sempre, anche quando banalmente non conta.
Nelle sue preparazioni vuole battere chiunque: plasma i compagni di squadra la propria mentalità, quella del gladiatore.
Sprona tutti per raggiungere un livello maggiore, vuole essere circondato da persone in cerca di competizione e voglia di raggiungere obiettivi mai visti.
Tempo dopo, quando gli viene chiesto se questo spirito non sia eccessivo lui risponde cosi: “ Io voglio vincere i titoli”. Poche parole che ci danno l’idea dell’ immensità di un personaggio che con questa ideologia ha riscritto la storia dello sport.
Non gli importava di avere contro molte persone, lui continuava sulla propria strada.
Dalle sconfitte ha sempre tratto una maggior voglia di vincere, per lui il fallimento non è mai esistito.
Questa ossessione è stata la chiave della sua carriera, volta a fare ciò che ha amato, e dunque spinto da motivazioni supplementari.
Insistere, insistere ed ancora insistere. Deve essere una costante, anche quando si tocca il cielo. Non si finisce mai di progredire.
Secondo la Mamba Mentality per diventare il più forte bisogna fare di tutto per arrivarci. Sacrifici, rinunce, scelte.
A Kobe importava poco della stanchezza, talmente focalizzato sul proprio sogno da continuare sempre ad inseguirlo. Niente prendeva il sopravvento. Solo lui era in grado di decidere per sé stesso, nessun altro.
Anno 2009: la miglior stagione della sua carriera. Mvp e quarto titolo Nba, il tutto da protagonista.
Sin dalla tenera età voleva vincere, ma preferiva farlo da unico leader. Quell’anno senza l’amico rivale Shaqil O’Neal ha il compito di portarsi sulle spalle i Lakers.
Dopo le finali perse negli anni precedenti aveva come unica prerogativa il quarto anello. Nella sfida decisiva contro gli Orlando Magic vince da solo.
40,29,31,32,30, queste le marcature messe a referto dall’americano. In quella vittoria, però, c’è tutto Kobe.
Quella stagione aveva imposto alla società un mercato rivoluzionario: voleva compagni con mentalità vincente, voleva essere leader nello spogliatoio, ma non essere l’unico a portare avanti la causa.
La società gli regala Pau Gasol, uno dei più grandi cestisti europei degli ultimi anni, che come rivelato dall’iberico viene accolto all’ 1 di notte in città da Kobe.
Pau dichiara che l’americano gli parla per ore, solo di basket, e delle sue idee per la stagione successiva. Lo spagnolo ne resta impressionato.
Quel carisma, quella voglia di competizione sono tutto di Bryant. Vuole che la psicologia sia quella del vincente per la sua squadra, plasma i compagni sulla propria strada.
L’americano ha lavorato per anni sulla mentalità, ha voluto che anche nei momenti peggiori divenisse il suo punto di forza, ha creato su di sé una figura irripetibile, una forza interiore che ha denominatore comune con la sua competitività.
Studiando il suo modo di vivere lo sport, ci si è accorti di un fatto che desta scalpore: non aveva paura di niente e nessuno, proprio come Mamba, e guardava i rivali dritto negli occhi, non abbassava mai lo sguardo, voleva che fossero gli altri a farlo per prima.
Non appena conclusa una sfida pensava a quella successiva, aveva uno stimolo continuo, un’ossessione volta ad essere il numero 1 in tutto ciò che faceva, dentro e fuori dal campo.
Proprio al di fuori dal basket si è sempre impegnato in ambito sociale e cinematografico, facendo visita a bambini disabili nei post-partita nel primo caso, e vincendo un oscar per il film Dear Basketball, ispirato alla sua lettera d’addio, nel secondo.
D’altronde Kobe voleva essere una persona completa, a 360 gradi, voleva migliorarsi in qualunque azione, in ogni singolo gesto del quotidiano.
La ricerca ossessiva della perfezione lo ha portato a diventare un campione, e come ribadito da lui stesso, sarebbe bastato mollare solo un attimo nelle situazioni difficili per non aver visto realizzati i propri sogni.
Da ogni esperienza traeva qualcosa e arricchiva il proprio bagaglio personale, in maniera tale da elevare sempre di più il suo quid.

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