Roma – Liverpool: la prima finale di Coppa dei Campioni ai rigori

Pubblicato il autore: Filippo Pecoraro Segui


La Coppa dei Campioni 1983-1984 vede arrivare in finale il 30 Maggio 1984 Roma e Liverpool. Gli inglesi hanno eliminato nell’ordine i danesi dell’Odense, gli spagnoli dell’Athletic Bilbao, i portoghesi del Benfica e i romeni della Dinamo Bucarest, tutti senza particolari patemi d’animo. La strada della Roma, alla sua prima apparizione in Coppa dei Campioni, è stata un po’ più problematica: nei sedicesimi di finale vittoria in casa contro gli svedesi dell’IFK Göteborg per 3-0, e sconfitta in Svezia per 2-1; negli ottavi di finale doppia vittoria contro i bulgari del CSKA Sofia; nei quarti di finale vittoria a Roma e sconfitta in Germania Est contro la Dinamo Berlino, con gli stessi risultati delle sfide contro l’IFK; e una doppia semifinale contro gli scozzesi del Dundee United che ancora tanto fa discutere a 36 anni di distanza.
Dopo l’improvvida sconfitta a Dundee per 2-0 l’11 Aprile (condita dai pesanti insulti di calciatori e dirigenti scozzesi contro i colleghi italiani), il 25 Aprile a Roma un rotondo 3-0 manda i capitolini in finale; il successo viene sottolineato dagli insulti dei calciatori romanisti nei confronti degli scozzesi, con l’iconica fotografia di Sebastiano Nela a medio alzato verso l’allenatore del Dundee Jim McLean. Poco più di un anno dopo scoppia lo scandalo; nell’autunno del 1985 viene fuori un presunto tentativo di corruzione organizzato dai dirigenti della Roma tramite l’intermediario Landini nei confronti dell’arbitro francese Michel Vautrot in occasione della gara di ritorno contro il Dundee United. Il presidente della Roma Dino Viola viene condannato nel 1986 a una sospensione di quattro anni, poi revocata nello stesso anno dopo la costituzione parte civile della società contro Landini. Fra ulteriori conferme e ritrattazioni, si appurò il mancato introito dei 100 milioni di corruzione da parte di Vautrot; a onor di cronaca, poi, c’è da mettere in conto altre due reti della Roma annullate dall’arbitro francese.
La distanza di più di un mese della finale da una semifinale così faticosa è positiva per la Roma, tanto più che in campionato, dopo il pareggio per 2-2 ad Avellino del 21 Aprile 1984, i giochi sembrano essere fatti per un ritorno dello scudetto a Torino, sponda Juventus. Il Liverpool invece si presenta in finale dopo aver vinto quella che allora era la First Division per la terza volta consecutiva.
C’è un motivo in più che galvanizza i capitolini, oltre il ritrovarsi in finale alla loro prima esperienza in Coppa dei Campioni: la partita si svolgerà allo Stadio Olimpico di Roma, in casa, ed è la prima volta che questo accade nella massima competizione europea. Il Liverpool schiera la formazione titolare, mentre la Roma deve fare a meno nel lato sinistro della difesa di Aldo Maldera, sostituito da Nela, mentre riesce a recuperare al 100% Paulo Roberto Falcão. Arbitro della partita è lo svedese Erik Fredriksson.
Oggettivamente la partita della Roma è bella. Il gioco è veloce, con azioni studiate che nascono dalla difesa e si spiegano in avanti mandando spesso in difficoltà i calciatori del Liverpool nonostante la loro impostazione di gioco poco inglese. La Roma si fa avanti molte volte, approfittando del grande stato di forma di Roberto Pruzzo. Eppure, come spesso accade nel mondo del calcio, è il Liverpool a passare. Al quattordicesimo minuto, su un azione che vede una probabile carica fallosa sul portiere capitolino Franco Tancredi, uno sbilenco rinvio sulla linea di Dario Bonetti va a colpire sulla schiena proprio Tancredi; la palla va dritta sui piedi del difensore del Liverpool Phil Neal che non deve far altro che calciare nella porta sguarnita.
La Roma non si fa intimidire. Spinta dal pubblico di casa ritorna a macinare gioco e a mettere in difficoltà gli inglesi. Dopo una seconda rete dei Reds realizzata da Ian Rush e annullata per fuorigioco, il pareggio romanista arriva al quarantatreesimo minuto quando Pruzzo, con un bellissimo colpo di testa in torsione, mette alle spalle del portiere rodesiano del Liverpool Bruce Grobbelaar.
Da questo momento la partita si assesta su un generale equilibrio, benché la Roma continui a sembrare più incisiva, almeno fino al sessantatreesimo quando Pruzzo, per un malessere gastrico, è costretto a uscire, sostituito da Odoacre Chierico. A questo punto si può dire che non succede più nulla fino al novantesimo e per entrambi i tempi supplementari. E per la prima volta si va a decidere l’assegnazione della Coppa dei Campioni ai rigori.
Il Liverpool sbaglia subito con Steve Nicol, mentre la Roma realizza con Agostino di Bartolomei. Nel secondo turno di rigori la situazione di ribalta: il solito Neal realizza mentre arriva l’errore di Bruno Conti. Nel terzo turno realizzano sia Graeme Souness che Ubaldo Righetti; nel quarto Rush insacca mentre Francesco Graziani, abbindolato forse troppo dalle cosiddette “spaghetti legs” di Grobbelaar, spara alto. A quel punto il rigore di Alan Kennedy regala la coppa al Liverpool.
Difficile sfuggire alle polemiche, quando giochi una finale di Coppa dei Campioni in casa, e la perdi. Si parlò e si parla ancora di un presunto rifiuto di Falcão di partecipare alla lotteria dei rigori, addirittura di un confronto fisico negli spogliatoi in seguito a ciò; così come si parlò e si parla di un sostanziale svantaggio da parte dei giocatori della Roma nel giocare la finale in casa, “pressati” dal tifo e dall’amore del proprio pubblico. Crediamo sia opportuno dire, invece, che una serata che ancora rappresenta un incubo per i tifosi della Roma abbia invece visto una compagine come quella capitolina, alla vigilia di importanti cambiamenti tecnici e organici, resistere e spesso mettere in seria difficoltà non per 90 bensì per 120 minuti il Liverpool, quella che al tempo era la squadra più forte del mondo.
Vale la pena chiudere con le parole di uno dei più grandi giornalisti sportivi italiani, Gianni Brera: “A noi la consolazione, ahimè abbastanza magra, di sentire i tifosi romani invocare la loro squadra con un amore e una devozione superiori all’amarezza. Con dietro questa gente, una società non può davvero fallire”.

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